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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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I ‘nuovi Talebani’ tra amici di lunga data e nuove alleanze 06/09/2021
I ‘nuovi Talebani’ tra amici di lunga data e nuove alleanze
Analisi di Giovanni Quer

Taliban Violently Disperse Protest After Vowing No Retribution | Voice of  America - English

Dal tentativo di governo degli anni ’90, i talebani hanno capito che è molto più difficile mantenere il potere che conquistarlo e che persino il più ardente fervore per la shari’a non basta a gestire un Emirato. Così alcuni leader Talebani hanno intrapreso una politica di “branding” che sta avendo successo, tra presenza sulle reti sociali e promesse di rispetto per donne e minoranze. Il Pakistan li chiama “naya taleban”, il Qatar li aiuta a dialogare con l’Occidente, la Turchia vuole investire nella stabilizzazione, e persino l’Iran li ha lodati.

I talebani hanno nuovi amici, ma rimangono i vecchi problemi. Un ruolo cardinale nel cambiamento dei talebani lo ha avuto l’ufficio politico aperto in Qatar nel 2013 da Akhtar Mansour. Nominato Ministro dei Trasporti dal Mullah Omar (il mitico leader dei Talebani di cui ben poco si sa se non dell’occhio perso in battaglia contro i sovietici), Mansour ha girato il mondo e mantenuto cordiali rapporti con l’Occidente anche negli anni più difficili del regime talebano. Dopo l’invasione americana gli è stata concessa l’amnistia e ha continuato a giocare un ruolo importante nella politica interna e nel movimento internazionale dei talebani (in particolare nel Consiglio di Quetta in Pakistan). Mansour ha saputo cogliere l’occasione offerta dal Qatar riappacificando diverse fazioni del movimento, e nominando come suo vice Siraj u-Din Haqqani, del temuto “Haqqani Network” in Pakistan. Tre anni dopo la sua morte nel 2016, emerge dalle carceri pakistane un’altra figura centrale del vecchio regime, Abdul Ghani Baradar (“fratello” in persiano, così nominato dal Mullah Omar), che ha saputo portare l’ufficio politico alla firma dell’accordo di Doha nel 2020 con gli Stati Uniti ed ora è il promesso capo del nuovo Emirato afghano. Il Qatar vuole esser il fulcro delle mediazioni tra Islam, islamisti, jihadisti e Occidente o regimi pro-occidentali. Così ha fatto con Hamas, Israele ed Egitto e così sta facendo con l’Afghanistan. A Doha sono già arrivate una delegazione indiana, una delegazione tedesca e il Ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha già fatto intendere che inizierà il dialogo politico con il nuovo Emirato Afgano. Sulla stessa linea politica e con l’intento di giocare un ruolo da leader del mondo islamico, il Presidente Erdogan ha annunciato la gestione congiunta dell’Aeroporto di Kabul, mentre sta calmando i venti di guerra dei vicini Uzbekistan e Tajikistan.

Taliban says hundreds of fighters heading to take Panjshir Valley | Asia  News | Al Jazeera

I “nuovi Talebani” hanno anche nuovi amici nei posti più insoliti. Teheran ha ospitato a gennaio una delegazione talebana, mentre la cooperazione contro l’ISIS e contro gli americani ha riappacificato le ferite del passato. L’Iran aveva sostenuto la resistenza anti-talebana, visti i massacri degli sciiti ad opera dei talebani. L’Iran si presenta come il difensore delle minoranze sciite nella regione, che in Afghanistan sono gli Hazara (il terzo gruppo etnico per grandezza nel Paese), discriminati e vituperati dalla maggioranza sunnita. Teheran ha reclutato tra gli sciiti afgani i miliziani della Brigata dei Fatimidi, che hanno combattuto in Iraq e in Siria. Hajatollah Nejad, portavoce della Brigata, ha annunciato che non hanno intenzione di combattere i talebani - un chiaro messaggio di distensione da Teheran. L’Iran ha anche interesse a mantenere buoni rapporti con il nuovo regime, dopo l’apertura di una nuova diga “Kemal Khan” costruita al confine tra i due Paesi sul fiume Helmand, la cui chiusura può aggravare la crisi agricola e climatica nella regione del Sistan iraniano. Una simile crisi era avvenuta a fine anni ’90 con la chiusura della prima diga, “Kijak”, sullo stesso fiume che nel 2000 ha causato una terribile siccità nel Sistan e nel Balochistan iraniani. Inoltre, l’Iran spera che una veloce stabilizzazione del potere e una politica di non-discriminazione verso le minoranza possa esser la chiave per i ritorno dei profughi afghani, che negli anni hanno attraversato il confine a ondate costanti fino a contare circa 3 milioni di persone, la maggior parte dei quali senza documenti, senza diritti e senza futuro. Una nuova ondata di profughi è quel che l’Iran teme, che potrebbe aggravare la crisi economica e sociale.

Infine rimane il Pakistan, da sempre amico dei talebani che ha finanziato e controllato per decenni. Il Primo Ministro Imran Khan si è congratulato per la sconfitta dell’America e ha tirato un sospiro di sollievo per la caduta di un regime che era considerato pro-indiano. La sindrome di accerchiamento non porta sempre a buoni consigli e non è chiaro quale sarà il futuro per la stabilità del Paese. I talebani controllano le regioni del Waziristan al confine afghano e sono cresciuti come forza politica e para-militare in tutto il Paese, con una propria organizzazione politica TTP (tahrik-e Taleban Pakistan) vicina al gruppo islamista Jami’at Ulema’-e Islam, e una galassia di istituzioni religiose e sociali che hanno il controllo di quartieri, regioni e territori in tutto il Paese.

Il nuovo regime cerca alleanze e relazioni cordiali, ma deve prima stabilizzare il Paese, con l’opposizione dei leader militari locali e la guerriglia della Resistenza del Nord, guidata da Ahmad Massoud. I signori della guerra hanno iniziato una serie di consultazioni con i rappresentanti talebani, che questa volta vogliono consolidare il potere con accordi locali. La migliore opzione è stringere dei patti secondo il metodo consultativo tradizionale della jirga, istituzione tribale propriamente pashto, cui da 100 anni sono stati ammessi anche membri degli altri gruppi etnici per costituire una sorta di assemblea nazionale chiamata loya jirga. Questa è forse l’unica opzione per esser accettati dalla maggior parte della popolazione che non capisce la loro lingua e li considera quasi stranieri: i talebani sono più che altro pashto, mentre è il persiano la lingua franca dell’Afganistan, che in pochi si loro parlano soprattutto quelli cresciuti in Pakistan. La Resistenza del Nord continua nella Valle del Panjshir, la cui bellezza è cantata e descritta in poesie e dipinti. Ahmad Massoud ha 31 anni ed è il valoroso erede della resistenza armata guidata dal padre, Ahmad Shah Massoud, chiamato anche il “leone del Panjshir” leader della resistenza anti-talebana e assassinato nel settembre del 2001 da un gruppo che pensava esser di giornalisti stranieri. Il figlio Ahmad ha studiato in Iran e in Gran Bretagna, ha un’educazione politica e militare e un forte senso dell’identità locale. Il mantra che ripetono i resistenti, per la maggior parte tajiki e uzbeki, è “come abbiamo sconfitto i sovietici, sconfiggeremo i talebani”. Il Panjshir rimane per ora fuori dal controllo talebano e l’isolamento della regione circondata dalle alte montagne del nord rende facile la resistenza, mentre il collegamento con il Tajikistan attraverso il corridoio del Wakhan permette il contatto con l’esterno. Oltre il romanticismo della Resistenza, anche Ahmad Massoud comprende che un sistema di condivisione del potere è inevitabile in un Afghanistan che in parte è già da anni sotto controllo talebano. Le immagini degli afghani disperati che si arrampicano sugli aerei americani che devono per forza decollare e i migliaia di video di donne e attiviste che invocano il mondo a non abbandonarli con lo sguardo dipinto di terrore già si stanno dissipando, e fanno spazio alle delegazioni e alle dichiarazioni di chi tentenna a dichiarare ciò che tutti ormai hanno capito: i “nuovi talebani” sono stati ormai riconosciuti e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan sarà presto accettato, nel tentativo forse di impedire che il Paesi ridiventi un grande campo di esercitazione per gruppi terroristici o un grande campo di coltivazione dell’oppio i cui preziosi ricavi sono indirizzati al finanziamento di organizzazioni jihadiste.


Giovanni Quer (1983), ricercatore presso il Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

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