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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Che cosa ricordano oltre la Nakba gli attivisti di 'Zochrot' ? 02/10/2013

Che cosa ricordano oltre la Nakba gli attivisti di "Zochrot"?
commento di Giovanni Quer


Giovanni Quer

Israele è uno Stato democratico e pluralista fino a includere anche organizzazioni che apertamente favoriscono il ribaltamento dell'identità di Israele come Stato ebraico. Tra queste molte ONG fondate da israeliani che vivono di finanziamenti stranieri e che solitamente sono identificate come "organizzazioni della sinistra radicale". Tra queste anche "Zochrot" (in ebraico "ricordiamo", al femminile per contrastare la versione maschile della memoria storica), fondata nel 2008 per diffondere la conoscenza della Nakba e far riconoscere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Zochrot pubblica libri e articoli, organizza visite ai luoghi della memoria palestinese, prepara insegnanti e studenti delle scuole, diffonde cultura e arte sul "Diritto al Ritorno". Nonostante gli interessi di Zochrot spazino dalla guerra a Gaza ad analisi sullo stato della democrazia israeliana, l'interesse principale è la Nakba – in arabo "catastrofe", come i palestinesi definiscono la costituzione dello Stato di Israele.

Domenica e lunedì Zochrot ha organizzato una conferenza sull'attuazione del diritto al ritorno, al fine di contrastare la fobia israeliana. Qualche mese fa è stata organizzata una competizione di arte di strada, in occasione della quale i muri di Tel Aviv si sono tappezzati delle scritte "aidun" (ritorniamo, in arabo). Tra le pubblicazioni più interessanti compare "Omrim Yeshna Aretz - Once Upon a Land" (c'era una volta una terra), una guida alla Palestina araba pre-israeliana.

La politica di Zochrot è dimostrare la sistematica "pulizia etnica" (termini che l'organizzazione usa) di Israele per cancellare la presenza araba durante la Guerra di Indipendenza, seguita da un periodo di violenza diretta a intimidire la popolazione araba per farla fuggire e rendere Israele uno Stato libero da ebrei. Il diritto al ritorno è inteso non solo come ritorno dei cosiddetti profughi palestinesi per ora residenti fuori dai Territori Palestinesi, bensì anche come diritto di ritorno "interno". Dei villaggi evacuati durante la guerra molti sono rimasti deserti, perché le abitazioni sono state distrutte o per inerzia dell'esercito israeliano a far ritornare i residenti nonostante i ripetuti ordini della Corte Suprema dagli anni '50 in poi. Spesso la popolazione araba evacuata si è insediata in viaggi arabi circostanti (tutt'oggi parte di Israele) e sui villaggi arabi si sono insediate nuove comunità ebraiche che compongono oggi kibbutzim, moshavim o yishuvim. La Galilea in particolare ha molte storie simili.

Mentre i ricordi della guerra sono conservati nelle generazioni che hanno ripreso la vita, l'uso politico della memoria non fa che alimentare il sentimento revanscista che è parte integrante dell'identità politica (e nazionale) palestinese. La memoria ha una funzione di perpetrazione dell'identità e in contesti di conflitto ha la anche una funzione riconciliatori, se utilizzata come strumento di un processo continuo. In questo caso la sofferenza dei palestinesi (la cui legittimità non è qui in discussione) non è uno strumento per riconciliarsi con gli ebrei, ma un'arma da usare contro gli ebrei, i sionisti e Israele. Ancor più pericolosa diviene se l'arma è in mano a una minoranza che Israele ha sempre avuto difficoltà a integrare e che nonostante un breve periodo in cui sembrava si fosse rassegnata a vivere in Israele ha ripreso da almeno dieci anni un progetto di identificazione nazionale con il primo nemico di Israele, cioè i palestinesi.

Zochrot non aiuta la riconciliazione tra arabi ed ebrei, ma opera a sostegno del progetto politico palestinese di sovvertire la natura di Israele quale Stato-nazione degli ebrei. Di per sé il progetto politico non è illegittimo, e in una democrazia ogni gruppo dovrebbe trovare lo spazio costituzionale di operare secondo i propri interessi collettivi. Certo gli arabi hanno interesse che Israele non sia uno Stato ebraico e, per quanto difficile da comprendere, è legittimo che membri della maggioranza ebraica li sostengano. La domanda da porsi dunque è: come deve comportarsi Israele? Uno Stato non-democratico farebbe chiudere gli uffici e metterebbe fuori legge l'associazione. Una democrazia deve accettare la libertà di espressione e garantirla finché questa però non va contro i principi base della comunità che lo costituisce.

Non si tratta qui di esprimere la propria opinione o di sperare che Israele non sia uno Stato-nazione. Il problema centrale è dare alimento a un conflitto di narrative e identità che costituisce la natura dello scontro tra arabi e israeliani. Ed è il contesto conflittuale che permette a una democrazia di limitare la libertà di espressione di una minoranza sempre più ostile la cui narrativa non solo è contraria all'esistenza dello Stato, ma confluisce in un più ampio conflitto di natura estremamente violenta.

Per quanto mossi da spirito di inclusione e da ideali pluralisti, i membri di queste organizzazioni, come Zochrot, non agiscono a favore di un ideale condiviso da molti liberali, che è il superamento dello Stato-nazione, bensì sostengono l'alienazione della minoranza araba che non vuole integrarsi in Israele, nei cui simboli e nel cui sogno nazionale non si rispecchia, e sogna il crollo dello Stato-nazione degli ebrei per costituire una società in cui gli arabi siano la maggioranza. La legittimità di questi sogni è indiscussa, ma quanto può una democrazia sostenere le aspirazioni di una minoranza ostile al suo crollo in virtù della libertà di espressione e del pluralismo?


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