lunedi` 15 agosto 2022
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Hillel Neuer smaschera l'antisemitismo dell'Unrwa (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Storia
36° anniversario della liberazione di Gerusalemme
per non dimenticare
36° ANNIVERSARIO DELLA



LIBERAZIONE DI GERUSALEMME



Dall’Ordine del Giorno dell’Agenzia Ebraica



“Se io ti dimentico, o Gerusalemme, dimentichi la mia destra le sue funzioni,” dice il Salmista (Salmo 137; 5-6),e questa è stata la mantra degli ebrei in tutti gli esili ed in tuttte le generazioni.



Questo venerdì ricorre il 36° Anniversario della liberazione e della riunificazione di Gerusalemme, in conseguenza della Guerra dei Sei Giorni nel giugno 1967.



La Guerra dei Sei Giorni



La guerra scoppiò in conseguenza della campagna anti-israeliana fomentata dai paesi arabi nel corso della primavera del 1967. Il 15 maggio, il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser pretese il ritiro dal Sinai delle forze di pace dell’ONU e poco dopo ordinò la chiusura dello Stretto di Tiran alla navigazione israeliana, a dispetto della legge internazionale. Il 31 maggio l’Egitto aveva già stanziato nel Sinai 100.000 soldati, 1.000 carri armati e 500 cannoni a lunga gittata. Quindi l’Egitto firmò un patto di difesa con la Giordania, mentre Siria, Giordania e Irak richiamavano alle armi i loro eserciti. Anche il Kuwait, l’Arabia Saudita, il Sudan e l’Algeria inviarono truppe ed armi. Israele si trovò circondato da circa 250.000 soldati, oltre 2.000 carri armati e 700 aerei da combattimento. Il Presidente iracheno Aref dichiarò: “Il nostro obiettivo è chiaro: cancellare Israele dalla carta geografica”. Il 4 giugno Israele si trovò ad affrontare la guerra su tre fronti.



Con la dichiarazione di neutralità da parte degli Stati Uniti, l’imposizione dell’embargo degli armamenti (congiutamente alla Francia) su tutta la regione – mentre l’Unione Sovietica continuava a inviare massicce riforniture militari agli Stati arabi – e il crescente isolamento internazionale di Israele, l’appello all’annientamento del paese non suonava come una minaccia priva di senso. La mattina del 5 giugno, l’Aviazione israeliana intraprese un’azione preventiva e distrusse la quasi totalità dell’Aviazione egiziana. Le forze corazzate di Israele dilagarono nel Sinai, fino alla sponda orientale del Canale di Suez. Lo stesso giorno la Giordania lanciò l’attacco contro Israele.



Il 7 giungo, l’esercito israeliano sfondò le mura della città Vecchia di Gerusalemme. I soldati israeliani corsero alla cieca verso il Muro del Pianto, piangendo come bambini, mentre accarezzavano le sue antiche pietre. Dopo aver dato la scalata alle mura, giunsero le elettrizzanti parole del comandante Motta Gur: “Il Monte del Tempio è in mano nostra! Il Monte del Tempio è in mano nostra!”



Sotto l’ccupazione giordana



La Città Vecchia di Gerusalemme fu illegalmente annessa alla Giordania nel 1950, dopo essere stata occupata dalla Legione Araba [giordana] il 28 maggio 1948: l’annessione fu riconosciuta solo dalla Gran Bretagna e dal Pakistan. I due settori della città furono separati da filo spinato e campi minati e dalle sue antiche mura, i soldati giordani presero a fare tiro al bersaglio contro gli israeliani. A tutti gli israeliani – ebrei, musulmani e cristiani – fu impedito l’accesso alla Città Vecchia, in flagrante violazione dell’armarmistizio fra Israele e la Giordania, firmato nel marzo 1949. Ai turisti stranieri in visita a Gerusalemme fu generalmente richiesto di presentare un certificato di battesimo. Nel corso degli anni sotto il dominio giordano, ogni vestigia della presenza ebraica nella città fu sistematicamente cancellata. Una strada fu asfaltata nel mezzo dell’antico cimitero ebraico sul Monte degli Olivi e pietre tombali furono usate per pavimentare accampamenti militari e latrine. Cinquantotto sinagoghe, fra cui la Sinagoga Hurvà vecchia di 700 anni, furono in gran parte dissacrate e distrutte. Agli ebrei fu negato il libero accesso ai loro luoghi santi, ed in particolare al Muro del Pianto ed anche ai musulmani israeliani fu impedito di accedere alle moschee della Città Vecchia.



