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Calunnie di carta. “Le bugie più assurde contro noi ebrei sono finite sui grandi giornali”. Parla Matti Friedman
Intervista di Giulio Meotti a Matti Friedman

Roma. “Ha riferito di essere stato immobilizzato, spogliato e, mentre era bendato e ammanettato, è stato fatto arrivare un cane. Con l’incoraggiamento di un addestratore in ebraico, il cane lo ha montato”.

Chi credeva di averle sentite tutti sugli ebrei israeliani non aveva ancora letto “The Silence That Meets the Rape of Palestinians” di Nicholas Kristof sul New York Times. Tempismo perfetto, nel giorno in cui usciva il rapporto israeliano basato su 430 testimonianze e che accusa Hamas e altri gruppi terroristici di aver usato la violenza sessuale come arma deliberata durante il massacro del 7 ottobre (stupri di gruppo, tortura e mutilazione sessuale, abusi sessuali postmortem e aggressioni sessuali compiute in presenza di famigliari). L’articolo di Kristof si basa su un rapporto dell’Euro-Med Human Rights Monitor, un’organizzazione con sede in Svizzera fondata da Ramy Abdu, che ha definito “cavalieri eroici” i terroristi del 7 ottobre che hanno stuprato e ucciso milleduecento israeliani. “Come israeliano penso sia giusto preoccuparsi del trattamento dei prigionieri nei nostri centri di detenzione” dice al Foglio Matti Friedman, intellettuale e giornalista israelo-canadese che vive a Gerusalemme e ha lavorato per dieci anni all’Associated Press. “Ma negli ultimi due anni abbiamo visto che il mondo della propaganda contro Israele, che è sempre esistita, ha inghiottito una grossa parte della stampa. Un tempo c’erano storie come quella dell’Aftonbladet sul traffico di organi e ogni tipo di racconto macabro sui mali di Israele. Queste circolano da moltissimi anni, certamente nel mondo arabo, ma anche nell’estrema sinistra. Però erano in qualche modo separate dalla stampa mainstream, sicuramente da un giornale come il New York Times”.

Fino a oggi. Il 17 agosto 2009, l’Aftonbladet, il più venduto e antico quotidiano svedese, pubblicò un articolo di Donald Boström, in cui il giornalista, senza fonti né prove, scrisse che l’esercito israeliano, in combutta con l’establishment medico, rapiva palestinesi per prelevarne gli organi. “Quello che vediamo ora è che la stampa è diventata essenzialmente un megafono per il mondo delle ong della sinistra radicale” continua Friedman. “Storie chiaramente false, false fino all’assurdo, riescono a essere pubblicate su un giornale un tempo credibile. In questo articolo stiamo vedendo un esempio del collasso di una grossa parte della stampa occidentale, che è a sua volta una componente importante della tempesta di disinformazione con cui abbiamo tutti a che fare. Dovremmo poter fare affidamento su istituzioni come il New York Times per orientarci in un mondo che diventa sempre più difficile da capire. Ma chiunque provi a farlo, chiunque cerchi la verità, si ritroverà a leggere di cani stupratori e altre fantasie che provengono dalle fogne di internet”.

Nel 2014, dopo aver lasciato il lavoro da corrispondente per l’Ap, Friedman scrisse due saggi in cui descriveva ciò che avevo visto, ovvero “l’ossessione per gli ebrei migrare dai margini al mainstream”.

Oggi il cerchio appare completo. “Queste idee sono ormai accettate da molti come evidenti. Ma liquidarle sarebbe un errore. Questo è un veleno antico e potente. E mostra di funzionare molto bene”.

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Informazione Corretta - 13 maggio 2026

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