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Antonio Donno
Israele/USA
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L’Unione Sovietica come “terra inumana” nella testimonianza di Jósef Czapski 14/05/2023
L’Unione Sovietica come “terra inumana” nella testimonianza di Jósef Czapski
Analisi di Antonio Donno

La terra inumana | Józef Czapski - Adelphi Edizioni

Pubblicato per la prima volta in Francia nel 1949, poi nel 1951 in Gran Bretagna, nel 1967 in Germania e nel 1982 in Polonia, ma in un’edizione clandestina, solo ora appare in Italia, per le Edizioni Adelphi, La terra inumana, libro di memorie di Jósef Czapski (1896-1993), ufficiale polacco durante gli anni del secondo conflitto mondiale e successivamente pittore, scrittore, memorialista, critico d’arte. A che cosa si riferisce l’autore quando parla di “terra inumana”? All’Unione Sovietica e ai crimini che Mosca perpetrò nei confronti del popolo polacco. Già nella premessa Czapski è esplicito al riguardo: “Via via che scrivevo non si attenuava in me, ma anzi cresceva, la consapevolezza della tragica antinomia che oppone la Polonia e la Russia, le nostre concezioni della vita, i nostri percorsi storici” (p. 14). Tutto il libro di memorie di Czapski è segnato da questa distanza esistenziale tra le due culture, distanza che in quegli anni e per tutto il secondo dopoguerra, fino al crollo del comunismo, ha visto il popolo polacco perseguitato e mortificato dal comunismo sovietico.

Józef Czapski - Wikipedia
Jósef Czapski

     Nel 1939 viene firmato il patto tra tedeschi e sovietici per la divisione della Polonia, ma nell’agosto del 1941 la Germania invade l’Unione Sovietica. Nel breve volgere di due anni i polacchi si trovano alla mercé dei nazisti e poi dei comunisti sovietici e Czapski vive le due esperienze. Quando la Germania invade l’Unione Sovietica, Mosca decide di “amnistiare” i polacchi e l’autore beneficia della “generosità” dei sovietici purché si impegni, insieme a molto altri ufficiali polacchi, a costituire un esercito polacco per affrontare i nazisti. I polacchi, dunque, in precedenza deportati nelle lande più estreme della Russia perché accusati di essere filo-nazisti, sono sottoposti a una requisizione massiccia e considerati “fratelli” dai sovietici; Czapski, dunque, è incaricato dal governo polacco in esilio a Londra di viaggiare nelle aree più desolate e misere dell’Unione Sovietica per assemblare i polacchi deportati e dispersi.

    Per Czapski è un’esperienza estrema. Prima in un campo di concentramento sovietico perché considerato, come tutti i polacchi, filo-nazista, ma al momento dell’accordo tra polacchi e sovietici egli è, al pari dei suoi connazionali, “amnistiato” e poi incaricato di contribuire alla costituzione di un esercito polacco al fianco delle armate sovietiche. Il viaggio nella “terra inumana” è per Czapski una scoperta tremenda: comprende che cosa è il comunismo sovietico e lo descrive in questo libro di memorie di grande importanza. Eppure, all’inizio della guerra tra Germania e Unione Sovietica, i polacchi vedono nella resistenza russa al nemico un motivo di grandi prospettive per il proprio avvenire: “[…] Noi pazzi di euforia, di speranza. La libertà, la formazione dell’esercito, la steppa, le peregrinazioni in Russia alla ricerca dei compagni dispersi e uccisi, il Turkestan, l’evacuazione” (p. 370). Tutte speranze vane, perché la realtà sovietica si dimostra ben diversa: le cosiddette “energie morali della ‘grande democrazia’” (p. 371) si rivelano di una falsità mostruosa. Quando il lungo viaggio di Czapski tocca la tappa sovietica e la percorre nelle lande più desolate, l’autore si rende conto di una realtà estrema: malattie di ogni tipo, mancanza di cure mediche, fame, famiglie intere allo sbando, bambini macilenti, un’umanità al limite della distruzione, eccidi degli oppositori. Nel suo libro Czapski riassume questa sua esperienza in poche parole terribili: “Vorrei uscire nudo da quel passato, senza nessun oggetto che mi leghi a esso” (ibid.).

     Ma quell’esperienza così traumatica non può essere cancellata dalla memoria. Urge nella mente di Czapski. Gli impone di rivelarla al mondo. Lo costringe a descrivere che cosa fosse quella “terra inumana”. Si ammala ripetutamente, ma sopravvive grazie alle cure di cui può usufruire in quanto incaricato di una missione fondamentale: cercare i polacchi in ogni parte delle lande sovietiche per costituire un esercito contro i nazisti. Una volta uscito dalla Russia ed entrato in Persia, in una realtà ben diversa, in una “terra umana”, Czapski ha bisogno di un nuovo taccuino, elegante, con una copertina turchese, in caratteri persiani dorati, simbolo di una nuova, più degna esperienza: “Mi ci butto come un alcolizzato sulla vodka. Potrò finalmente scrivere senza il terrore di una perquisizione […]” (p. 372). La permanenza in Persia è per Czapski occasione di recupero di una vita degna di essere vissuta.

     In appendice, è pubblicato uno scritto di Czapski di fondamentale importanza: “La verità su Katyn’”, apparso su «Gavroche» il 12 maggio 1948. Si tratta del primo lavoro in assoluto sulla vicenda di Katyn’, stilato da Czapski nella sua funzione di capo dell’Ufficio ricerche scomparsi. Egli si recò a Katyn’, luogo vicino a Smolensk, e stilò un primo documento sull’eccidio di migliaia di ufficiali polacchi, con un colpo alla nuca, i cui corpi furono gettati in fosse comuni. Iniziò una lunga disputa tra tedeschi e sovietici su quale esercito fosse l’autore del massacro, disputa che si protrasse fino al processo di Norimberga. Quando, però, furono esumati i corpi degli ufficiali polacchi, si constatò che in quei corpi erano presenti un gran numero di giornali e di lettere inviate dai familiari ai prigionieri e lettere che  gli stessi defunti non avevano avuto il tempo di spedire. “Nessuno di questi documenti – scrive Czapski – reca una data successiva all’11 maggio 1940. […] La conclusione è la seguente: l’eccidio ha avuto luogo nell’aprile-maggio del 1940, un anno prima che l’esercito tedesco giungesse in quelle terre, e dunque è stato opera dei russi” (p. 411. Il corsivo è nel testo di Czapski). Czapski è netto nelle sue conclusioni: “L’uccisione di alcune migliaia di ufficiali polacchi non può essere avvenuta che per ordine delle autorità supreme, con il beneplacito di Stalin” (p. 412). Solo nel 1990, dopo lunghe analisi e dispute, l’Unione Sovietica ammise la propria responsabilità nell’eccidio di Katyn’.

     Il libro si chiude con un pregevole scritto di Andrea Ceccherelli, “‘Servire la verità’. Un profilo di Józef Czapski”, nel quale è descritta la vita e l’opera del polacco in Europa e negli Stati Uniti, la sua imprescindibile testimonianza nei lunghi anni del dopoguerra, fino alla sua morte, e, conclude Ceccherelli, “quando i libri non c’erano, suppliva la memoria, che è fonte di salvezza, come aveva imparato dal suo amato Proust”.

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Antonio Donno

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