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Antonio Donno
Israele/USA
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'Due popoli-due Stati', il solito ritornello 27/09/2022
'Due popoli-due Stati', il solito ritornello
Analisi di Antonio Donno

Israele ha un nuovo primo ministro, provvisorio - Il Post
Yair Lapid

Il primo ministro d’Israele, Yair Lapid, ha recentemente affermato che la soluzione dell’annosa questione israelo-palestinese è la creazione di due Stati, uno ebraico, l’altro palestinese. Non è una novità. Lo stesso Netanyahu, a suo tempo, aveva affermato la stessa cosa. Il problema di fondo è che i palestinesi, nelle loro varie distinzioni organizzative, rifiutano una soluzione di questo tipo, rivendicano il possesso della terra oggi Stato di Israele e continuano a sostenere che in quel territorio debba esistere un solo Stato, quello palestinese. Quanto agli israeliani che oggi vivono nel loro Stato nel numero di circa nove milioni, la soluzione è tutta da vedersi. Dunque, lo stallo continua con buona pace dei sostenitori che a livello internazionale, con una monotonia asfissiante, reiterano la solita tiritera, senza crederci, peraltro.

     Le elezioni politiche, che si terranno in Israele il prossimo primo novembre, inducono a una grande prudenza sulle affermazioni di Lapid. Netanyahu ha criticato il primo ministro, perché un’affermazione di questo genere potrebbe produrre un clima politico sfavorevole al Likud in vista delle elezioni. Netanyahu sa bene che il proprio elettorato è contrario a questa ipotesi, giudicata estremamente pericolosa, e che la situazione attuale a livello internazionale non consente di fare passi di questo genere. Per quanto una parte degli israeliani non sia, in via di principio, sfavorevole a questa soluzione, il mondo economico di Israele non vede di buon occhio una modifica dello statu quo della regione che potrebbe causare scossoni importanti. Israele oggi conta uno sviluppo economico impressionante, anche se il costo della vita è per molti pesante.

     Il quadro internazionale è oscuro e questo non consente di alterare l’attuale situazione mediorientale, ammesso e non concesso che un governo israeliano uscito dalle elezioni sia incline a un passo storico di questo genere. La crisi della Russia di Putin e l’eventuale utilizzo, da parte di Mosca, dell’arma atomica per vincere la guerra d’Ucraina è una questione di una gravità eccezionale, tale da non indurre alcuna potenza a mettere mano in alcun modo ad altre questioni di importanza globale, come quella israelo-palestinese. La Cina di Xi non ha gradito affatto l’impresa di Putin, impresa che si sta dimostrando negativa, ma non lo può dire apertamente.

     Una posizione incerta sulla questione israelo-palestinese riguarda l’Amministrazione Biden. Benché il governo democratico americano abbia sempre sostenuto la soluzione dei “due popoli-due Stati”, l’attuale crisi internazionale lo ha costretto a mettere momentaneamente da parte il problema, anche in attesa dell’esito delle elezioni politiche in Israele. In sostanza, finché durerà la crisi ucraina, nessuna iniziativa sarà assunta dagli Stati Uniti in quella regione. Del resto, le elezioni di medio termine del prossimo otto novembre – elezioni che potrebbero modificare le maggioranze di Camera e Senato – impongono al governo Biden di non aggiungere altre questioni (oltre a quella russo-ucraina) nell’agenda internazionale di Washington.

      Come è noto, i Paesi arabi sunniti hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo senza tener conto della questione israelo-palestinese. Per loro tale questione è un peso politico ed economico che non vale più la pena di sostenere. L’economia israeliana è così forte da indurli a rafforzare i legami con Gerusalemme e a creare, in questo modo, uno spazio di collaborazione con Israele a tutti i livelli. Tutto ciò che potrebbe danneggiare tale rapporto è fuori discussione. Dunque, la questione-cardine del Medio Oriente è per ora passata in secondo piano: la crisi internazionale sul problema dell’Ucraina è così grave da accentrare su di sé ogni preoccupazione per gli equilibri globali. Il problema israelo-palestinese, tuttavia, è una spina che rimane nel fianco della politica internazionale.

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Antonio Donno

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