lunedi` 16 maggio 2022
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

I musulmani sono infelici nei paesi in cui vivono, in uno solo sono felici, quale? (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






 
Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
<< torna all'indice della rubrica
Dalla parte dell’Ucraina, del resto si parlerà dopo 01/04/2022
Dalla parte dell’Ucraina, del resto si parlerà dopo
Analisi di Giovanni Quer

File:Flag of Ukraine.jpg - Wikipedia

 Proprio com’era vent’anni fa il dibattito su Israele, oggi è l’Ucraina che è diventata il campo di battaglia degli schieramenti ideologici, devastata dalla guerra che Putin ha dichiarato all’Occidente. Chi ammira Putin perché proietta l’immagine di un leader forte ha in sé quell’ammirazione sordida per le politiche spietate contro il pluralismo e la diversità. La stessa ammirazione che avevano quelli che hanno coltivato inclinazioni per altri dittatori come Fidel Castro, l’Ayatollah Khomeini e Saddam Hussein. Diverse le motivazioni ideologiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra, che in percorsi retorici misti di slogan e riferimenti storici raffazzonati hanno un unico punto in comune: l’odio antiamericano. I tanto vituperati Stati Uniti che sarebbero colpevoli delle peggiori nefandezze dal Vietnam all’Afghanistan e dei peggiori crimini commessi contro i nativi d’America e i neri. Poco importano agli stessi antiamericani le sorti di altri nativi della Russia asiatica, della Cina e del Medio Oriente, travolti nel corso della storia dagli imperialismi degli zar, del comunismo, e dei fascismi nazionalisti che hanno tentato di modellare la realtà in base a un’idea di mondo perfetto dettata da ideologi e clerici. L’odio antiamericano allinea destra e sinistra nei ranghi dell’anti-atlantismo che ha in odio il capitalismo e il dominio culturale occidentale. Vetero-comunisti, vetero-fascisti e vetero-islamisti concordano nel disgusto dell’Occidente, immorale, decadente e debole.


Volodymyr Zelensky

Tanto immorale da permettere a gay e lesbiche di sposarsi e far figli; tanto decadente da permettere il dibattito sulle piaghe sociali del razzismo, dell’intolleranza e del sessismo; tanto debole da avere in sé il germe del cambiamento che consegue al libero dibattito delle idee e allo scontro anche feroce delle opinioni. Quanto orrore fa questo mondo verso cui tutti vogliono correre quando c’è una crisi e dove tutti vogliono abitare. Quanto schifo fa questo mondo occidentale dove i figli delle nomenclature di tutti i regimi mandano i loro figli a educarsi e far carriera. Quanto disgusto fa questo mondo dal quale nessuno scappa né verso Teheran né verso Mosca – se non Roger Garaudy che in Iran si è sentito libero di negare la Shoah e Gérard Depardieu che è volato qualche volta a Mosca per pagare meno tasse. Tutto è colpa dell’Occidente, accusato e interpretato secondo quelle matrici politiche e ideologiche che nascono proprio dai regimi dittatoriali tanto ammirati da chi ha ancora il vezzo comunista o il tocco fascista.

Se in Medio Oriente regna il caos, è perché l’America ha invaso l’Iraq. Se la gente muore di fame è colpa della Coca Cola. Se la gente è ignorante è perché la pop culture trionfa. Se non si sa più farsi il sugo in casa è per colpa degli hamburger. Se Putin ha deciso di radere al suolo Kharkiv, Mariupol e Kiev, è perché la NATO lo ha provocato e l’Europa non si è ribellata. Mentre degli ucraini poco interessa a nessuno. Considerati dai russi un non-popolo, e dagli altri Stati nella regione dei selvaggi, gli ucraini sono stati oggetto di domini e imperi, il cui spirito nazionale è nato nelle campagne e il cui padre della patria, Taras Shevchenko, era un servo di proprietà di una nobile famiglia russa. L’ucraino era parlato dai contadini e dai servi di città, mentre a Kiev si parlava russo e a Leopoli il polacco. Ancora in molti pensano che l’ucraino sia poco più di un dialetto.

