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Katja Petrowskaja - Forse Esther - 07/06/2021 -


Forse Esther
Katja Petrowskaja
Adelphi

Una donna anziana, incerta sulle gambe, un po’ svanita, s’avventura per le strade di Kiev. Forse si chiama Esther. Anche i suoi parenti, dopo tanto tempo, hanno dimenticato il suo nome. È il 29 settembre del 1941, il giorno in cui gli ebrei, su ordine dei nazisti che hanno occupato la città, devono radunarsi tutti all’ora tale in piazza tale portando con sé «gli oggetti di valore». Non lo sanno, ma sono diretti a Babij Jar, un fossato nei pressi della città, dove solo quel giorno 35.000 persone saranno assassinate. Senza capir bene cosa sta succedendo, cosa deve fare, da che parte andare, la donna che forse si chiama Esther ferma una pattuglia nazista e chiede informazioni. Un ufficiale tedesco estrae la rivoltella e la uccide lì dov’è, in mezzo alla strada, senza «interrompere la conversazione, senza voltarsi del tutto, così, incidentalmente. Chi ha voglia di rispondere a domande così stupide?» È la scena capitale di Forse Esther, Adelphi 2014, il viaggio della giornalista e scrittrice Katja Petrowskaja, nelle proprie radici (l’ebraismo, l’URSS) e nei tenebrosi labirinti del XX secolo, dove a ogni svolta c’è un Minotauro di guardia, pronto a sbranare i viaggiatori.

Bisnonna dell’autrice, nonna di suo padre, che non ricorda più il suo nome perché da bambino l’ha sempre chiamata babuška, nonnina, l’immagine di questa vecchia donna che forse si chiamava Esther, uccisa da un «delinquente pallido» nietzschiano in una strada di Kiev, è la perfetta sintesi d’un secolo che non è stato affatto breve: il secolo di Auschwitz e Kolyma, di due guerre mondiali, della Rivoluzione culturale in Cina, delle pulizie etniche in Africa e nell’ex Jugoslavia, di Pol Pot, delle repubbliche islamiche. Un secolo d’inaudito progresso e d’inaudita barbarie che continua tuttora: l’ISIS, al Qaeda, la jihad cannibale del terrorismo islamista. Forse Esther è un grande libro sul lato oscuro della modernità, sul mondo dei carnefici e delle vittime, quelle mirate (i «giudei» sotto Hitler, i «borghesi» sotto il comunismo) e quelle colpite a caso dai kamikaze. Katja Petrowskaja viaggia dall’URSS (quando «l’intera Unione sovietica era in antitesi con la gravitazione e sognava di volare», o meglio gli anni in cui l’inno dell’aviazione russa cantava che «venimmo al mondo per far di fiabe il vero») all’altro paese delle meraviglie che aveva preso contemporaneamente il volo in Europa: Mauthausen, dove uno dei nonni di Katja Petrowskaja, che poi avrebbe impiegato quarant’anni per tornare a casa, riuscì miracolosamente a scamparla.

Ma non se la cavò, in Unione sovietica, uno zio di Katja Petrowskaja, Judas Stern. Con un anno d’anticipo su Marinus van der Lubbe, il giovane militante comunista (probabilmente manipolato dai servizi segreti nazisti) che nel 1933 avrebbe incendiato il Reichstag, Judas Stern uccise a Mosca, nel 1932, un diplomatico tedesco. Quasi certamente anche Judas Stern – il cui processo fu forse il primo degli spettacolari processi ideologici messi in cartellone dai sadici burattinai di Mosca – fu manipolato dai servizi segreti, «gli Organy», anche se non è ben chiaro a quale scopo (ma con i servizi segreti lo scopo non è mai chiaro). «Abbiamo definito sempre Organi questi poteri», scrive Petrowskaja spiegando in due parole cosa sia stato il XX secolo, «e in tal modo questi ultimi avevano potere sulla nostra sfera interna. Fin da bambina, mi immaginavo questi Organi, gigantesche viscere oscure […] e se uno ci mette piede, viene digerito ancora vivo, perché questa è la funzione degli Organi. Bastava che immaginassi di dover andare all’archivio della Lubjanka perché un’angoscia primordiale si impadronisse di me».

Diego Gabutti
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