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Philippe Lançon - La traversata - 14/01/2020 -


La traversata
Philippe Lançon
E/O 2020, pp. 460, 19,00 euro
eBook 12,99 euro


Due terroristi islamici armati di kalashnikov irrompono nella redazione di Charlie Hebdo al grido di «Allahu Akbar, Dio è grande» e compiono una strage. Dodici morti, e undici feriti, tra cui Philippe Lançon, giornalista di Charlie e di Libération. Una pallottola gli porta via mezza faccia e il tempo rallenta. Anzi, accelera. Un attimo prima si sta ancora ridendo e scherzando (Charlie, dopotutto, è un giornale satirico, i suoi redattori umoristi di vasta fama, alcuni noti in tutto il mondo) e un attimo dopo lui si sta guardando intorno in preda a uno sgomento che lo segnerà per sempre. Una ferita della mente, che si somma a quelle del corpo, e mai più cicatrizzata. Quando gli assassini, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, due piccoli criminali passati dalle piccole rapine alla jihad e dallo spaccio di droga al misticismo, lasciano la sala della redazione sempre inneggiando all’Onnipotente e Misericordioso, non so quanto fiero dell’omaggio, Philippe Lançon è definitivamente uscito dalla vita cui ha diritto (il diritto di pensarla come gli pare, di scrivere quel che vuole, d’uscire la sera per una birra, di prendere il metrò, di masticare efficacemente una brioche) per entrare nell’inferno che i serial killer di Allah gli hanno riservato. In Francia, per un momento, sono «tutti Charlie», e così nell’Italietta e dappertutto, ma l’idillio dura poco. In fondo, si comincia a dire, non è che i jihadisti avessero tutti i torti. Via, come s’era permesso Charlie Hebdo di sbertucciare nientemeno che il Profeta? Illuminati e tolleranti, siamo tenuti a portare rispetto a chi crede nella Grandezza dell’Unico Dio e nell’infallibilità del suo Unico Profeta, mentre l’islamista (che non è tollerante né illuminato, e che anzi è un perfetto zombie metafisico) non è tenuto a portare rispetto al nostro ateismo, alla nostra cultura e intelligenza, al nostro senso dell’umorismo. Non ci portano rispetto, ma lo pretendono, e guai a negarglielo, gli ecologisti implacabili da talk show e le vestali del #MeToo mafioso. Non è lecito dare torto ai NoVax e ai NoTav. Volete che ci porti rispetto o ci dia tregua l’Islam? In Italia, già pochi giorni dopo l’attentato, ci sono umoristi e vignettisti di professione (tutti «de sinistra», e tutti scartine in confronto ai redattori di Charlie Hebdo) che, dopo una rapida scappellata al passaggio del funerale, prendono coraggiosamente le distanze dai morti e dai feriti di Parigi.

«Wolinski, Cavanna e gli altri hanno esagerato con Maometto», dicono nelle interviste questi eredi di Pulcinella riferendosi agli eredi di Voltaire. Erano dei provocatori, via, e in fondo se la sono cercata. Maometto con la cintura esplosiva? Gli ayatollah atomici immortalati nei momenti d’intimità? Mentre siedono sul water? Mentre fanno pipì? Sono oltraggi, e non s’offende impunemente il popolo islamico e islamista delle banlieue. Anche il Papa concorda: offendessero mia madre, reagirei a cazzotti. Già Sartre, nel tempo dei tempi, non voleva che si turbasse la serenità socialista degli operai di Billancourt rivelando che in Unione sovietica c’era il Gulag e che Stalin era un mostro. Allo stesso modo, per non turbarne la serenità, e per non costringerli a reagire con la violenza, bisogna far credere agl’islamici e agl’islamisti che è giusto trattare le donne come bestie da soma e lapidare gli omosex. Credono, nella loro ingenuità, che gli apostati vadano scannati, che non ci sia mai stato l’Olocausto (ma che ci penseranno loro, gl’islamisti, ad allestirne uno quando verrà l’ora) e che i cristiani debbano convertirsi o morire? Lasciamoglielo credere. Che male ci fa? Questo avrebbe dovuto fare la redazione di Charlie, se voleva l’approvazione dei jihadisti, di Barak Obama e degl’intellòs di sinistra: sbertucciare gli ebrei, i cristiani e gli altri cani infedeli, ma non provocare l’ira dei veri credenti ridendosela della Sharia. Benché gli fosse stato spiegato da fior di maître à penser, tipo (per capirci) i leader dei centri sociali, a Wolinski e Lançon e Cavanna e a tutti i feriti e morti ammazzati del maledetto 7 gennaio 2015 non era semplicemente entrato in testa che «les arabes», gli abitanti delle periferie islamiche, stanno alla gauche del XXI secolo come il proletariato della favola marxleninista alla gauche del Novecento: al Front populaire, alle barricate di Maggio. Armati di Corano e di kalashnikov, gl’islamisti sono i «compagni che sbagliano» della nuova avventura rivoluzionaria e antimperialista. Avventuristi, però generosi. Chi li contrasta, chi non cerca neppure di capire le loro ragioni, è un disertore e un nemico del popolo. Lançon non se ne lamenta troppo. Nove mesi d’ospedale, un’infilata senza fine d’interventi chirurgici e il puro orrore di chi è stato privato d’una vita normale (e d’un aspetto decente) non gli lasciano il tempo di badare al fallout ideologico del Novecento: una polvere radioattiva che si deposita sugli eventi della storia, come pure sui vivi e sui morti, e ne altera il senso, la natura, fino a stravolgerli. Niente radio e niente televisione per lui. Lançon evita la pappa dei talk show. È concentrato sulla propria riabilitazione, sui medici che gli ricostruiscono la mascella, sugli amici, sugli amori perduti e ritrovati, sui libri letti e da leggere e sulla vita che continua, sia pure violata e irriconoscibile, come la sua immagine riflessa in uno specchio, quando vi si affaccia per errore. La sera prima dell’attentato Lançon era stato a teatro, «al Quartiers d’Ivry, nella banlieue parigina», e aveva visto La dodicesima notte di Shakespeare, dove nessuno è chi sembra e ciascuno può trasformarsi in chiunque: sul palco una donna che si traveste da uomo, dopo il teatro un bullo che si trasforma in sicario jidahista. Qualche giorno dopo, Lançon avrebbe dovuto intervistare per Libération Michel Houellebecq, di cui era uscito proprio il giorno dell’attentato Sottomissione, il romanzo distopico sulla conquista della Francia da parte dell’Islam. E a Princeton, infine, due settimane più tardi, avrebbe dovuto tenere un corso su letteratura e violenza. A Charlie tutte queste coincidenze e sincronicità sarebbero state il tema di molte risate e d’una crudele vignetta.

Diego Gabutti
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