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Simon Schama - La storia degli ebrei. L'appartenenza - 19/09/2019 -


Simon Schama
La storia degli ebrei. L'appartenenza
Mondadori

Nell'ebraismo, le storie sono sempre al plurale. Per spiegare come il presente si trasformi e diventi memoria, la Bibbia usa la parola "toledot". È un plurale, appunto, e significa propriamente "generazioni". Non c'è storia senza nascite, morti, lutti, amore. Bisogna incontrarsi, desiderarsi, agire, essere sconfitti, costruire, riuscire. E poi, qualsiasi cosa si abbia patito e qualsiasi successo si sia raggiunto, è inevitabile cedere il passo alla generazione che viene, e che di nuovo ripercorrerà un cammino simile, impervio, misterioso, avviandosi sulla strada della vita. Dentro ogni generazione, infinite storie, tutte da raccontare e da ricordare. Partendo dalla famiglia, sempre al centro delle saghe violente e struggenti che coinvolgono i patriarchi biblici, per poi allargarsi al clan, agli allead, ai nemici, agli stranieri. Tutta la Scrittura ebraica è un lungo, appassionante, terribile racconto. E un racconto altrettanto fitto, indistricabile, è la storia plurimillenaria del popolo ebraica Come titolo della sua cronaca di quattrocento anni dell'ebraismo, Simon Schama ha scelto la parola inglese Belonging, "appartenenza". Non si appartiene forse alla propria generazione, tutti assieme, intimi ed estranei? È un legame indissolubile. "Siamo" i nostri contemporanei, la lingua che parliamo assieme a loro, i paesaggi che contempliamo, gli odi che ci dividono, gli amori che ci fondono. Ma "siamo" anche tutta l'eredità che ci viene dai nostri genitori, dal gruppo: somiglianza di tratti, di costumi, di pregiudizi, di sogni. Moltiplicate queste appartenenze multiple per centinaia e centinaia di anni. Spostatevi, sradicatevi, ritrovatevi, ripartite. Con quante storie vi ritroverete, alla fine? Ci fosse, una fine. Qualsiasi appartenenza viene continuamente messa in discussione, strappata, ricomposta. A ogni generazione, qualcuno è impaziente di andarsene, di ricominciare da qualche altra parte. Oppure è costretto, con la forza, a lasciare il luogo in cui è nato. Scacciato, espulso, esiliato. Non a caso, Schama inizia il suo lungo percorso, più di 800 pagine per"soli" quattro secoli, con la vicenda di uno strano messia, un personaggio enigmatico, vestito all'orientale, che sa affascinare papi e re. Anche l'attesa del messia è appartenenza. Si appartiene a quello che c'è, e ancor di più quellocheverrà.In cui si spera, se non per l'oggi, certo per un vicino futuro. La tradizione ebraica ha imparato ad "appartenere" alle proprie sconfitte non meno che ai momenti fortunati e di vittoria Fare dei rovesci, dei disastri collettivi il muro di una nuova fortezza. E del Tempio distrutto, un Tempio nuovo, che verrà. Come ci si può riuscire? La risposta, omeglio, gli infiniti modi per rispondere li troverete nelle storie che narra Schama. «In prossimità dellafestadi Hanukkah del 1523, un ometto dalla carnagione scura e il corpo ossuto asciugato dall'abitudine al digiuno giunse a Venezia e dichiarò di essere David, il figlio di re Salomone e fratello dire Giuseppe, governante delle tribù di Ruben e Gad e di metà della tribù di Manasse». Sembra l'inizio di un romanzo, eppure è la cronaca veritiera delle peripezie di David Reuveni, il presunto messia a cui si è già accennato. Da Venezia a Roma, attraverso speranze politiche, illusioni e qualche imbroglio, l'ascesa e la caduta di David, che dopo gli onori della corte di papa Clemente VII finirà la propria vita in una prigione dell'Inquisizione spagnola, sono anche metafora di uno dei colori di cui è intessuta la vicenda ebraica. È il colore della mistica, delle attese religiose, del desiderio di avvicinare la fine dei tempi, di rovesciare l'ordine e la misura del mondo. Naturalmente, ci sono anche molti altri colori. Solidità, senso d'intraprendenza, successo intellettuale, riuscita economica: ognuna di queste tinte ha i suoi esempi, gli eroi e gli antieroi. Dall'Amsterdam del Seicento, con Baruch Spinoza e una folla d'intrepidi mercanti ebrei, alle terre tedesche dell'assimilazione ottocentesca. Dagli Stati Uniti dell'indipendenza e dell'integrazione sociale alla Londra della rivoluzione industriale, dall'Italia risorgimentale alla Francia dell'affare Dreyfus, non c'è capitolo dell'età moderna che non possa offri re una specifica narrazione ebraica. Di volta in volta, questo filone s'intreccia, si fonde o si separa da quello più generale. Assieme, distinti, di nuovo assieme, il pendolo si muove costantemente tra i due poli di familiarità ed estraneità. Dov'è la "vera" storia ebraica? Nelle sinagoghe devote dell'Est Europa, negli stetlach in cui gli ebrei rappresentano la maggioranza della popolazione o nei saloni alto-borghesi, nella musica di Felix Mendelssohn Bartholdy o nei versi di Heinrich Heine? Poco importa che entrambi questi intellettuali fossero convertiti al cristianesimo, per convenienza sociale. Le lorobiografie, il talento, i dubbi interiori e gli attacchi antisemiti di cui furono oggetto appartengono alla "storia delle storie" ebraiche. Simon Schama lavora di dettaglio, entra in particolari minuti, senza perdere di vista il contesto più generale degli eventi mondiali. Gli ultimi quadri del libro sono dedicati a Theodor Herzl, e al suo improbabile incontro, il 2 novembre 1898, con il Kaiser Guglielmo II di Hohenzollern. Fa da sfondo la Gerusalemme ottomana, in cui l'imperatore è in visita. L'udienza imperiale dura poco. Guglielmo è sfuggente e frettoloso, e l'atmosfera non molto promettente. «Appena prima che il Kaiser desse una delle sue occhiate all'orologio che portava al braccio avvizzito e segnalasse la fine dell'incontro, Herzl tentò di dire in fretta qualcosa circa una nuova Gerusalemme, quella che aveva visto con gli occhi della mente intanto che saliva sul Monte degli Olivi». Certo, Herzl non è David Reuveni, e dai tempi dello pseudo-messia sono passati secoli. Le due storie sono diversissime tra loro, eppure, in certo modo, appartengono a un medesimo fluire. "Toledot", "generazioni" ecco il nome che le accomuna.

Giulio Busi - Il Sole24Ore
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