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Il diritto di sovranità in terra di Israele 20/05/2024 -

Il diritto di sovranità in terra di Israele                        David Elber

Salomone Belforte&C                                                         euro 25

La collana “Strumenti” della casa editrice Belforte che ha già ospitato due eccellenti saggi di David Elber, storico e studioso sui temi dell’antisemitismo e della Storia di Israele e del Medio Oriente, si arricchisce con una nuova opera “Il diritto di sovranità in Terra di Israele” che conclude un ampio lavoro di ricerca iniziato con “Due pesi e due misure. Il diritto internazionale e Israele” (Salomone Belforte & C., 2020) e “Il Mandato per la Palestina. Le radici legali dello Stato di Israele (Salomone Belforte & C., 2022) sulla legittimità storica e giuridica del popolo ebraico a vivere nella terra che costituisce l’attuale Stato d’Israele.

Il volume oggetto di questa riflessione si concentra sul principio della sovranità territoriale relativamente alla Terra di Israele dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano e, in particolare, analizza le basi giuridiche su cui si fonda tale principio per i territori di Giudea e Samaria, ad oggi definiti “territori occupati”, per dimostrare che l’unica sovranità esercitabile su di essi è quella di Israele.

Non è raro ascoltare da parte di politici, giornalisti o persone comuni interpretazioni pregiudiziali sulle azioni di Israele (in particolare dopo i tragici fatti del 7 ottobre 2023) che cercano di delegittimare lo Stato ebraico adducendo l’argomentazione secondo cui gli insediamenti in Cisgiordania siano illegali secondo il diritto internazionale.

Elber con uno studio meticoloso, corredato da un ampio apparato di note e rimandi, ci offre le chiavi che dimostrano “come il diritto internazionale abbia fornito al popolo ebraico la piena legittimità sulla sovranità territoriale su tutto il territorio del Mandato per la Palestina “propriamente detta” cioè la porzione mandataria a ovest del fiume Giordano, come deciso dalla Società delle Nazioni il 16 settembre 1922 – e, conseguentemente, la piena sovranità sul medesimo territorio allo Stato di Israele, che ne è il suo successore”.

Quanto sopra ci consente di smontare le tesi di coloro che sostengono che Israele, nelle zone di Giudea, Samaria e Gaza sia una potenza occupante e violi il diritto internazionale.

Lo storico evidenzia come il nome Palestina non sia mai stato utilizzato né dai turchi né dagli arabi per indicare una provincia, una regione o un territorio amministrativo ma era da secoli una semplice espressione geografica usata quasi esclusivamente dagli europei e in America. Nel contempo analizza la composizione della popolazione araba ed ebrea, i cambiamenti avvenuti nella demografia a seguito delle guerre nella regione a partire dal XVIII secolo e i fattori che determinarono prima una riduzione della popolazione locale poi un progressivo incremento anche a seguito dell’immigrazione ebraica.

Con la sconfitta dell’Impero Ottomano alla fine della Grande Guerra e l’occupazione britannica e francese la regione viene divisa in tre sotto-unità amministrative e in quel momento il territorio assume la denominazione di Palestina con una accezione amministrativa.

Nel terzo capitolo l’autore dà ampio spazio all’analisi dei trattati internazionali di pace e dimostra che il Trattato di Versailles, la Conferenza di Sanremo, il Trattato di Sèvres e quello di Losanna “confermarono che la sovranità territoriale della Palestina, definita entro i nuovi confini, apparteneva al popolo ebraico”.

Il Mandato britannico per la Palestina, “creato per realizzare l’autodeterminazione del popolo ebraico in una terra (condivisa con il mandatario) ma che sarebbe tornata pienamente sotto la sua sovranità alla fine del Mandato stesso…” che nasce dal combinato disposto dall’art. 22 del Patto della Società delle Nazioni e dei principi espressi con la Dichiarazione Balfour e fatti propri dalla comunità internazionale, viene ufficialmente approvato dal Consiglio della Società delle Nazioni il 24 luglio 1922 e successivamente la Gran Bretagna, in qualità di potenza mandataria, presenta un proprio memorandum con il quale il Mandato (entrerà in vigore il 29 settembre 1923) veniva diviso in due territori: Palestina e Transgiordania. Per la prima volta dalla sconfitta dell’Impero bizantino nel VII secolo un’unità politica con confini definiti assume il nome di Palestina.

Un capitolo corposo è dedicato all’ONU e alla Risoluzione 181.

Dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata dopo la seconda guerra mondiale con la Conferenza di San Francisco per dirimere pacificamente eventuali controversie che si possono creare tra le Nazioni, l’autore ne analizza in dettaglio il ruolo e i poteri precisando che tale organismo non ha alcuna autorità esecutiva; in particolare, non ha la competenza internazionale per definire i confini degli Stati. Ne deriva che conoscere i compiti dell’ONU in materia di politica internazionale è molto importante per comprendere la portata delle sue attuali decisioni concernenti Israele.

In questo contesto giuridico Elber rigetta le attuali posizioni delle Nazioni Unite che contestano la legittimità dello Stato ebraico all’interno dei suoi confini, definiti da numerosi trattati internazionali precedenti. Nello specifico l’autore si sofferma sull’articolo 80 dello Statuto dell’ONU, di fondamentale importanza per la nascita dello Stato di Israele e spiega perché esso sia la prova più evidente nel diritto internazionale, insieme al Mandato per la Palestina, della legittimità della nascita dello Stato di Israele, “a discapito della falsa e cinica affermazione che Israele sia nato come risarcimento per la Shoah e per di più a scapito di un altro popolo, che tra l’altro ancora non esisteva come tale: quello palestinese”.

Il 2 aprile 1947 la Gran Bretagna, vista l’impossibilità di trovare un accordo fra arabi ed ebrei, dichiara di rinunciare al proprio Mandato per la Palestina e chiede alle Nazioni Unite un parere in merito al futuro dell’amministrazione. La commissione ad hoc, la UNSCOP, nominata dall’Assemblea Generale, raccoglie in una relazione tutti gli elementi per fornire un quadro preciso della situazione. Tale rapporto accettato il 29 novembre 1947 diventa la Risoluzione 181 che fin dall’inizio – ci spiega Elber nel dettaglio - non aveva mai avuto i poteri che successivamente in molti le hanno attribuito. “Nel corso dei decenni – soprattutto a partire dagli anni ’70 – questa risoluzione è diventata un formidabile strumento politico per delegittimare la presenza del popolo ebraico in aree dove la sua presenza era, invece, legalmente sancita dal diritto internazionale (cioè i territori di Giudea, Samaria e Striscia di Gaza)”.

Nelle “Conclusioni” l’autore tira le fila dei principali concetti espressi nel corso di questo studio e si sofferma sulla nascita del mito dell’occupazione “illustrando come sia nata questa autentica leggenda che, nel corso dei decenni, è diventata uno strumento formidabile per delegittimare Israele, soprattutto a opera di numerose amministrazioni USA, poi in seguito da parte dell’ONU e della UE”.

 

Con l’accurata prefazione del filosofo Niram Ferretti e la brillante postfazione della scrittrice Bat Ye’or, il saggio di David Elber che si avvale di un’Appendice con i principali documenti di carattere giuridico e diplomatico citati nel libro, oltre che di una ricca bibliografia, è uno strumento di stringente attualità che ha il pregio di una trattazione fluida e accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta a questi temi; anzi, sia per la struttura stessa a capitoli brevi corredati di note esplicative, sia per la possibilità di approfondire i temi trattati con ulteriori articoli o testi storici è un saggio da far conoscere ai docenti e divulgare il più possibile fra i giovani affinchè possano acquisire gli strumenti per confutare le menzogne su Israele e – come scrive Ferretti nella prefazione – per condurre con chiarezza i fatti alla loro sede naturale, là dove si incastrano uno con l’altro con assoluta precisione”.

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Il cinema israeliano contemporaneo
a cura di Maurizio G. De Bonis, Ariel Schweitzer, Giovanni Spagnoletti
Marsilio

Ormai da circa dieci anni, il cinema israeliano è ospite fisso delle maggiori manifestazioni cinematografiche internazionali e riscuote sempre maggiore interesse anche in ambito critico.
Questo studio approfondito su una cinematografia “nuova ed emergente”, è il primo volume pubblicato sull’argomento nel nostro paese e analizza il fenomeno di una cinematografia che, pur avendo a disposizione modeste risorse economiche, è stata in grado in poco tempo di dar vita a un significativo cinema d’autore dalle caratteristiche critico-innovative. Il tutto evidenziando le tematiche che attraversano la società israeliana: dal problema del conflitto con il mondo arabo-palestinese alla condizione della donna, dai rapporti tra religione e laicità dello Stato ai temi della violenza e della guerra. Si tratta, dunque, di un testo importante per gli studiosi ma anche per quel pubblico curioso che non vuol fermarsi alle apparenze e alle notizie superficiali ma che intende invece affrontare tematiche altrimenti sconosciute.

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