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La Stampa - Il Foglio Rassegna Stampa
24.08.2022 L’Ucraina dopo sei mesi di guerra
Due servizi di Anna Zafesova

Testata:La Stampa - Il Foglio
Autore: Anna Zafesova
Titolo: «Gabbie nel teatro di Mariupol, il processo staliniano agli Azov - E’ ancora inverno»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 24/08/2022, a pag. 15, con il titolo "Gabbie nel teatro di Mariupol, il processo staliniano agli Azov", l'analisi di Anna Zafesova; dal FOGLIO, a pag. 1, la sua analisi dal titolo "E’ ancora inverno".

Ecco gli articoli:

"Gabbie nel teatro di Mariupol, il processo staliniano agli Azov"

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Anna Zafesova

«Tenere un uomo la cui colpa non è ancora stata dimostrata in gabbia di fronte al giudice è assolutamente inammissibile». Mentre nella sala della filarmonica di Mariupol operai inviati da Pietroburgo stanno saldando le gabbie che dovranno ospitare gli imputati del maxi processo ai militari ucraini, un esponente importante del potere di Mosca, il senatore Andrey Klishas, chiede al parlamento di abolire la pratica delle gabbie nelle aule dei tribunali. Il senatore è un membro importante dell'establishment putiniano, autore di alcune delle più repressive iniziative legislative del Cremlino, molto vicino secondo alcuni esperti alle fazioni più dure del regime putiniano. La sua svolta "garantista", anche se non lo dice chiaramente, è molto probabilmente il segnale di uno scontro in atto nelle ultime settimane a Mosca, non più tra falchi e colombe (il Cremlino ultimamente non è un habitat favorevole ai messaggeri di pace), ma tra i fautori della linea dura e i pragmatici. E una delle linee di scontro, soprattutto dopo l'attentato che ha ucciso la figlia dell'ideologo degli oltranzisti Aleksandr Dughin, passa sulla necessità o meno di processare i prigionieri di guerra ucraini. Una linea rossa che Volodymyr Zelensky ha tracciato senza mezzi termini: «Se la Russia terrà il processo potrà scordarsi qualunque negoziato». Una minaccia che il presidente della Duma Vyacheslav Volodin ieri ha respinto, invocando un «processo pubblico che tutti aspettano». Il "premier" dei separatisti di Donetsk Denis Pushilin ha annunciato che «tutti i criminali di guerra, soprattutto i neonazisti di Azov, devono venire puniti», e che il tribunale si aprirà a settembre con i primi 80 imputati. Nelle "repubbliche popolari" di Donetsk e Luhansk non vige il diritto russo, e quindi i prigionieri ucraini rischiano la pena di morte. Donetsk ha già condannato alla fucilazione tre volontari stranieri che combattevano per l'Ucraina, e il giornalista russo in esilio Aleksandr Nevzorov non dubita che le sentenze ai membri di Azov saranno capitali: «Ma prima di ucciderli si godranno la loro umiliazione». Almeno duemila militari del battaglione Azov si sono arresi a Mariupol dopo aver difeso per più di due mesi la città martoriata dai russi. La resa era stata negoziata tra Kyiv e Mosca con le garanzie dell'Onu e della Croce Rossa, ma 50 prigionieri sono morti un mese fa nel carcere di Olenivka, vicino a Donetsk, in quello che i russi sostengono essere stato un bombardamento ucraino e che Kyiv denuncia essere stata una strage per occultare le torture e le uccisioni dei detenuti. I militari di Azov liberati in seguito agli scambi di prigionieri raccontano di essere stati spogliati e umiliati dai carcerieri: «Ci infilavano aghi nelle ferite aperte, ci facevano la tortura dell'acqua», ha raccontato in una conferenza stampa a Kyiv Vladislav Zhaivoronok, che è finito nelle mani dei russi dopo aver perso una gamba e dice che gli avevano negato gli antibiotici per costringerlo a testimoniare contro i suoi comandanti e «confessare uccisioni di civili». I falchi di Mosca vogliono un "processo di Norimberga" che dovrebbe confermare la narrazione russa di una "guerra contro il nazismo", e legittimare l'invasione, almeno agli occhi dell'opinione pubblica interna. Quella internazionale difficilmente potrà credere a un processo-spettacolo con "confessioni" di imputati torturati, sul modello dei grandi tribunali contro i "nemici del popolo" voluti da Stalin negli anni Trenta, e l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani ha dichiarato ieri che un processo ai prigionieri tutelati dalla convenzione di Ginevra sarebbe «un crimine di guerra commesso dalla Russia». Secondo Mosca però il battaglione Azov è una "organizzazione terrorista", e non a caso i servizi segreti Fsb hanno accusato dell'omicidio di Darya Dugina una agente ucraina che ne farebbe parte. Un crimine «barbaro, i cui autori non meritano alcuna pietà», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Allo schieramento di quelli che bramano il sangue si è aggiunto anche il capo del Comitato per la cooperazione estera Evgeny Primakov, che ha dichiarato in pubblico di sognare l'ex deputato russo Ilya Ponomaryov, fuggito a Kyiv, che «striscia sulle gambe rotte sputando i denti». Un ideale estetico e politico che perfino gli estimatori del Gulag staliniano finora hanno esitato a elogiare in pubblico. Ieri, mentre molti propagandisti televisivi invocavano bombardamenti del centro di Kyiv per vendicare Daria Dugina, il presidente del comitato Esteri della Duma Leonid Slutsky ha lanciato ai suoi funerali un nuovo slogan: «Un Paese, un presidente, una vittoria». Un parallelo imbarazzante con il culto di Hitler, e la frase è stata censurata dalle tv. Nessuno dei rappresentanti altolocati del governo si è presentato al funerale, animato soprattutto da esponenti dell'estrema destra nazionalista, in un altro segnale di una lotta interna al Cremlino: qualcuno nella cerchia di Putin spera ancora di fermare il montaggio delle gabbie a Mariupol.