Forse varrebbe la pena leggere Oksana Zabuzhko, il cui libro “Field Work in Ukrainian Sex” potrebbe esser d’ispirazione a molte femministe occidentali. Oppure qualche poeta del gruppo neo-futurista “Il Cardo Rosso” che ha fatto rinascere la poesia post-sovietica partendo dalla Kharkiv, oggi è quasi ridotta in macerie. Di sicuro anche Artem Chekh, soldato che ha combattuto nel Donbas e scrittore, sarebbe un’ottima lettura. Si può anche prestare l’orecchio alla band rock Okean Elzy, con le parole di amore, speranza e nostalgia che risuonano nelle musiche piene di suoni moderni. Oppure si può ascoltare la rapper Alyona, che critica politici e società, per capire che c’è una fiorente produzione culturale in ucraino e che gli antichi contadini che gli zar hanno schiavizzato e che Stalin ha tentato di far morire di fame sono oggi voci e penne che hanno molto da dire. I nuovi nazionalisti, neo-futuristi post-sovietici, hanno un forte spirito nazionale che vuol esser anche riscatto dagli anni del giogo sovietico e zarista. Un nazionalismo attento oggi alla diversità culturale, per comprendere tatari, armeni ed ebrei.

Qui il punto dolente. Strumentalizzare la Shoah e l’antisemitismo per giustificare l’aggressione contro l’Ucraina è una violenza alla storia. L’Ucraina è terra dei pogrom. È la stessa terra dove per qualche anno dopo la prima indipendenza lo yiddish era diventato lingua ufficiale. La stessa terra dei massacri compiuti dai collaborazionisti nazisti che anche gridavano “Slava Ukraini”. “Slava Ukraini”, gloria all’Ucraina, oggi riecheggia nei discorsi del presidente Volodymyr Zelenskyy, ebreo. Anche in Israele in molti hanno adottato lo slogan formulato dai nazionalisti antisemiti di allora. Gloria all’Ucraina non è la gloria ai collaborazionisti o ai fascisti, ma gloria a quel popolo che ha dimostrato negli ultimi vent’anni di voler stare con l’Europa, con la NATO e con l’Occidente. Lo hanno dimostrato nel 2004 con la “pomarancheva revolucija”, la rivoluzione arancione: per due mesi da novembre 2004 fino a gennaio 2005, gli ucraini hanno protestato e organizzato una disobbedienza civile che ha deposto la vecchia oligarchia. Lo hanno dimostrato di nuovo dieci anni dopo, nel 2014, con la “revolucija hidnosti”, la rivoluzione della dignità: per cinque giorni in Piazza dell’Indipendenza a Kiev gli ucraini hanno protestato contro corruzione, violazione dei diritti umani e l’influenza degli oligarchi, deponendo il Presidente Viktor Yanukovich. E lo dimostrano anche ora, con le bombe molotov contro i carrarmati russi. Un’immagine romantica che piace a pochi, mentre si guarda solo agli ultranazionalisti e alle truppe Azov con i loro elementi neonazisti che in parte sono stati allontanati proprio dopo il 2014. In preda alla propaganda russa si vuole credere che “l’operazione militare speciale”, com’è chiamata da Putin, sia un intervento di de-nazificazione. Si è meno schizzinosi invece verso le truppe Wagner, il cui nome non sarà solo forse un grande amore per “Le Valchirie”, o verso gli elementi ultranazionalisti, come il gruppo Russkii Obraz, e di certo per nulla schizzinosi verso quel misto di nazionalismo, spiritualismo religioso e conservativismo che proclama la Russia e il suo leader patria dei valori tradizionali e della famiglia. Un misto spiritualista e nazionalista che attrae i conservatori reazionari anche in Occidente, devoti a chiunque si scagli contro gli obbrobri del liberalismo.

