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La Stampa - La Repubblica Rassegna Stampa
22.01.2022 'Lo shtetl perduto', di Max Gross
Recensioni di Elena Loewenthal, Susanna Nirenstein

Testata:La Stampa - La Repubblica
Autore: Elena Loewenthal - Susanna Nirenstein
Titolo: «Agli ebrei di Kreskol nessuno ha detto che c'è stata la Shoah - Lo shtetl che non c'era»
Riprendiamo oggi, 22/01/2022, dalla STAMPA - Tuttolibri, a pag. 9, con il titolo "Agli ebrei di Kreskol nessuno ha detto che c'è stata la Shoah", la recensione di Elena Loewenthal; dalla REPUBBLICA Robinson, a pag. 14, con il titolo "Lo shtetl che non c'era", la recensione di Susanna Nirenstein.

Ecco gli articoli:

Lo shtetl perduto - Max Gross
La copertina (e/o ed.)

LA STAMPA - Elena Loewenthal: "Agli ebrei di Kreskol nessuno ha detto che c'è stata la Shoah"

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Elena Loewenthal

Lo shtetl, la «piccola città» ebraica sparpagliata per l'Europa dell'est e annientata dall'orrore nazista, è un luogo tanto reale quanto immaginario. E tale era anche al tempo della sua grande letteratura, un'epica ironica e malinconica che deve tanto a scrittori quali Mendele Mocher Sefarim o Yaakov Leib Peretz ma altrettanto alla lingua in cui si esprimeva — lo yiddish— e a un corpus di narrazioni popolari vecchio come il mondo o quasi.Così come lo shtetl, anche lo yiddish e tutto il mondo che gli apparteneva sono spariti, finiti in fumo. Questa distruzione ha lasciato dietro di sé tanto vuoto quanta nostalgia. Ci si torna a quel mondo, con il desiderio di ricrearlo, se non nella realtà certo nella fantasia. In quel che ci è stato raccontato e in quel che si prova a immaginare. L'hanno fatto in tanti, a incominciare da Isaac B. Singer, e lo fa ora nel suo romanzo di esordio Max Gross, giornalista americano che ha lavorato per il Forward e il New York Post, con il suo Lo shtetl perduto, pubblicato ora in italiano da e/o nella brillante traduzione di Silvia Montis. Gross è nato nel 1978, dunque appartiene alla seconda generazione dopo la Shoah, per la quale tutto si riverbera nella voce ormai fragile dei nonni, in un'eco lontana. Per raccontare la storia che racconta, per riempirla di dolcezza e ironia, di vita e cose, ha giocato molto di fantasia. E lo ha fatto bene, producendo un romanzo che non ha la pretesa di essere autentico ma che trasforma la piccola città di Kreskol — il cuore della storia — in un luogo abitato non solo dai protagonisti ma anche da tutti i lettori che abbiano voglia di immergersi in queste pagine con lo spirito giusto, senza puzza sotto il naso né pretese di una impossibile autenticità. La storia è più o meno questa, secondo un modello certo non inventato su due piedi ma comunque sempre efficace. Un po' come quella del soldato giapponese trovato nella giungla quarant'anni dopo la fine