"E’ ancora inverno"

Next 24 hours are 'crucial' in Ukraine as resistance faces pressure

Milano. E’ ancora inverno, un 24 febbraio che non finisce mai. Sono molti gli ucraini che raccontano questa sensazione di un grande freddo e di un buio interminabile, e il cambio degli armadi è arrivato quasi come una sorpresa, quasi controvoglia, quasi come se non potessero esserci sole e gioia sotto le bombe. Da sei mesi, gli ucraini stanno vivendo un’esperienza che nell’Europa della storia finita sembrava essere relegata ormai ai film. Bombardamenti e sirene degli allarmi aerei. Fosse comuni e profughi che prendono d’assalto i treni. Torture, stupri e saccheggi di civili. Città che sopravvivono soltanto come un cumulo di macerie. Dopo sei mesi di guerra, un’intera nazione sa distinguere infallibilmente la deflagrazione dei razzi multipli dai botti dell’antiaerea, conosce tutti i tipi dei rivestimenti dei giubbotti antiproiettile e parla con disinvoltura dei “prilyoty”, gli “arrivi”, l’eufemismo per gli attacchi di bombe, missili e mortai che colpiscono il territorio dell’Ucraina, in decine e centinaia di attacchi al giorno. Un inverno infinito, e Volodymyr Zelensky ieri ha firmato una legge che obbliga a fornire di rifugi antibomba ogni nuovo edificio eretto d’ora in poi in Ucraina. In sei mesi, l’unica nazione postsovietica – tranne i Baltici entrati nell’Ue – a essere rimasta per tutti i 31 anni della indipendenza da Mosca una democrazia – è diventata un campo militare. Un milione di donne e uomini sotto le armi, 10 milioni di profughi, almeno 9 mila caduti militari e decine di migliaia di vittime civili. La portata di questo choc nazionale si misurerà – se si può misurare quello che oggi sembra un abisso senza fondo – nei decenni successivi, in uno choc traumatico che ha colpito decine di milioni di persone. Sono molti gli esperti di Kyiv che danno per certa la trasformazione dell’Ucraina in una sorta di Israele: una democrazia militarizzata sotto perenne minaccia, che erige sempre più in alto il suo muro con il nemico a est per far durare più a lungo le prospettive di una pace che sarà inevitabilmente a intermittenza. Ma “basta piagnucolare”, avverte nel suo editoriale il cronista militare del Kyiv Independent Illia Ponomarenko, il giornalista ucraino che ha anticipato tante svolte del conflitto, a cominciare dagli attacchi ai ponti di Kherson. L’invasione russa è – è stata e sarà ancora – una tragedia terribile, ma ha fatto scoprire al mondo che l’Ucraina non era un paesino sperduto nelle steppe postsovietiche, povero, corrotto e governato da un comico. Idea che fino al 24 febbraio era condivisa anche da potenti del mondo come Donald Trump. Oggi, il blu e giallo della bandiera ucraina colorano tutto il mondo, dal numero 10 di Downing Street ai braccialetti di perline dei ragazzini, e Volodymyr Zelensky è il leader più famoso e carismatico a livello internazionale. La sua frase “non ho bisogno di un passaggio, ma di munizioni”, rivolta agli occidentali che gli offrivano un comodo governo in esilio, non solo è finita su migliaia di t-shirt, ma ha ridestato l’Unione europea, dandole una missione e una consapevolezza dei suoi valori. Sei mesi dopo l’inizio della guerra, mentre diventa chiaro che la Russia non riuscirà a vincere, la fine dell’inverno appare meno lontana, e la primavera vedrà emergere in Europa un paese devastato dalla guerra, ma anche dotato del più potente esercito del continente, e forte di una leadership che già oggi promette che deciderà la riconquista della Crimea “senza consultarsi con nessuno”. “O ci aiutate, o toglietevi di mezzo”, riassume così la nuova assertività ucraina Ponomarenko, e Kyiv si sente già il centro intorno al quale orbiterà la “nuova” Europa uscita dall’ombra del Cremlino.

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