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Antonio Donno
Israele/USA
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Interrogativi sulla ripresa dei negoziati a Vienna 01/11/2021
Interrogativi sulla ripresa dei negoziati a Vienna
Analisi di Antonio Donno

Dopo l’elezione dell’oltranzista Raisi a primo ministro dell’Iran e la composizione del suo team con la nomina di personaggi fedeli al suo orientamento politico, Teheran ha annunciato che riprenderà i colloqui di Vienna con gli Stati Uniti di Biden. È facile prevedere che il nuovo governo iraniano, centrato su una visione politica incline a non cedere a compromessi sulla spinosa questione del nucleare e dei missili balistici a testata nucleare, assumerà una posizione ancora più ferma, come più netto sarà l’indirizzo politico a fare dell’Iran la potenza determinante negli equilibri del Medio Oriente e il nemico numero uno di Israele. Il nucleare e l’egemonia nella regione sono i due punti-cardine del progetto politico di Raisi.

Il regime iraniano, con Raisi, non cederà nulla sul problema del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa); anzi, è molto probabile che rifiuterà ogni intromissione di agenzie internazionali per il controllo periodico sul rispetto degli accordi, se verranno stipulati secondo la volontà di Teheran. A questo punto, l’irrigidimento di Teheran porrà gli Stati Uniti in una grave situazione politica; e con essi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le sanzioni economiche imposte da Trump all’Iran, sanzioni che hanno impoverito il livello di vita della popolazione iraniana, non sono state ritirate dall’Amministrazione Biden. Di conseguenza, se il governo iraniano dovesse mantenere una posizione oltranzista sulla questione del Jcpoa, Biden e i suoi non potranno che confermare le sanzioni e imporne eventualmente delle altre. Tutto sta a vedere se all’interno dell’Amministrazione americana i membri di sinistra e i loro sostenitori accetteranno un inasprimento della politica sanzionatoria americana nei confronti del regime di Teheran. A questo punto, paradossalmente, i problemi non riguarderanno più l’Iran, ma gli Stati Uniti, il cui governo sarà diviso tra coloro che parteggiano per le ragioni del regime iraniano e coloro che intenderanno assumere posizioni più nette nei confronti del Paese degli ayatollah. Sarà l’esito negativo di un Partito Democratico che ha vinto le elezioni presidenziali americane coalizzando forze di tendenze diverse, se non opposte, nei confronti della politica americana verso il Medio Oriente. Biden e Blinken avranno una bella gatta da pelare.

La questione del Jcpoa è strettamente connessa al più generale problema dell’assetto attuale del Medio Oriente e, in particolare, della posizione di Israele di fronte al nuovo regime oltranzista iraniano. Il dato certo sulla mappa politica della regione sono gli Accordi di Abramo, firmati da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, cui si sono aggiunti successivamente Marocco e Sudan. In quest’ultimo Paese, in verità, il recente colpo di Stato militare rappresenta un interrogativo rilevante sulla continuità della sua presenza negli accordi. Comunque, gli Accordi di Abramo hanno segnato una svolta epocale nella storia del Medio Oriente, una svolta che mette in difficoltà le tendenze egemoniche nella regione da parte dell’Iran. Ma il nuovo governo di Teheran, se dovesse spuntarla sulla questione del Jcpoa, acquisirebbe un prestigio considerevole soprattutto presso i popoli dell’area e in essi di quelle fazioni minoritarie che vedono nell’oltranzismo del nuovo governo di Teheran un importante punto di riferimento politico e militare nella lotta contro Israele. Teheran possiede di fatto il Libano ed è dominante sulla scena politica dell’Iraq, oltre che parte rilevante nello scenario convulso della Siria. Se a questo si dovesse aggiungere una nuova alzata di testa di Teheran come esito dei negoziati con Washington, allora la situazione mediorientale si rimetterebbe in movimento, in senso negativo.

Tutto è sulle spalle degli Stati Uniti. I negoziatori americani dovranno tenere una posizione ferma sul Jcpoa, in particolare sulle ispezioni internazionali, che dovranno essere puntuali e soprattutto libere di vagliare scientificamente i gangli cruciali dei laboratori nucleari iraniani – cosa che era stata impedita dal precedente governo di Teheran –, oltre che essere fermi sulla questione dei missili balistici a testata nucleare, la cui costruzione deve essere negata senza compromessi nei documenti finali.

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Antonio Donno

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