Dopo la liberazione di Gerusalemme, il Governo varò la Legge per la Protezione dei Luoghi Santi, che garantiva libertà di accesso e di culto nei luoghi santi per gli appartenenti a tutte le religioni e a tutte le sette e autonomia ai vari gruppi religiosi nella gestione delle loro rispettive proprietà e dei loro luoghi santi. La Knesset estese la legislazione israeliana a Gerusalemme-est, unificando così la città sotto il governo israeliano e mettendo fine alle regolamentazioni discriminatorie. Gli israeliani ripristinarono rapidamente il diritto dei musulmani di pregare sul Monte del Tempio, malgrado il fatto che fosse il luogo più santo all’ebraismo. Oggi il Wakf musulmano [consiglio religioso], a cui è affidata l’amministrazione del Monte del Tempio, impedisce agli ebrei di pregare sul luogo.



Gerusalemme nella Storia ebraica



Gerusalemme è legata in modo inestricabile al Popolo ebraico. La sua posizione speciale nella tradizione ebraica risale a 4000 anni fa, quando Dio si rivelò ad Abramo, chidendogli di sacrificare Isacco sul Monte Morià, dove poi sorgerà il Tempio. Nel 1004 a.C., Davide fece della città la capitale del suo regno e suo figlio Salomone vi fece costruire i Sacro Tempio. La città rimase la capitale della dinastia davidica per 400 anni, finché nel 586 a.C. fu conquistata e distrutta dai babilonesi. Con il benestare dei persiani, che avevano a loro volta conquistato Babilonia, agli ebrei fu concesso di ritornare nella Terra d’Israele e 70 più tardi, ricostruirono la loro città santa ed il Sacro Tempio. Gerusalemme rimase il baricentro della cultura e della religione ebraica per i successivi cinque secoli e mezzo. Quando l’impero ellenistico-seleucide profanò il Tempio, scoppiò la rivolta dei Maccabei (167 a.C.), che ripristinò l’indipendenza ebraica, incentrata su Gerusalemme. Nel 63 a.C., la città fu conquistata dai Romani. In seguito all’oppressione religiosa, nel 70 d.C. gli ebrei si rivoltarono contro Roma, Gerusalemme fu distrutta ed i suoi abitanti esiliati e dispersi in tutto l’impero romano e resi schiavi. Nel 136 d.C., in conseguenza della rivolta di Bar Kochbà, i Romani passarono l’aratro sul Monte del Tempio. Gerusalemme fu ricostruita come città pagana, a cui venne dato il nome di Aelia Capitolina: l’ingresso agli ebrei fu vietato.



Attraverso tutti i susseguenti periodi di occupazione straniera di Gerusalemme – romano (fino al 324), bizantino (324-614), persiano (614-638), arabo- musulmano (638-1099), crociato (1099-1291), mamelucco (1291-1516), turco-ottomano (1516-1917) e britannico (1917-1948), la presenza e l’attaccamento degli ebrei a Gerusalemme sono rimasti costanti ed invariati. Dal 1844 (primo censimento ufficiale) gli ebrei costituiscono il maggiore gruppo etnico della città.



Gerusalemme è ricordata nella Bibbia oltre 800 volte ed ha 70 nomi diversi nella letteratura post-biblica.



La distruzione di Gerusalemme è commemorata in un numero infinito di rituali, preghiere, giorni di digiuno, il più cupo dei quali, Tishà be-Av [nono giorno del mese ebraico di Av (luglio-agosto), anniversario della distruzione del Primo e del Secondo Tempio], conclude un periodo di lutto di tre settimane. Gli ebrei in tutto il mondo pregano rivolti verso Gerusalemme. Un bicchiere di vetro viene rotto al termine della cerimonia nuziale, per ricordare che non vi può essere gioia completa finché Gerusalemme non sarà ricostruita. Gli ebrei più religiosi lasciano un riquadro senza intonaco in ogni casa nuova “in ricordo della distruzione”. Il Seder [cena rituale] di Pesah e le preghiere di Kippur terminano con l’espressione del desiderio e gli auguri reciproci: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”



***

Si racconta che a Napoleone capitò di entrare in una sinagoga il giorno di Tishà be-Av. Vide gli ebrei seduti al buio sul pavimento, immersi in un lamento inconsolabile. Chiese quale fosse la causa della loro afflizione e gli fu detto che erano in lutto per la distruzione di Gerusalemme. “Quando è accaduto tutto ciò?”, domandò.



“Duemila anni fa”, gli fu risposto.



“Un popolo che ricorda la sua terra per duemila anni vi farà certamente ritorno”, concluse l’Imperatore.






















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