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Antonio Donno
Israele/USA
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Il significato della crisi del Kazakhstan 08/01/2022
Il significato della crisi del Kazakhstan
Analisi di Antonio Donno

La parte occidentale dell’area centro-asiatica è in grave subbuglio, anche se per ragioni apparentemente diverse. Apparentemente, perché sia l’Afghanistan, sia oggi il Kazakhstan covano da molto tempo una ribellione popolare contro i propri regimi autoritari e le condizioni generali di vita. Tutto è accaduto in tempi diversi. Prima della seconda conquista talebana, l’Afghanistan aveva goduto, soprattutto nei centri urbani più evoluti, degli esiti di una ribellione interna sostenuta dagli Stati Uniti e dalla Nato. Sembrava che il Paese stesse vivendo una svolta definitiva verso la libertà e la modernità. Illusioni. Oggi, a causa del ritiro dell’Occidente, l’Afghanistan è tornato a essere un paese dominato da un dispotismo assoluto, che sta rapidamente cancellando ogni parvenza di libertà.

Kazakhstan: Why are there riots and why are Russian troops there? - BBC News

La stessa cosa accade in Kazakhstan. In questo Paese la mano della Russia è sempre stata pesante grazie alla sottomissione a Mosca degli autocrati locali che l’hanno governata. Pur essendo un Paese ricchissimo di materie prime, le condizioni di vita della popolazione erano grame e, di conseguenza, covava da tempo una ribellione sempre più intensa, anche se ferocemente controllata dal potere filo-russo. La crisi del gas, dunque, è soltanto la scintilla che ha fatto scoppiare l’incendio, nella forma di una rivolta violentissima che ha causato molti morti e feriti. La violenza dell’assalto e quella della repressione stanno a dimostrare fino a quale punto di esasperazione il malcontento della gente è arrivato. Ora l’intervento delle truppe dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) nella capitale Astana – organizzazione che raggruppa i Paesi islamici ex-sovietici e la Russia, ma che è in mano di quest’ultima – sembra aver rimesso le cose a posto. La richiesta dell’intervento russo da parte degli autocrati kazaki sta a dimostrare come il Paese sia un’appendice della Russia di Putin.

Ma è importante dare uno sguardo generale alla situazione dell’Asia centro-occidentale, una volta sovietica, per comprendere come quest’immensa regione sia oggi divenuta il centro di una possibile crisi di più vaste proporzioni. Tra l’Afghanistan e il Kazakhstan sono situati quattro Paesi islamici anch’essi ex-sovietici: Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, le cui condizioni economiche non si differenziano da quelle del Kazakhstan. Non risulta, per ora, che in questi quattro Paesi sia presente un’opposizione; tuttavia, la loro posizione nel grande corridoio che separa Afghanistan a nord e Kazakhstan a sud e che ad occidente porta al Mar Caspio e a oriente alla Cina potrebbe risentire degli effetti della situazione instabile di Afghanistan e Kazakhstan. Anche per questo motivo, Putin è assai preoccupato e ha accolto immediatamente la richiesta dei dirigenti kazaki di intervenire per sedare la rivolta. Si vedrà se l’intervento russo sarà sufficiente.

Dopo il ritiro di Washington e della Nato dall’Afghanistan, l’Asia centrale è di esclusivo dominio della Russia e della Cina. Benché il governo di Biden affermi che il progetto americano sia di rafforzare la presenza occidentale nell’Indo-Pacifico, il controllo russo dell’Asia Centrale avrà i suoi riflessi, in termini di prestigio e di minacciosa influenza, sui Paesi asiatici filo-americani lungo le sponde del Pacifico: Giappone, Corea del Sud, Taiwan. I fatti del Kazakhstan hanno dimostrato ancora una volta la debolezza della politica internazionale di Biden. Il portavoce del Dipartimento di Stato ha così commentato gli eventi: “Vigiliamo su eventuali azioni che possano gettare le basi per una presa di controllo delle istituzioni del Kazakhstan”. Il fatto è che le istituzioni del Kazakhstan sono sempre state saldamente nelle mani di Mosca e che tremila soldati russi sono entrati nella capitale kazaka Astana e stanno soffocando nel sangue la rivolta. Il comunicato di Washington è penoso, perché dimostra la profonda incertezza di Biden e soci nel dare consistenza a una politica internazionale americana che riporti il Paese a confrontarsi con successo con Russia e Cina, i due paesi dittatoriali che oggi dominano, nei fatti, la scena politica internazionale. Non parliamo dell’Unione Europea e della Nato, fantasmi in un mondo che sta perdendo i fondamenti della democrazia.

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Antonio Donno

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