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Deborah Fait
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Giudea e Samaria: il prossimo 7 ottobre che nessuno vuole vedere? 26/10/2026

Giudea e Samaria: il prossimo 7 ottobre che nessuno vuole vedere?

Commento di Deborah Fait

 Deborah Fait
Deborah Fait

 

Ci sono vittime che riempiono le prime pagine e vittime che sembrano disturbare la narrazione di media, politici e gente comune. Ci sono aggressori che vengono immediatamente chiamati terroristi e altri ai quali si cerca sempre una giustificazione, un contesto, un'attenuante. Quando le vittime sono israeliane e gli aggressori arabi, troppo spesso comincia il gioco delle parole: non terrorismo, ma rabbia; non odio, ma disperazione; non volontà di uccidere, ma conseguenza dell'occupazione. È una vergogna. Ma è anche è un pericolo.

Le notizie che arrivano dalla Giudea e Samaria, chiamata Cisgiordania, dal 1950, nel linguaggio politico contemporaneo sempre nemico di Israele, impongono una domanda che nessuno dovrebbe avere paura di porre: dobbiamo aspettare un altro 7 ottobre per capire che il terrorismo contro Israele non è un episodio isolato, ma una minaccia che non possiamo permetterci di sottovalutare? Dobbiamo ricordare che l'intento di Hamas era di distruggere Israele, attaccato tre anni fa su 7 fronti? Vogliamo chiarire a tante "brave persone" che questo, nei loro intenti, doveva essere un genocidio di un intero popolo? Parlo di un genocidio vero di milioni di ebrei, non inventato come quello di Gaza.

Il 7 ottobre 2023 ha mostrato al mondo che cosa accade quando l'odio antiebraico viene sottovalutato, quando le minacce vengono considerate propaganda e quando la volontà di distruggere Israele viene liquidata come una semplice rivendicazione politica. Uomini, donne, bambini, anziani: nessuno fu risparmiato dai mostri palestinesi. E dopo il massacro, invece di ascoltare le vittime, una parte del mondo si affrettò a spiegare perché, in fondo, gli israeliani avrebbero dovuto aspettarselo. Altri, a partire da Guterres, che ce lo eravamo meritato.

Adesso il pericolo si presenta potente in Giudea e Samaria. Gli attacchi armati contro militari e civili israeliani, le cellule terroristiche che tentano quotidianamente di entrare in Israele per fare stragi, la circolazione delle armi e l'esaltazione degli assassini costituiscono una minaccia concreta alla sicurezza. Il 23 ottobre due soldati israeliani di vent'anni sono stati uccisi in un attacco armato nei pressi di Hebron. Non sono numeri dentro un bollettino: sono persone, famiglie, vite spezzate. 

Eppure, ogni volta che Israele cerca di impedire che il terrorismo si organizzi e colpisca ancora, si alza puntuale il coro delle accuse. Le misure di sicurezza diventano automaticamente una provocazione; i controlli, un sopruso; la difesa dei cittadini israeliani, una colpa da espiare davanti a una comunità internazionale che sembra ricordarsi dei diritti soltanto quando può usarli contro lo Stato ebraico.

Il colono: colpevole per definizione?

Ecco, appunto, poi ci sono i coloni. Una parola che, nel dibattito antiebraico italiano, sembra avere già pronunciato la sentenza prima ancora di conoscere i fatti. Da notare che la parola coloni è soltanto italiana e cosa colonizzino non si sa. Non sono stranieri andati ad occupare terre altrui , sono ebrei, sono israeliani che vivono sulla loro Terra. La Giudea! Gli estranei in Giudea sarebbero gli arabi non certo gli ebrei che vivono in quei luoghi da millenni.  