della guerra, che però non sapeva che era finita. Kreskol è un'amena piccola cittadina ebraica della Polonia orientale circondata da boschi fitti e invalicabili, che vive da secoli ignara di quel che succede oltre quei boschi. Siamo ormai nel dopoguerra, con tutto ciò che ha portato con sé e soprattutto con quel che la guerra e lo sterminio nazista si sono portati via. Ma gli abitanti di Kreskol non sanno nulla di tutto ciò, continuano a vivere nello stesso modo come se nulla fosse successo. E per loro, infatti, nulla è successo se non fosse che una bella mattina Pesha Lindauer, una giovane donna piuttosto volitiva che ha appena preteso il divorzio dal marito per ragioni che nessuno a parte lei sa, sparisce nel nulla. Non resta altro da fare che mandarla a cercare. E chi meglio del povero Yankel, un ragazzotto dal destino avverso e minime pretese, potrebbe fungere all'uopo e diventare l'ardito esploratore del mondo che sta al di là dei boschi, per ritrovare Pesha e riportarla a casa? Comincia così l'avventura del nostro eroe, un po' Don Chisciotte un po' scemo del villaggio, alla scoperta del grande mondo — cominciando da Smolskie, che se per il mondo intero è una piccola città anch'essa, solo un po' meno piccola di Kreskol, per lui è un universo ignoto dove succedono cose incredibili come la bibita che ha dentro cose che saltano sulla lingua (una lattina di Coca Cola, ma chi ha mai visto una bevanda frizzante, a Kreskol?) . E se è vero che Yankel sembra talvolta più uscito da Chelm — lo shtetl fatto tutto di scemi del villaggio, topos letterario e sede di un vastissimo repertorio di storielle ebraiche — lo è non meno il fatto che fra prigione, polizia, manicomio e lettino dello psicanalista, Yankel finisce per cavarsela niente affatto male. E innescare tutta una serie di eventi che portano, per così dire, al centro del mondo proprio la sua Kreskol, la piccola città dove nessuno sa nulla della guerra, delle persecuzioni, dei campi di sterminio. Lo shtetl perduto è un romanzo divertente, intelligente, ben scritto. Che sa però anche portare al cuore di quella storia, della storia cui tutti apparteniamo perché sta purtroppo al cuore dell'Europa, ponendoci di fronte all'atroce assurdità di quanto è successo attraverso gli occhi di Yankel: « "Ma come possono essere morti tutti?", ribatté Yankel. "Dovevano essere centinaia di migliaia". "Ce n'erano milioni', disse Fishbein. "Ma ora non più". "Che mi dice degli ebrei di Cracovia?". "Uccisi". 'Varsavia?". "Uccisi". "Byalistok?". "Uccisi anche loro. Non ci sono più ebrei in nessuna di queste città. Solo poche centinaia". "Su, andiamo!", disse Yankel con un cenno della mano. "Mi prende in giro"». Di fronte a quel passato tremendamente vero, sì, siamo tutti increduli come lui. E dobbiamo continuare a restare sgomenti, dalla storia e dalla nostra incredulità.

