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Deborah Fait
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C'era una volta il Pride 05/06/2026

C'era una volta il Pride

Commento di Deborah Fait

 Deborah Fait
Deborah Fait

 

C'era una volta il Pride, nato per dire che nessuno dovrebbe essere discriminato per quello che è. Nato per difendere le minoranze. Nato per opporsi alle etichette, ai pregiudizi, alle esclusioni. Angelo Pezzana, storico fondatore del FUORI, ha speso la sua vita per farlo capire alla società. Dove sono finite le sue lotte?  Tutto inutile , tutto distrutto?  Non voglio nemmeno pensarlo ma purtroppo le notizie non sono buone. Ecco arrivare il Roma Pride 2026 i cui organizzatori hanno deciso che esistono minoranze più minoranze di altre et voilà, ecco arrivare l'esclusione di Keshet Italia, il movimento LGBTQ ebraico. Una vicenda vergognosa che smaschera molte ipocrisie. Perché qui non si sta discutendo di orientamento sessuale, di diritti civili o di inclusione. Si sta discutendo di un test ideologico imposto a un gruppo di ebrei per ritenerli degni di sfilare insieme agli altri. 

La motivazione è nota: Keshet non avrebbe accettato la definizione politica imposta dagli organizzatori sul conflitto di Gaza e quindi non avrebbe avuto diritto a sfilare con il proprio carro.

Fermiamoci un momento.

Immaginate se a qualsiasi altra associazione LGBTQ fosse stato chiesto di sottoscrivere una determinata posizione geopolitica per poter partecipare. Immaginate la reazione. Titoli indignati. Appelli. Manifesti. Proteste.

Ma quando si tratta di ebrei, improvvisamente l’impensabile diventa normale.

Anzi, doveroso.

Il messaggio è devastante: puoi essere gay, lesbica, bisessuale o transgender. Puoi aver combattuto per anni contro discriminazioni e pregiudizi. Ma se sei ebreo, devi prima dimostrare di essere l'ebreo giusto, quello buono, quello che odia Israele. 

Devi passare l'esame.

Devi pronunciare le parole corrette.

Devi recitare il copione approvato dai dirigenti .

Altrimenti la porta si chiude.

E’ inclusione questo? No, è razzismo, puro, semplice e nauseante razzismo.

La cosa più paradossale è che il Pride continua a presentarsi come spazio aperto, plurale e democratico.

Ma quale pluralismo esiste quando una minoranza viene esclusa perché non aderisce a una determinata lettura politica?

Quale libertà esiste quando si pretende una dichiarazione di fedeltà ideologica?

Quale inclusione esiste quando gli ebrei vengono considerati collettivamente responsabili delle azioni di un governo straniero?

La Comunità Ebraica di Roma ha parlato di discriminazione e di tradimento dei principi di pluralismo e inclusione. Difficile darle torto.

Il punto non è essere d'accordo o meno con Israele.

Il punto è un altro. Agli ebrei viene chiesto ciò che non viene chiesto a nessun altro.

Di dissociarsi. Di giustificarsi. Di spiegarsi.

Di dimostrare continuamente la propria innocenza.

È una pretesa antica, richiesta solo agli ebrei.

E infatti molti hanno colto la contraddizione. Persino nel dibattito pubblico e sui social sono emerse osservazioni semplici ma devastanti: un movimento nato per includere finisce per escludere proprio una minoranza che chiede soltanto di esistere come tale.

La verità è che in questa storia non si parla di Gaza. Al Roma Pride non frega niente di Gaza.   Questa storia parla dell'Occidente.

Parla di una cultura che predica la diversità ma tollera una sola opinione.

Parla di un Pride che sembra aver dimenticato la propria ragione d'essere.

Si, c’era una volta il Pride! Quello che gridava: "Nessuno deve essere escluso per ciò che è."

Oggi, evidentemente, il messaggio è cambiato.

