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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Le demolizioni fermano le intenzioni del terrorista? 21/11/2014
 Le demolizioni fermano le intenzioni del terrorista?
Commento di Giovanni Quer


ICAHD, una delle ONG israeliane contro la demolizione delle abitazioni dei terroristi

Israele ha ripreso a demolire le case dei terroristi: una punizione e una misura preventiva, che in molti condannano, che alcuni ritengono poco efficace. La demolizione delle case non è una vendetta che l’esercito compie in una bolla di illegalità.

La pratica ha origine in una legge del Mandato Britannico, ed è stata regolata dalla Corte Suprema nei decenni. L’efficacia della pratica deve essere valutata in termini di strategia antiterroristica. L’ordine 199 del 1945, adottato dall’amministrazione britannica, permette la demolizione della casa di un sospetto terrorista o di un suo parente stretto per ragioni punitive o preventive. La legge è rimasta nell’ordinamento giuridico israeliano ed è stata parzialmente utilizzata negli anni ’70, contro le prime azioni terroristiche palestinesi.

Con la Prima Intifada la pratica della demolizione si fa più frequente e così i primi ricorsi alla Corte Suprema, che stabilisce una procedura minima: ogni demolizione dev’essere preceduta da una consultazione delle autorità militari con il Ministero della Giustizia, e con ordine scritto su cui si può fare ricorso. A seguito dell’attività legale delle ONG, la Corte Suprema decide che gli inquilini della casa da demolire hanno il diritto di presentare i propri interessi di fronte alle autorità.

Durante la Seconda Intifada diverse misure anti-terrorismo sono messe in atto allo stesso tempo, compreso il coprifuoco, la demolizione della case, la limitazione delle entrate in territorio israeliano. La Corte Suprema è subissata di ricorsi alle decisioni di demolizione. Tra il 2000 e il 2002 i giudici levano alcune imposizioni, per permettere un più rapido espletamento degli ordini. L’esercito può decidere di non sentire “l’altra parte”, cioè il proprietario o l’inquilino della casa da demolire, se la procedura mette a rischio la vita dei soldati. Era accaduto più volte che la raccolta delle testimonianze si fosse trasformata in un’imboscata. In questo caso, l’esercito deve prendere una decisione scritta ragionata, che potrà servire da base per il pagamento di danni derivanti da decisioni illegali.


Jeff Halper

Nel 2005, il Ministero della Giustizia e l’esercito decidono di fermare le pratiche di demolizione. Tuttavia proprio dal 2005 inizia la grande campagna di demonizzazione di Israele da parte di due ONG in particolare, ICAHD e B’TSelem, proprio sulla base della demolizione delle case. In particolare, ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions) è un’organizzazione israeliana diretta da Jeff Halper, che ha lavorato nella ricostruzione della case demolite. Finita la politica di demolizione, ICAHD non aveva più ragione di esistere, ma è proprio dal 2005 che Jeff Halper intensifica i tour internazionali per accusare Israele di pulizia etnica e genocidio.

In Italia è stato invitato da un gruppo di associazioni, tra cui Pax Christi, Papa Giovanni XXIII, Rete Radié Resch, e Un Ponte Per…, tutte impegnate nell’avanzare il boicottaggio di Israele. ICAHD ha ricevuto finanziamenti dall’Unione Europea fino al 2012; da Spagna, Danimarca, Olanda e Svezia e dalle organizzazioni Trócaire (cattolica irlandese) e dall’Unione Mennonita (mennonita nordamericana) continua a ricevere ampi contributi. Jeff Halper sostiene che l’unica soluzione sia uno stato unico, perché il regime di apartheid israeliano crollerà.

Gli studi di strategia mostrano che le demolizioni sono efficaci se colpiscono le case dei terroristi e non case che servono da appoggio logistico. Altri esperti sostengono che l’efficacia della demolizione della casa dove vive o viveva il terrorista è legata all’effetto di deterrenza. E’ per questo che il governo ha deciso di riprendere la pratica della demolizione, per impedire che l’intifada urbana trasformi Gerusalemme in una Kigali degli anni ’90, con bande armate di machete pronte a fare a pezzi il nemico che appartiene a un popolo odiato. E’ questa la paura che si respira a Gerusalemme e che si respira anche nelle altre città miste. Che una macchina ti investa, o che un passante ti accoltelli, o ti faccia a pezzi con l’ascia. Che succeda insomma un altro “tarpat”, il massacro di Hebron del 1929.

E’ per questo che a Gerusalemme ci sono molti più soldati, gli elicotteri pattugliano i cieli, le mongolfiere osservano i movimenti dall’alto. Sembra strano che uno stato di diritto si comporti in questa maniera. Dovrebbe prendere i terroristi, fargli un processo e metterli in cella, come succede regolarmente. Non dovrebbe punirli demolendo le case. Ma se Israele non lo facesse forse ci sarebbero altri attentati tra l’arresto e la condanna, e la situazione potrebbe sfuggire di mano.

Altre ONG, come Hamoked Lehaganat Haprat, la definiscono una pratica draconiana che non si addice a uno Stato che si definisce una democrazia. Proprio perché non c’è apartheid, gli arabi vivono assieme agli ebrei al bar, in autobus, all’università, al lavoro, per strada. E proprio come nella Seconda Intifada, questo significa che un attentato può arrivare in un qualsiasi momento.

Stupisce però che non ci sia stata alcuna riflessione sulle ragioni che hanno portato agli ultimi attentati: nessuno ancora vuol parlare della propaganda di odio che spinge anche un giovane a prendere un coltello da macellaio, un’ascia e far fuori degli ebrei che pregano (degli occupanti, come li ha definiti il giornale dall’ANP, Al-hayat al-jadida). Le demolizioni possono servire per qualche tempo, ma finché non si deciderà di trattare il problema alla radice, ossia l’indottrinamento all’odio, allora tutto è inutile. Ma intanto condanniamo Israele, che non rispetta mai abbastanza le idilliache norme di pace giustizia.


Giovanni Quer


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