I pacifisti e i paladini del proletariato non fanno una piega sui giornalisti e oppositori incarcerati e assassinati, sulle violente campagne anti-LGBT che hanno pervaso la Russia negli ultimi dieci anni, né sul sistema cleptocratico che mantiene la dittatura. Non fanno una piega perché si professano indefessi ricercatori della pace e delle sue ragioni: una lunga incessante ricerca che finisce sempre per svelare la pepita d’oro del banale antiamericanismo. Non fanno una piega perché con il loro senso di superiorità morale e profonda sapienza sostengono di esser contro questi e quest’altri, contro resistenti che osano imbracciare le armi e aggressori che bombardano. Sostengono anche di esser dalla parte del popolo, però non pare esser quello russo, sotto il giogo di una dittatura, né quello ucraino, massacrato dalle bombe. È così attraente la propaganda russa che si appella all’antinazismo? Si può anche fare a meno di scandalizzarsi quando Zelenskyy parla di “soluzione finale”, con un paragone inappropriato che vuol far leva sulle sensibilità del pubblico israeliano. Di certo non ci si dovrebbe indignare quando Zelenskyy paragona i suoi connazionali ai partigiani che difendono le proprie case da un invasore imperialista. Non pare ci si scandalizzi in egual modo però quando si sentono i paragoni tra gli ebrei negli anni ’40 e i russi del Donbas, vittime di un presunto “ucronazismo”. In Italia la propaganda russa urta meno delle parole di Zelenskyy. Zelenskyy è proprio scomodo. Chi lo accusa di non esser abbastanza ebreo; chi lo accusa di esser responsabile dei massacri perpetrati dalle bombe russe perché incita alla resistenza; chi vorrebbe che semplicemente scomparisse per paura che i termosifoni non siano più così caldi; o chi lo vorrebbe in esilio per il desiderio di rivedere Mosca alle porte dell’Europa. Invece l’attore comico, cresciuto in un desolato ambiente industriale sovietico, mantiene alti gli spiriti di un’intera nazione e non manca di ricordare in ogni discorso “Slava Ukraini”, gloria all’Ucraina. Solo per questo andrebbe glorificato al palco della storia. Non si sa come andrà a finire. Non si sa se il nazionalismo ucraino sarà inclusivo e occidentale o se dopo la devastazione voluta da Putin saranno invece gli ultranazionalisti a trionfare su Kiev. Non si sa se veramente saranno indagati gli abusi e i crimini delle forze ucraine sugli ufficiali russi.

Per ora, gli ucraini tutti, cristiani, musulmani ed ebrei, tatari, russofoni e armeni, sono uniti nel combattere per la propria sopravvivenza come popolo, nazione e come libera società. Sono uniti nella speranza di rivedere la propria indipendenza riconosciuta e la libertà di scegliere da che parte stare. L’Europa ha inglobato polacchi, lituani e ungheresi i cui rigurgiti nazionalisti e autoritari non fanno tremare Bruxelles. Perché non dovrebbe farlo con gli ucraini che hanno fieramente e ripetutamente dimostrato dove vogliono stare? Ed è proprio il popolo di contadini che ora combatte per l’indipendenza ad aver dato all’Europa l’opportunità di unificarsi e uscire dalla patetica impasse politico-burocratica. L’Europa dei “piccoli uomini”, come dicono i pro-putiniani, è unita e si fa forte di fronte al bullismo del Cremlino, dimostrando di poter esser quella Giovane Europa che Mazzini voleva fondarsi sulla solidarietà tra i popoli. È però il grido di Zelenskyy che dovrebbe esser ascoltato, anche da chi lo vorrebbe più ebreo, anche da chi lo vorrebbe un inutile proclamatore in esilio. Invece no, si sentono i proclami reazionari di Alexander Dugin che parla di una guerra per la sopravvivenza della Russia e dei suoi valori contro le nefandezze del liberalismo occidente. E si sentono i privilegiati Gandhi impomatati di pacifismo a dar lezione di diplomazia. In Ucraina è diventata famosa Golda Meir, pur fuggita ai pogrom, che oggi viene parafrasata: “Se i russi depongono le armi, ci sarà la pace; se gli ucraini depongono le armi, non ci sarà più l’Ucraina”. Di tutto il resto si parlerà dopo la guerra.


Giovanni Quer (1983), ricercatore presso il Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT