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Antonio Donno
Israele/USA
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Che succede al Giornale? 10/04/2024

I critici di Israele falsificano i fatti
Commento di Antonio Donno

Benjamin Netanyahu è al centro di una vera campagna politica denigratoria a livello planetario. E vi aderisce, a modo suo, anche Il Giornale, con un pezzo di Gian Micalessin che dà già per fallita l'operazione militare a Gaza (che invece non è affatto terminata). E il direttore che fa? Niente, il pezzo esce.

La condanna di Israele, che si va amplificando a livello internazionale grazie anche all’assurda politica di Joe Biden nei confronti di Gerusalemme, si è trasformata nelle settimane in un contrasto politicamente violento contro Bibi Netanyahu, giudicato il vero responsabile della crisi mediorientale, oltre che l’artefice del massacro di migliaia di palestinesi nella Striscia di Gaza. Nei giornali di tutto il mondo Netanyahu è il centro di una campagna di condanna senza limiti, che pone Israele in una difficoltà politica come mai forse nei 75 anni della sua esistenza. Ieri, sul “Giornale”, Gian Micalessin ha dato prova di come Netanyahu sia il bersaglio di un inconcepibile giudizio politico che stravolge i fatti: “Restano però inesaudite – scrive Micalessin – le tre fondamentali promesse messe sul tavolo da Bibi Netanyahu ovvero la cancellazione di Hamas, l’eliminazione dei suoi leader e la liberazione degli ostaggi”. Una critica che sa di preconcetto.

     Il dato di fatto che Micalessin non tiene in considerazione – nella condanna dell’operato del leader israeliano – è che la guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza è tuttora in corso e che l’eliminazione di Hamas fa parte dell’esito finale della ripulitura di Gaza dalla presenza del gruppo terroristico. Come si fa, dunque, ad affermare che Netanyahu ha fallito nell’operazione in corso? Infatti, la decisione del governo israeliano di ritirare gran parte delle sue truppe dalla parte meridionale della Striscia risponde non tanto alle assurde imposizioni di Biden, quanto alla decisione di permettere a masse di cittadini di Gaza di trasferirsi verso il nord, dove gli israeliani hanno liberato la zona dalla presenza dei terroristi. Se questo trasferimento dovesse intensificarsi, l’enclave di Rafah sarebbe, a quel punto, a disposizione dell’ultimo, definitivo assalto contro Hamas. Si tratterà, però, di verificare quanti terroristi si mescoleranno alla gente della Striscia nel suo spostamento per evitare che il nord si ripopoli nuovamente di gruppi di Hamas. È un’operazione della massima importanza per evitare che i soldati di Israele possano essere presi alle spalle.

     In secondo luogo, l’eliminazione dei leader di Hamas è in corso. Alcuni sono già stati uccisi o sono morti sotto le macerie dei palazzi di Gaza, gli altri sono in una condizione di estrema difficoltà bloccati in qualche tunnel non ancora ripulito o all’interno degli insediamenti dei terroristi di Hamas a Rafah e dintorni. È una questione di tempo. Coloro che criticano Netanyahu fingono di ignorare che la guerra di Gaza non è una passeggiata per l’esercito di Israele e che la presenza nelle file di Hamas degli ultimi leader terroristi è un fattore di incoraggiamento alla resistenza dei propri uomini, pronti a morire per la causa. Dunque, la questione dell’eliminazione totale dei leader terroristi, pur essendo importante, non può essere imputata agli errori di Netanyahu, a meno che i critici del leader israeliano non ritenessero che i capi terroristi fossero tutti concentrati in una sola stanza a mangiare e a bere e che Netanyahu avesse imperdonabilmente fallito nel non avere individuato la stanza della fatidica ripulitura. C’è da mettersi le mani nei capelli.

     È del tutto ovvio, in conclusione, che la liberazione degli ostaggi rappresenta il punto dolente di tutta l’operazione. Gli incontri che si sono tenuti sinora a Doha e al Cairo non hanno dato frutti positivi. Hamas sa che la questione degli ostaggi è fondamentale per la sua sopravvivenza. Per questo motivo, pretenderà da Israele ciò che Israele non può dare. Quando si parla dell’incapacità del governo israeliano di proporre una soluzione politica per la gestione futura della Striscia, non si tiene conto del fatto che questo problema è successivo alla fine delle ostilità, che, secondo i critici di Netanyahu, può avvenire soltanto dopo che Israele avrà abbandonato la Striscia, cosa che non ha alcun senso.

     Coloro che vogliono le dimissioni del governo di Israele sanno bene che, se ciò dovesse avvenire, le nuove elezioni avverrebbero nel contesto di una guerra non ancora terminata, fattore che avvantaggerebbe Hamas e gli amici di Hamas sparsi dappertutto. È scandaloso, è immorale che i critici di Israele abbiano dimenticato ciò che è avvenuto il 7 ottobre dello scorso anno e che la risposta armata di Israele sia stata un obbligo morale e materiale a difesa di un popolo colpito dal terrorismo più bieco che ha nei suoi progetti la distruzione dello Stato di Israele. L’antisemitismo sta assumendo nuovi connotati.

Antonio Donno
Antonio Donno


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