LA REPUBBLICA - Susanna Nirenstein: "Lo shtetl che non c'era"

Immagine correlata
Susanna Nirenstein

Ci sono scene e dialoghi che fanno pensare a Isaac Bashevis Singer, a Shmuel Yosef Agnon, Sholem Aleichem, Chaim Grade, gli scrittori che hanno descritto le comunità ebraiche est europee prima della Shoah, altri all'irriverente Shalom Auslander con tutte le sue fughe dalla famiglia osservante, altri ancora a Woody Allen per le sue battute azzeccatissime, anche se non mancano pagine cupe. Stupisce e funziona il romanzo del quarantunenne esordiente Max Gross, giornalista, vissuto a Brooklyn, ora nel Queens, perché cosa ne direste se ai giorni nostri venisse fuori uno shtetl nascosto in mezzo a una fitta foresta polacca che non ha contatti col mondo esterno da più di un secolo, tanto remoto che neppure i nazisti l'hanno scovato, e poi nemmeno i comunisti, e tanto meno le onde della guerra fredda, e ancor di più ogni forma di modernità? Ecco, Max Gross, alle spalle una famiglia molto laica con un bisnonno venuto dalla Polonia, l'ha creato e messo al centro del suo romanzo Lo shtetl perduto, un'invenzione carica di personaggi e di intrecci da far girare la testa, di momenti eccezionalmente comici, una trama dal sorriso amaro che però non tralascia, a favore di un sogno impossibile, la descrizione dello sterminio degli ebrei europei, e neppure il pregiudizio e l'antisemitismo che oggi continua a martellare la realtà. Il libro inizia nell'immaginaria Kreskol, profondamente racchiusa dagli alberi e dalla tradizione, con il tribunale rabbinico che governa il villaggio di circa 2000 anime, un'ambientazione da Il violinista sul tetto. E non chiedete come, ma Gross riesce a renderla credibile. Perché Kreskol si è distaccata dal resto del mondo? Perché un tempo si chiamava in un altro modo ed era a popolazione mista (2/3 ebrei, 1/3 cristiani), ma nell'Ottocento, quando un prete pronto a tenere un sermone antisemita era morto di colpo apoplettico sull'altare, i suoi fedeli si erano convinti che gli ebrei fossero dei maghi, capaci di maledire e uccidere così i nemici, e dunque man mano se ne erano andati e avevano sparso l'odiosa nomea tutt'intorno così che di fatto visite e commerci si erano interrotti, il villaggio era diventato agricolo e autosufficiente e, per non essere raggiunto da altre nefaste conseguenze, aveva cambiato nome sparendo di fatto dalle carte e dagli archivi, avvolto sempre più dalla nebbia e dal verde che sommerge ogni strada di collegamento. Loro, gli ebrei di Kreskol si sono abituati così, devoti alla Torah, parlano solo yiddish, si vestono in caftano nero, non hanno conosciuto la guerra e neppure, come è ovvio, l'elettricità, l'acqua corrente, il motore a scoppio, e poi la tv, internet... Ma un giorno Pesha Lindauer, una giovane sposa, scappa dal villaggio e dal marito violento che, a sua volta, sparisce (è questo l'inizio del racconto), e il diciassettenne Yankel Levinkopf, un fornaio orfano che tutti un po' scansano, viene mandato nella città più vicina, Smolskie, a denunciare la scomparsa dei due. Quando arriva (gli hanno dato un passaggio degli zingari che sono sempre continuati a venire a Kreskol due volte al mese), non pub credere ai suoi occhi: macchine, luci, tv nelle vetrine, aerei che vede passare nel cielo. Cerca di trovare la polizia per fare quel che il rabbino gli ha detto, ma non parla una parola o quasi di polacco e agli altri appare troppo strano, diverso. Nessuno lo considera, qualcuno gli dice anche male parole antisemite. Ricoverato in un ospedale psichiatrico, gli ci vogliono mesi per convincere le autorità che non è pazzo e non sta mentendo: quando infine ci riesce e i medici gli raccontano la Shoah, lui reagisce così: «Non credo nemmeno a una parola», «non sono così stupido!». Comunque ora il governo pensa che stia dicendo la verità, e via, con un elicottero, vari funzionari e molti giornalisti, Yankel raggiunge Kreskol: gli abitanti quando vedono quell'aggeggio volante, piangono, «Il Messia!» cominciano a dire, "il Messia!". E Yankel gli risponde veloce urlando dallo sportello: «No, il Messia c'è già stato, si chiamava Ben Gurion!». Stupendo. E qui (siamo a un terzo delle pagine) iniziano le complicazioni che leggerete. Per dire due o tre cose salienti: Yankel non si sente ben accolto e se ne va a Varsavia con un giornalista e, oltre a conoscere l'amore, gli capiteranno avventure di tutti i tipi (oltre a dover cambiare abiti e a iniziare a fare doccia e shampoo); le autorità prospettano ai rabbini di Kreskol tutti i cambiamenti necessari del caso, corrente, acqua, posta, cambio della moneta, e il villaggio si divide in due, aperturisti e conservatori che, una volta saputo della Shoah nei suoi particolari, non si fidano degli interlocutori; la tensione cresce; arriveranno una marea di turisti e di speculatori che faranno perdere l'equilibrio all'economia; si paleserà invece nella nazione un sentimento strisciante antisemita che di fatto negherà al villaggio il diritto di esistere. È così: a Gross, con molta ironia, non riesce pensare un vero posto per Kreskol oggi, l'unico destino possibile sembra correre parallelo a quello degli ebrei sterminati, ovvero s-p-a-r-i-r-e.

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