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Antonio Donno
Israele/USA
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Debole e ambigua è la politica mediorientale degli Stati Uniti 22/04/2023
Debole e ambigua è la politica mediorientale degli Stati Uniti
Analisi di Antonio Donno

A destra: Joe Biden

La distanza politica che oggi separa gli Stati Uniti da Gerusalemme non è dovuta esclusivamente ai recenti eventi politici in Israele, relativamente alle profonde contestazioni da parte di un ampio settore della società nei confronti del varo di una legge sulla Corte Suprema e della formazione di un nuovo governo Netanyahu con i partiti religiosi. Alla base di questa separazione v’è l’assenza di una politica efficace americana per il Medio Oriente. Questa assenza data dagli anni della presidenza Obama, la cui politica internazionale ha avuto effetti deleteri fino ai nostri giorni. Con Trump si ebbero fatti positivi per Israele, a proposito della firma degli “Accordi di Abramo” con alcuni Stati arabi sunniti, ai quali il presidente americano aderì senza indugio. Ma per il resto della situazione complessiva del Medio Oriente, gli Stati Uniti di Trump continuarono sostanzialmente a essere assenti, o quasi, da quello scenario. Trump annullò gli accordi che Obama aveva stabilito con l’Iran nel 2015, ma nient’altro di propositivo.

     Quando oggi, in presenza del nuovo governo di Netanyahu, si commenta che gli Stati Uniti abbiano preso le distanze da Israele per le ragioni accennate in precedenza, si commette un errore. Washington si è allontanata politicamente dal quadrante politico del Medio Oriente a partire dai due mandati presidenziali di Obama e ciò è proseguito fino a oggi con la presidenza di Joe Biden. La ragione è tutta nei contrasti interni alla compagine governativa dei democratici americani, il cui baricentro è passato progressivamente verso sinistra, verso gli eredi delle posizioni di Obama, la cui influenza sul governo di Biden è ancora chiara. È questo il quadro politico che continua a prevalere nella gestione delle relazioni internazionali degli Stati Uniti. Il ritiro precipitoso dall’Afghanistan è stato il momento-chiave, l’espressione più evidente di un allontanamento politico dalle questioni del Medio Oriente, che resta uno degli scacchieri più problematici del sistema politico internazionale.

     Dunque, la forte critica dell’Amministrazione Biden nei confronti del nuovo governo di Netanyahu e dei suoi progetti rappresenta soltanto un episodio – il più critico in assoluto – dell’atteggiamento politico di Washington nei confronti di Israele a partire – come si diceva – dalla fine degli anni di Obama e che si è manifestato con oscillante pressione, ma senza soluzione di continuità, anche durante i governi di Naftali Bennett e Yair Lapid. La questione fondamentale è sempre la stessa: la presunta “non-volontà” di Israele di accondiscendere alla creazione di due Stati, uno ebraico, l’altro palestinese, quando la storia ha dimostrato ripetutamente che i palestinesi hanno più volte rifiutato questa soluzione nel corso degli anni che vanno dalla fine della prima guerra mondiale a oggi. A ciò, nel tempo, si sono aggiunte questioni relative alla colonizzazione di terre della West Bank da parte degli israeliani, e via dicendo. Sono problemi di lunga data, alla base dei quali resta immutata
 la concezione palestinese per la quale Israele dovrebbe scomparire per lasciar posto ad un unico Stato, quello palestinese.

     Nell’ultimo numero di “Limes” (3/2023), è pubblicata un’intervista a Dov S. Zakheim, già sottosegretario alla Difesa americana e oggi presidente del Foreign Policy Research Institute. Secondo Zakheim, “l’America si preoccupa dell’Iran almeno quanto Israele”: affermazione a dire poco curiosa, visto che gli Stati Uniti sono quasi totalmente assenti dal quadrante mediorientale, per la qual cosa è assurdo sostenere che “Washington crede di poter gestire i rapporti con Teheran con un ventaglio di opzioni abbastanza ampio”. Ma quali sono queste opzioni? Finora, quale di queste opzioni è stata messa in campo dall’Amministrazione Biden? Dopo l’annullamento, da parte di Trump, degli accordi stipulati da Obama con Teheran nel 2015, gli Stati Uniti hanno mantenuto un atteggiamento di attesa nei confronti dell’Iran, senza rinunciare, invece, a contestare, di volta in volta, i comportamenti di Israele nella regione.

     “L’America ha tutto l’interesse a mantenere la regione stabile”, afferma Zakheim. Ma in che cosa consiste questa stabilità? Teheran è a un passo dal completamento del suo programma nucleare, un programma che i governanti dell’Iran hanno sempre dichiarato finalizzato alla distruzione del loro nemico storico, Israele. Una volta in possesso dell’arma nucleare, come farà Washington “a mantenere le regione stabile”? Quale opzione del ventaglio sarà utilizzata? Diciamo la verità: è l’America di Biden ad essere “stabile” nella sua assenza di una politica attiva per il Medio Oriente.

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Antonio Donno
 

    

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