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Antonio Donno
Israele/USA
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Gli accordi tra Iran e Cina e le loro conseguenze 11/05/2021
Gli accordi tra Iran e Cina e le loro conseguenze
Analisi di Antonio Donno

Iran's Increasing Reliance on China | The Iran Primer

Il 27 marzo 2021 i ministri degli Esteri di Iran e Cina hanno firmato un accordo, il Joint Comprehensive Strategic Partnership, della durata di 25 anni, che comprende lo scambio di petrolio iraniano, di cui la Cina ha un bisogno sempre più pressante, in cambio della realizzazione in Iran, da parte cinese, di infrastrutture di vario tipo, dalle telecomunicazioni e tecnologie dell’informazione ai sistemi di trasporto, per un valore di circa 400 miliardi di dollari. Tale accordo pone una questione strategica molto importante per la politica americana di riavvicinamento all’Iran e di riconferma delle posizioni egemoniche di Washington nel Medio Oriente e nel Golfo Persico. Di conseguenza, i progetti di Biden non potranno non tener conto di questa nuova realtà, che rappresenta il momento per ora più significativo della penetrazione cinese nella regione, ai confini del Mediterraneo Orientale.

II punto nevralgico dell’impegno cinese in Iran riguarderà la collaborazione nel campo dell’intelligence e della sicurezza, nella prospettiva di porre la Cina nelle condizioni di esercitare un’influenza sempre più ampia e pervasiva nell’arena mediorientale, con evidenti proiezioni nel Mediterraneo e, nello stesso tempo, di assicurare a Teheran un recupero delle sue capacità di provvedere ad una significativa azione di counter-intelligence, soprattutto nei confronti di Israele. Così, questo mare cruciale nel sistema strategico internazionale potrà essere sottratto all’influenza americana e della Nato, che dal secondo dopoguerra ad oggi hanno garantito la presenza esclusiva dell’Occidente dalle coste della cosiddetta Asia Minore (così, un tempo erano definite le coste asiatiche che erano lambite dal Mediterraneo orientale). Il “mare americano” rischia di divenire un “mare cinese”: questa è la realtà che si prospetta alla politica internazionale di Washington.

China & Iran. New research on internationalization of R&D and Innovation  System. - Alberto Di Minin

Occorre trarre alcune importanti conseguenze dell’accordo Iran-Cina. Mentre la Cina prosegue nella sua penetrazione diplomatica e politico-economica nel Medio Oriente e nel Golfo Persico, perseguendo un itinerario che non incontra alcuna opposizione, ma anzi un’evidente disponibilità delle controparti, gli Stati Uniti hanno di fronte un groviglio di problematiche che si sono accumulate nel corso del tempo e che li pongono in una condizione di difficoltà rispetto a Pechino. Innanzitutto, la questione iraniana. L’accordo sino-iraniano è di una tale portata strategica che il regime di Teheran può utilizzarlo come punto di forza politico-diplomatico nelle trattative con Washington finalizzate alla ripresa del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) sullo sviluppo del nucleare iraniano. Insomma, le sanzioni imposte da Trump, che mortificano il livello di vita della popolazione dell’Iran, non rappresentano un problema interno tale da preoccupare le strategie internazionali del regime degli ayatollah. È probabile che l’accordo con la Cina sia considerato da Teheran come una prima fase di una collaborazione che potrà portare risultati positivi anche sul piano dell’economia del paese.

In secondo luogo, Washington dovrà dare sostanza politica agli Accordi di Abramo. Essi rappresentano un punto di forza che Trump ha lasciato in eredità a Biden e che la nuova Amministrazione americana dovrà ulteriormente sostanziare ponendosi come fattore di collegamento tra Israele e i paesi arabi sunniti che hanno sottoscritto gli accordi. Teheran sta mettendo in atto un’azione diplomatica a largo raggio, nell’intento di stabilire una cooperazione con quei paesi e così sostituirsi agli Stati Uniti e, di conseguenza, erodere lentamente la sostanza degli Accordi di Abramo. L’Amministrazione Biden dovrà abbandonare ogni atteggiamento negativo nei confronti di Gerusalemme, se vorrà impedire alla Cina di porsi come la vera alternativa agli Stati Uniti nei rapporti politico-economici con i paesi arabi sunniti, isolando così Israele e vanificando i contenuti degli Accordi di Abramo.

Infine, il “problema palestinese”. Per ora, la Cina non ha alcun interesse ad inserirsi nella spinosa questione. Sa che il mondo arabo ha preso le distanze da una problematica che gli ha causato solo svantaggi diplomatici, politici, economici. Se l’Amministrazione Biden dovesse impelagarsi nuovamente nel “problema palestinese”, ne ricaverebbe soltanto un groviglio di difficoltà che danneggerebbe la sua posizione nell’arena mediorientale, a tutto vantaggio della Cina.

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Antonio Donno

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