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Antonio Donno
Israele/USA
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Trump vincerà? 03/07/2024

Trump vincerà?
Analisi di Antonio Donno

La decisione della Corte Suprema di considerare immune Donald Trump per i suoi atti ufficiali compiuti in veste di presidente, è un'altra vittoria per il candidato repubblicano. Sarà ancora lui il presidente degli Usa?

Per la prima volta dalla nascita degli Stati Uniti d’America la Corte Suprema, con sei voti a favore e tre contrari, ha concesso a Donald Trump – dopo la sconfitta nelle elezioni presidenziali del 2020 e l’assalto dei suoi fans a Capitol Hill il 6 gennaio 2021 – una parziale protezione nel processo a suo carico per quei fatti, unici nella storia della nazione americana. Ciò fornisce a Trump un ulteriore vantaggio nelle elezioni presidenziali del prossimo novembre, perché i suoi sostenitori, ma soprattutto la grande massa degli incerti, vedranno nella sentenza della Corte Suprema un motivo ulteriore di esclusione da ogni responsabilità di Trump in ragione della significativa immunità parziale concessa al tycoon per le accuse di aver fomentato la rivolta del 6 gennaio. Al di là dell’interpretazione fornita dalla Corte Suprema – interpretazione che sarà oggetto di svariate analisi nel corso del tempo –, il dato politico pregnante è che il candidato Trump si presenterà alle elezioni presidenziali forte di un ulteriore vantaggio presso l’elettorato americano.

     Infatti, quella parte dell’elettorato repubblicano – piccola, in realtà – che era assai incerta se confermare il proprio voto a favore di Trump, scegliendo di astenersi, ora che la Corte Suprema ha emesso il verdetto citato, si sente più rassicurata nel sostenere il proprio candidato. La vicenda giudiziaria, che coinvolge l’ex presidente americano, dunque, va nel tempo perdendo la sua carica politica anti-Trump, favorita in questo dalla debolezza politica e fisica di un Biden, che intende ripresentarsi nell’agone elettorale presidenziale. All’interno del mondo politico democratico la situazione si va definendo sempre più difficile, perché le condizioni critiche di Biden dovrebbero imporre una sua sostituzione con un altro candidato. Il problema è: quale candidato, a pochi mesi dalle elezioni, è in grado di fronteggiare la crescente forza elettorale di Trump?

     Occorre tener presente, inoltre, il ruolo che nelle elezioni avrà il mondo giovanile americano. Dai sondaggi fin ad ora effettuati sembrerebbe che la gioventù americana, sempre fortemente a favore del Partito Democratico, tenda questa volta ad astenersi dal voto, a rappresentare, secondo molti analisti americani, una volontà di indipendenza dai due principali partiti americani, in quanto ritengono che essi non rappresentino più i loro interessi.

     Un altro settore fondamentale che sosterrà Trump è costituito dalla grande comunità dei  common men che vive sugli Appalachi, in una regione dove il conservatorismo è una costante politica e sociale (come è descritta in una narrativa di grande valore per comprendere la mentalità di quelle zone), ma anche in buona parte delle grandi pianure, nelle quali persiste una visione della proprietà terriera – eredità della conquista del West nell’Ottocento – radicata nei valori comuni di quella gente. Il calo nei sondaggi del Partito Democratico, già tradizionalmente minoritario,  si rivela principalmente in queste immense regioni, dove i principi conservatori si oppongono con forza alle posizioni cosiddette progressiste di ampi settori del Partito di Biden, che si avvale di una classe politica ricca e potente, detestata dai common men americani.

     Un’attenzione particolare deve essere rivolta ai cinque milioni di ebrei americani, da sempre legati alla sorte del Partito Democratico. È una tradizione radicata negli Stati Uniti fin dalla nascita della nazione e rafforzata, nel corso del tempo, dall’amicizia tra Stati Uniti e Israele. Tuttavia, la politica di Biden di critica nei confronti della guerra di Netanyahu contro Hamas e, con ogni probabilità, anche contro Hezbollah, ha sollevato molte proteste all’interno del mondo ebraico americano. E a ragione. Tale critica è l’esito di una politica fallimentare del Partito Democratico nel Medio Oriente, dove la presenza dell’Iran, sostenuta da Russia e Cina, si fa sempre più evidente. La sconfitta definitiva di Hamas e la guerra contro Hezbollah per opera di Gerusalemme, è una necessità storica ineludibile per Israele, ma la posizione di Biden è talmente ambigua da non lasciare spazio al possibile sostegno da parte americana. Può essere avanzata un’ipotesi sull’ambiguità di Biden e soci: quella relativa alla possibile reazione diretta di Teheran, che costringerebbe Biden a intervenire militarmente nel conflitto. Ma le imminenti elezioni presidenziali americane inducono Biden a non fare un passo più lungo della gamba.

Antonio Donno
Antonio Donno     


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