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La Stampa Rassegna Stampa
15.01.2023 Iran, l'Occidente aiuti le donne
Intervista di Francesco Semprini a John R. Bolton

Testata: La Stampa
Data: 15 gennaio 2023
Pagina: 21
Autore: Francesco Semprini
Titolo: «John R. Bolton: 'Le donne hanno colpito la teocrazia sono loro la vera minaccia agli ayatollah'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 15/01/2023 a pag.21 con il titolo "John R. Bolton: 'Le donne hanno colpito la teocrazia sono loro la vera minaccia agli ayatollah' " l'intervista di Francesco Semprini.

Risultati immagini per francesco sempriniIran, manifestazioni e slogan contro il regime. Gli studenti in prima linea  nelle proteste - La Stampa
Francesco Semprini

John R. Bolton | The Federalist Society
John R. Bolton

«In questo momento il regime degli ayatollah è così debole e sotto pressione come mai lo era stato dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Il punto di forza di questa ondata di proteste sono le donne non più disposte a tacere. L'Occidente ha ora il compito di dare una mano all'opposizione». È nel corso di un evento organizzato dalla Foreign Press Association che John R. Bolton - già consigliere per la Sicurezza nazionale sotto il presidente Donald Trump e ambasciatore alle Nazioni Unite con George W. Bush - rispondendo a La Stampa, commenta in maniera articolata il movimento di protesta iniziato a settembre in Iran dopo la morte di Mahsa Amini mentre era sotto la custodia della polizia morale per aver indossato il suo hijab «in modo inappropriato».

Qual è la sua lettura politica della protesta? «Innanzitutto, coloro che all'interno dell'amministrazione di Joe Biden hanno esercitato pressioni o sollecitato il ritorno dell'Iran nel negoziato sul nucleare, dovrebbero rendersi conto senza più illudersi che ogni tipo di impegno da parte del regime di Teheran è vacuo, aleatorio, privo di ogni sostanza, inattendibile».

Che significato hanno le manifestazioni in Iran? «Le dimostrazioni a cui stiamo assistendo da tre mesi a questa parte nelle strade di tante città della Repubblica islamica sono il risultato di una nuova componente fondamentale di protesta che si va a sommare a una già esistente. Quest'ultima è il disagio economico al quale il popolo iraniano è costretto a vivere, e questo è qualcosa che si trascina da tempo e che già in passato con particolare evidenza nel 2019, aveva dato voce al risentimento dei cittadini con manifestazione che erano state represse con una certa violenza. A ciò si aggiunge la questione dei diritti delle donne, qualcosa di nuovo e profondo che mette in discussione la legittimità della teocrazia».

Cosa intende dire? «Quello a cui stiamo assistendo non è una disputa sul "dress code", ma è una disputa sulla legittimità di alcune disposizioni cardine del regime iraniano. Questo è un attacco ideologico diretto alla legittimità dell'Ayatollah secondo cui quelle regole, come il velo portato in un certo modo, sono inviolabili perché lo vuole dio. Significa mettere in discussione i pronunciamenti della leadership religiosa secondo cui nulla di ciò che dice può essere contestato perché nessuno più di lei sa cosa dice dio».

Oltre alle iniziative della società civile, i governi occidentali cosa possono fare per sostenere i manifestanti? «Bisogna ribaltare il regime in Iran, bisogna aiutare l'opposizione, non ci sono dubbi al riguardo. Solo così si può mettere fine a una dittature repressiva, garantire alle donne, e non solo, che i loro diritti vengano rispettati e, in ultima istanza, impedire a Teheran che continui a sostenere la Russia nella sua guerra di invasione contro l'Ucraina fornendo droni e missili».

Come si traduce materialmente questo appoggio? «Sostegno tecnologico ad esempio, fornendo strumenti di comunicazione affinché siano in grado di coordinare i propri sforzi, sostegno sul web per eludere le censure del regime ed aggirare i controlli dello stesso. La cosa straordinaria di queste manifestazioni è che non c'è un coordinamento centralizzato e nonostante questo vanno avanti in maniera sempre più decisa e sempre più ampia, nonostante la repressione del governo. Non ci sono comandanti né leader, contagiano il Paese in maniera spontanea, a dimostrazione della rabbia dei cittadini e del desiderio esplosivo di darne sfogo per rivendicare i propri diritti».

Il punto debole? «Paradossalmente è lo stesso, che si tratta di manifestazioni spontanee senza coordinamento centrale, e questo le rende, forse, meno efficaci, meno penetranti, meno offensive. Di fatto il regime ha una supremazia di forze in campo ed è per questo che l'opposizione necessita di un aiuto da parte dell'Occidente».

Non trova però che questa ondata di proteste abbia una magnitudo superiore rispetto a quelle del passato? «C'è un elemento che le manifestazioni di questi ultimi mesi hanno in più rispetto a quelle del passato. Ogni generale delle forze armate e ogni funzionario della Guardia rivoluzionaria ha una madre, una moglie, una sorella o una figlia. Ed è proprio ciò che la componente femminile delle loro famiglie dice ogni sera quando tornano a casa a fare la differenza. Non credo che queste donne tacciano dinanzi a quanto sta accadendo per le strade, nei tribunali e nelle prigioni di tutto il Paese».

Una spina nel fianco quindi? «Questa è la peggiore minaccia diretta agli ayatollah. Non dico certo che il regime cadrà tra trenta giorni, ma sono convinto che non è mai stato così indebolito e sotto pressione come ora dalla rivoluzione khomeinista del 1979».

Lei è stato un assertore dell'intervento militare in Iraq e Afghanistan e ha spinto per un'azione militare contro l'Iran per impedirgli di acquisire un'arma nucleare. Ne è tuttora convinto? «Se si stanno avvicinando all'obiettivo, (alla costruzione di una bomba nucleare, ndr) e non c'è altra alternativa, per la sicurezza di cittadini americani e della popolazione civile di tutto il mondo, userei la forza militare. Penso, e ho pensato per venti anni, che dovrebbe essere inserita nella dottrina americana sulla politica estera auspicare un cambio di regime in Iran eletto dal popolo».

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