Milioni di persone che non saprebbero indicare sulla carta geografica la differenza tra Giudea, Samaria e altri territori della regione si sentono autorizzate a distribuire condanne e insulti. Il colono viene dipinto come una figura unica, mostruosa, responsabile di ogni male, a prescindere. La sua storia, le sue ragioni, le sue paure e il problema della sicurezza scompaiono dietro una lercia propaganda fatta di odio, ignoranza e pregiudizio. Ricordo con orrore la famiglia Vogel di Itamar, villaggio ebraico in Samaria, dove due diciannovenni palestinesi sgozzarono l'intera famiglia, genitori e tre bambini , la più piccola aveva 6 mesi. Il mondo stette in silenzio e si girò dall'altra parte. 

Molte famiglie israeliane vivono in queste zone sapendo che il pericolo può arrivare sulla strada, vicino a casa, durante una normale giornata di lavoro. La regola per i terroristi palestinesi è fare il tiro a segno sulle macchine che passano provocando incidenti molto spesso mortali. Questo passa sotto silenzio sui media italiani. 

Il rifiuto del 1947: la storia che si preferisce dimenticare

C'è poi una questione storica che viene troppo spesso cancellata dal racconto corrente. Dimenticata come non fosse mai esistita.

Nel novembre 1947, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181, che raccomandava la partizione della Palestina mandataria in uno Stato ebraico e uno Stato arabo, con un regime internazionale speciale per Gerusalemme. La leadership ebraica accettò il piano; la leadership araba palestinese e gli Stati arabi lo respinsero.

Seguì la guerra, e nel maggio 1948 Israele proclamò la propria indipendenza. La vicenda storica è complessa, ma un dato rimane:l'opportunità della partizione fu respinta dagli arabi mentre gli ebrei accettarono il principio di uno Stato nazionale. E Israele risorse per correre immediatamente il rischio di essere devastato e cancellato. Ma vinse la guerra e diventò un giardino. 

Questo significa che non si può raccontare la storia come se Israele fosse nato sulla pelle degli arabi. NO! Gli arabi non l'hanno voluto la prima volta e lo hanno sempre rifiutato in seguito. La Giudea e la Samaria sono il cuore dell'ebraimo da 3000 anni.  Sono state occupate durante la guerra del 1948 e annesse dalla Giordania, che si affrettò a cambiarne il nome. 3000 anni contro 76, beh, non c'è storia. 

Da allora, la questione fondamentale è rimasta aperta: i cosiddetti palestinesi continuano a considerare illegittima l'esistenza di Israele. Loro che non hanno mai avuto un paese, da quasi un secolo combattono per distruggerci con l'unica arma che sanno usare, da vigliacchi quali sono: il terrorismo.

Israele ha imparato sulla propria pelle che MAI PIU'  significa difendersi senza guardare in faccia nessuno.

Non occorre aspettare che i terroristi realizzino un altro 7 ottobre per prendere sul serio le loro intenzioni. 

Israele non deve chiedere il permesso di sopravvivere. Ha il diritto e il dovere di proteggere i propri cittadini. La pace, se mai arriverà, non nascerà dalla demonizzazione degli ebrei, dalla celebrazione degli assassini o dalla cancellazione della storia. Nascerà quando sarà possibile riconoscere il diritto del popolo ebraico a vivere nella propria terra senza essere minacciato di sterminio.

Dopo il 7 ottobre, ignorare i segnali, la voglia innata e urlata ai quattro venti di "Ammazza l'ebreo" non è ingenuità. È un rischio che Israele non può più permettersi e che l'occidente dovrebbe vergognarsi di negare. Da tre anni io e tanti come me, sionisti innamorati di Israele, viviamo divorati dalla disperazione e dalla rabbia che ci provocano le notizie dal mondo, da tutto l'odio di chi dovrebbe stare dalla nostra parte. Dalla parte della civiltà e della democrazia,  non della barbarie. Spesso viene voglia di urlare e di piangere nel constatare che l'Europa non è cambiata.

Ma ricordatevi, la storia insegna che ogni persecuzione   incomincia sempre con gli ebrei ma non finisce con loro. Potete nutrire il coccodrillo con la nostra carne finche' volete. Alla fine, divorerà anche voi. 


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