Oggi sembra essere: "Tutti sono benvenuti. Tranne gli ebrei sbagliati, quelli che non gridano dal Fiume al Mare, quelli che amano Israele e hanno il coraggio di dirlo."

Per anni abbiamo ascoltato lezioni sulla diversità, sull'inclusione, sul rispetto delle minoranze. Conferenze, manifesti, slogan, hashtag. Una gigantesca industria morale che pretendeva di insegnare al mondo come essere più aperto e più tollerante.

Poi arriva un gruppo di ebrei omosessuali.

E viene messo alla porta.

Fine della favola.

Improvvisamente la diversità non basta più.

Improvvisamente esistono minoranze di serie A e minoranze di serie B.

Improvvisamente l'identità ebraica diventa un problema da gestire.

Non importa che Keshet rappresenti persone che appartengono esattamente a quella galassia che il Pride sostiene di difendere.

Non importa che siano una minoranza dentro una minoranza.

Non importa che abbiano combattuto per anni contro discriminazioni e pregiudizi.

C'è un peccato originale che non viene perdonato: essere ebrei senza chiedere scusa per esserlo.

Perché è questo il punto.

Agli ebrei, ormai, non basta esistere.

Devono giustificarsi.

Devono dissociarsi.

Devono abiurare.

Devono dimostrare di essere abbastanza "presentabili" per essere accettati.

Nessun'altra comunità viene sottoposta a questo trattamento.

Nessuna.

Nessuno chiede ai musulmani di rispondere per le azioni di governi islamici.

Nessuno chiede ai cinesi di rispondere per Pechino.

Nessuno chiede ai russi di inginocchiarsi pubblicamente per ottenere il diritto di partecipare a una manifestazione.

Agli ebrei sì. Sempre.

E poi ci raccontano che non c'entra nulla con l'antisemitismo.

Quando un ebreo viene escluso, c'è sempre una spiegazione sofisticata, una precisazione ideologica, non si accenna mai alla più semplice di tutte: l’abitudine millenaria di odiare e discriminare gli ebrei.

L'antisemitismo moderno urla nelle piazze ma, all’interno dei gruppi compila tristi moduli razzisti. Così le femministe di Non Una di Meno cacciano le donne ebree dai loro cortei e negano gli stupri del 7 Ottobre. Così il Pride caccia gli ebrei LGBTQ perché non obbediscono rifiutandosi di abiurare Israele.

La cosa più divertente, se non fosse tragica, è che tutto questo avviene sotto la bandiera dell'inclusione, parola che ormai non significa niente, che fa venire i brividi per la crudeltà e l’ipocrisia che nasconde.

È come aprire un ristorante vegano che serve bistecche.

È come fondare un'associazione contro il razzismo e poi mettere qualcuno alla porta per la sua identità.

Il Pride nato per dire che nessuno deve essere escluso da uno spazio pubblico per ciò che è,  oggi afferma che alcuni devono essere esclusi per ciò che pensano.

O peggio ancora, per ciò che rappresentano.

E qui emerge la verità più scomoda.

Molti ambienti progressisti non hanno un problema con gli ebrei che tacciono.

Hanno un problema con gli ebrei che parlano.

Con gli ebrei che non si conformano.

Con gli ebrei che rifiutano il ruolo assegnato loro, come il trio Lerner, Foa, Ovadia. Loro si che sono ebrei buoni,  pronti a urlare contro Israele, a maledirlo, a rinnegarlo.

L'ebreo che rivendica la propria identità diventa ingombrante.

E allora via. Fuori dal corteo.

La grande ironia finale è che Keshet non è stata esclusa dal Pride.

È il Pride che ha escluso sé stesso dai valori che afferma di rappresentare.

Perché il giorno in cui una manifestazione che nasce contro l'esclusione decide di escludere gli ebrei, smette di essere una festa della libertà.

Diventa un tribunale ideologico.

E i tribunali ideologici, nella storia europea, non hanno mai portato nulla di buono agli ebrei. Né agli altri.


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