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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Pinkwashing: una parte del movimento LGBT contro Israele 02/05/2016
Pinkwashing: una parte del movimento LGBT contro Israele
Analisi di Giovanni Quer

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Il pinkwashing, un movimento del mondo LGBT, sostiene il BDS come arma contro l’oppressione israeliana dei palestinesi. “Non nel nostro nome”, gli attivisti LGBT denunciano come propaganda l’uso delle politiche liberali israeliane sui diritti due gay, il cui scopo sarebbe distogliere l’attenzione dai presunti crimini contro i palestinesi.

Il pinkwashing è un’accusa rivolta anche ai governi statunitensi e canadesi, colpevoli presumibilmente di sfruttare i record nella tutela e riconoscimento dei diritti LGBT per mascherare le politiche di militarizzazione. Nel 2012 una polemica sul pinkwashing si è sviluppata dalle critiche sulla situazione degli omosessuali nel mondo islamico in occasione dei Pride di Stoccolma e Helsinki, con accuse ad associazioni e attivisti promotori delle campagne di sensibilizzazione sulla persecuzione degli omosessuali nei Paesi islamici di islamofobia. Nella galassia del BDS, i movimenti LGBT sono nati in Nordamerica, con QUIT! (queers undermining Israeli terrorism) nella zona di San Fracisco e QuAIA (Queers Against Israeli Apartheid) a Toronto, diffondendosi anche in Sudamerica e Europa in diversi “collettivi” e gruppi di attivisti BDS nelle associazioni gay e lesbiche.

L’assunto fondamentale è che l’occupazione costituisce una forma di oppressione, e come tale va combattuta anche dal movimento LGBT impegnato nella lotta contro l’oppressione patriarcale. La radice teorica è l’intersezionalità, una corrente di analisi sociologica di genere che analizza diversi fattori nelle situazioni di repressione di genere o dell’identità sessuale, quali la condizione socio-economica (cioè l’appartenenza di classe), l’identità etnica, l’appartenenza a gruppi diversamente abili. Una donna è oppressa non solo perché donna in una società etero-patriarcale, ma anche perché di classe sociale svantaggiata, magari di un gruppo etnico marginalizzato e portatrice di necessità particolari. In questo contesto teorico, i palestinesi gay sono una sotto-categoria dei palestinesi che soffrirebbe direttamente dell’occupazione in quanto palestinesi dall’orientamento sessuale non normativo.

Un più recente sviluppo della teoria dell’intersezionalità è la kyriarchia, che analizza matrici di oppressione quali colonialismo omofobia militarismo razzismo associandone gli schemi di dominio su gruppi considerati “altri”. In questo senso, l’occupazione della Palestina sarebbe una manifestazione di dominio e oppressione in nulla diversa dall’omofobia e dal razzismo e pertanto da combattere negli stessi termini. Le costruzioni teoriche del pinkwashing si basano però su una fallacia teorica e una distorsione della realtà. Tali teorie considerano l’identità sessuale come elemento costitutivo di un “gruppo” pari all’identità etnica, religiosa, culturale o nazionale; in altre parole, definendosi come minoranza, gay e lesbiche sarebbero da trattare in modo pari alle minoranze religiose, nazionali o culturali. Questo tipo di costruzione teorica può valere solo nella definizione di una solidarietà tra vittime di discriminazione, ma non può valere nella vita politica.

Anzitutto, i diritti LGBT hanno ben poco in comune con i diritti delle minoranze, se non un’astratta connessione a un principio di eguaglianza che è più fondamento filosofico dei movimenti di liberazione che concreta agenda politica. In secondo luogo, la solidarietà tra gruppi minoritari oppressi non è una conseguenza delle politiche di giustizia: l’identità LGBT e le battaglie politiche sono infatti trasversali all’appartenenza a un gruppo etnico, religioso o culturale. Di qui consegue una distorsione della realtà nel contesto del conflitto arabo-israeliano. La solidarietà del movimento LGBT alla causa palestinese parte dal presupposto che l’occupazione come l’eteropatriarcalità siano entrambe matrici di oppressione da combattere.

Tuttavia, non si capisce come l’occupazione influisca sulla vita dei gay e lesbiche palestinesi in quanto gay e lesbiche e non semplicemente in quanto palestinesi. Al contrario, nel discorso dei diritti umani e della tutela della comunità LGBT, si nega che ci sia un problema nell’Autorità Palestinese quanto invece di ascriverebbe all’occupazione israeliana un’intrinseca omofobia legata al militarismo e alla presunta natura coloniale della presenza israeliana in Giudea e Samaria. Alcuni blog vicini al mondo BDS, come Electronic Intifada, arrivano addirittura ad accusare di islamofobia le critiche sull’omofobia del mondo islamico. Addirittura, in un articolo di Blair Kuntz che è promosso dai siti di varie associazioni LGBT vicine al BDS, si dipingerebbe la cultura islamica come molto più aperta all’omosessualità rispetto alla cultura cristiana, per la presenza nelle letteratura araba, persiana e urdu di poesie su amori tra uomini e giovani ragazzi. La negazione dei reali problemi dei gay palestinesi, ossia la persecuzione nell’Autorità Palestinese è spesso ignorata anche da attivisti gay e lesbiche palestinesi in virtù del diritto a stabilire la propria agenda politica.

