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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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'Fauda', caos nella West Bank: non solo una serie TV 14/02/2022
'Fauda', caos nella West Bank: non solo una serie TV
Analisi di Giovanni Quer

PA cracks down on West Bank activists - Al-Monitor: The Pulse of the Middle  East

La parola araba “fauda”, che significa caos, anarchia, è il nome della serie TV israeliana sull’unità scelta di soldati e soldatesse che si camuffano da arabi (i “mistarabim”). Nelle azioni militari “fauda” serve da parola in codice per annunciare un imminente pericolo. Fauda è anche la parola che descrive la situazione attuale nella West Bank. Si parla di un ritorno al caos, che in arabo si descrive come le tre “effe”: falatan amni (perdita di controllo di sicurezza), fitna (disordine, qualcosa di simile alle divisioni interne di un gruppo), fasad (corruzione). Insieme descrivono l’anarchia, “fauda”. L’autorità palestinese si è indebolita e non ha più il controllo su parti del territorio, mentre le diverse milizie si rafforzano. Chi sfrutta questa situazione è Hamas, che mira alla conquista del potere a Ramallah.

Vari sono i segnali dell’imminente anarchia, simile a quella che regnava nel periodo tra il regime Arafat e il regime Abu Mazen. L’organizzazione terroristica Tanzim, l’ala armata di Fatah, ha ripreso le attività armate. Martedì 8 febbraio in un’operazione militare nella città di Nablus l’esercito israeliano ha neutralizzato una cellula di Tanzim di quattro miliziani, di cui tre sono morti nello scontro a fuoco. Come rappresaglia, un autista di taxi israeliano è stato attaccato nei pressi di Nablus il giorno successivo, mercoledì 9 febbraio. Tanzim era attiva nell’intifada di al-Aqsa, poi dormiente dal 2006 nel contesto di un accordo con l’Autorità Palestinese di cessazione delle attività armate. Per aumentare la propria visibilità, Hamas ha partecipato ai funerali dei miliziani con bandiere e slogan che inneggiavano alla resistenza. Le varie milizie vedono in Hamas il vero oppositore contro Israele e sono pronte a collaborare contro l’attuale regime dell’Autorità Palestinese, considerato troppo mite e spesso accusato di collaborazionismo con Israele.

 Il risveglio dei gruppi terroristici minori è iniziato già a qualche mese. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha organizzato il 16 dicembre una parata militare all’Università di Bir Zeit, a nord di Ramallah, con finti missili, cinture esplosive e canti in onore di Yahya Ayyash, ex studente della stessa Università e fondatore dell’ala armata di Hamas. Hamas non gode solo di popolarità nella West Bank, aumentata significativamente nel giugno 2021 dopo l’operazione militare “Guardiano delle Mura”, ma ha anche acquisito controllo su parti del territorio. A Jenin, Hamas ha consolidato il potere con il sostegno di vari gruppi armati, alcuni senza chiara affiliazione politica, che durante i mesi di settembre e ottobre hanno in varie occasioni attaccato le forze israeliane. Tra novembre e dicembre l’Autorità Palestinese ha lanciato un’operazione militare per riprendere il controllo dell’area. La situazione si aggrava anche per via del malcontento popolare contro la corruzione dell’Autorità. Uno dei casi più recenti è lo scandalo che ha coinvolto la fondazione Khaled Al-Hassan, istituita per la raccolta fondi destinati alla costruzione di un ospedale per malati di cancro. La cerimonia dell’appoggio della prima pietra era avvenuta nel 2016, ma poi non si è costruito nulla. I fondi sono spariti e Abu Mazen ha modificato la missione della fondazione che ora serve a sostenere i reparti oncologici degli ospedali esistenti. Le critiche sono state feroci, e tra queste anche Ziad Abu Zayyad (ex ministro di Gerusalemme) che in un articolo sul quotidiano “al-Quds” la settimana scorsa ha presagito che la corruzione porterà al collasso dell’Autorità. Hamas e Jihad Islamico hanno ricucito i rapporti con l’Iran e godono di pieno sostegno da parte di Hezbollah, come hanno dimostrato i missili lanciati dal Libano dalle fazioni palestinesi a giugno e dicembre dell’anno scorso.

I gruppi terroristici di cui non si sentiva parlare da tempo si uniscono a Hamas contro Abu Mazen. Le fratture tra i vari gruppi si riflettono anche nei preparativi per il dopo Abu Mazen, mentre i tentativi di riconciliazione, di cui l’Algeri è ora mediatrice, non stanno portando ad alcun risultato. La preoccupazione per il futuro è condivisa da Israele e Giordania. Israele teme una terza intifada, cui mirano le fazioni pro-iraniane di Hamas e Jihad Islamico. La Giordania non vuole né Hamas né anarchia ai propri confini, perché sarebbe una diretta minaccia alla stabilità del Regno, dovessero le lotte tra fazioni espandersi anche tra i cittadini palestinesi. Il processo è per ora inarrestabile, e solo un forte e abile successore di Abu Mazen potrà impedire che a Ramallah regni Hamas o che la West Bank si trasformi in un teatro di guerra civile tra milizie interessate a riprendere una terza intifada contro Israele.


Giovanni Quer (1983),
ricercatore presso il Dayan Center for Middle Eastern and African Studies presso Università di Tel Aviv

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