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Ernst Roehm, capo delle SA tedesche, omosessuale. A sinistra: l'ideologia Pinkwashing è la prosecuzione della componente gay nazista. Come il terrorismo palestinese è la continuazione dell'ideologia del Gran Muftì alleato di Hitler

Non sarebbe tempo per ora di parlare di diritti dei gay, lesbiche e delle donne perché ci sono altre questioni più importanti, come far finire l’occupazione. Inoltre, se la società palestinese non è pronta ad accogliere la comunità LGBT non si può imporre dall’esterno l’eguaglianza, ma bisogna aspettare un cambiamento dall’interno. Lo stesso errore è stato commesso nell’approccio alla questione LGBT di quel Sudafrica dell’apartheid cui Israele viene paragonata: i gay e le lesbiche bianchi erano odiati perché privilegiati, mentre si riteneva che la sola caduta dell’apartheid avrebbe portato alla liberazione di tutti i gay e le lesbiche del Sudafrica. in realtà, ignorando l’elemento culturale che rigetta l’orientamento omosessuale in svariate culture africane, si ha in Sudafrica una paradossale situazione in cui i diritti sono garantiti, ma lo stupro correttivo delle donne lesbiche è estremamente diffuso - proprio perché non è bastata la caduta dell’apartheid perché si accettassero gay e lesbiche.

Per contro, non solo è l’occupazione israeliana la responsabile della situazione dei gay e lesbiche palestinesi, ma è Israele a non essere veramente liberale poiché non accetta i rifugiati palestinesi gay che fuggono dai territori. Pur dunque ammettendo che esiste un fenomeno di rifugiati gay dai territori, si accusa Israele di razzismo poiché non garantisce loro lo status di rifugiati, preferendo invece la “rilocazione”, ossia il trasferimento in altri Stati, ben pochi al mondo, che accettano la persecuzione in base all’orientamento sessuale come ragione per l’accoglienza. Israele ha finora accettato pochi gay palestinesi come rifugiati, poiché comunque provengono da un territorio “nemico”. Non solo, ma Israele sarebbe accusata di omofobia e transfobia citando gli episodi di violenza contro la comunità LGBT compresa l’uccisione della ragazza israeliana al Pride di Gerusalemme.

Si evita però di riconoscere che anche quei gruppi dell’ebraismo ortodosso che condannano l’omosessualità non giustificano la violenza né incitano alla morte degli omosessuali. Fa ridere che sia proprio Tel Aviv il punto di ritrovo dei gay palestinesi che organizzano un festival mensile “clandestino” (cioè con destinazione a passa-parola) in orari serali che permettano ai palestinesi di ritornare nei territori secondo i loro permessi e agli arabi israeliani di rientrare a casa senza destare sospetti in famiglia d’aver partecipato a feste e sollazzi immorali. Sono proprio queste feste che gli stessi attivisti occidentali amano frequentare perseguendo un ideale orientalista che fa dell’arabo una perenne attrazione e dell’ebreo una totale repulsione. E’ proprio in Israele che è stata concepita la prima organizzazione gay palestinese, al-Qaws, che ha condiviso gli uffici con l’associazione Open House di Gerusalemme prima di abbracciare i dettami del boicottaggio e rifiutare contatti con organizzazioni israeliane o straniere che hanno contatti con Israele per respingere ogni normalizzazione quindi riconoscimento anche indiretto di Israele. Ed è a Haifa che le associazioni gay palestinesi possono avere una sede o riunioni o attivisti dichiaratamente gay o lesbiche.

Vi sono anche cellule a Gerusalemme Est e a Ramallah, che però non possono avere una sede riconosciuta né esser visibili per la politica di criminalizzazione dell’omosessualità. Lo spirito del BDS ha intaccato il movimento LGBT così profondamente che durante il congresso delle organizzazioni LGBT americane “Creating Change” a gennaio 2016, l’associazione ebraica A Wider Bridge è stata attaccata da attivisti BDS che hanno fatto irruzione nella sala dove l’associazione aveva organizzato il kiddush del venerdì: A Wider Bridge era colpevole di avere relazioni con associazioni LGBT israeliane. Le campagne di boicottaggio di film, attori, scrittori e attivisti israeliani che vogliono partecipare a eventi culturali organizzati da associazioni LGBT stanno aumentando anche in Europa. Il pink washing è il prodotto delle contraddizioni più profonde del movimento BDS: la distorsione della realtà e l’astrazione della giustizia. Non si parla di diritti dei gay e lesbiche palestinesi, bensì di occupazione. Non si parla di diritti umani, bensì di progetto coloniale sionista. Non si parla per i palestinesi, bensì contro Israele.

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Giovanni Quer


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