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La Repubblica - Nazione/Carlino/Giorno Rassegna Stampa
08.12.2021 Patrick Zaki libero
Cronaca di Vincenzo Nigro, commento di Roberto Giardina

Testata:La Repubblica - Nazione/Carlino/Giorno
Autore: Vincenzo Nigro - Roberto Giardina
Titolo: «Il ruolo del governo Draghi e l’aiuto segreto degli Usa dietro alla svolta egiziana - Ecco perché non era inutile lottare per Zaki»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 08/12/2021, a pag.3, con il titolo "Il ruolo del governo Draghi e l’aiuto segreto degli Usa dietro alla svolta egiziana", la cronaca di Vincenzo Nigro; da NAZIONE/RESTO del CARLINO/IL GIORNO a pag. 2, con il titolo "Ecco perché non era inutile lottare per Zaki" il commento di Roberto Giardina.

Ecco gli articoli:

LA REPUBBLICA - Vincenzo Nigro: "Il ruolo del governo Draghi e l’aiuto segreto degli Usa dietro alla svolta egiziana"

VINCENZO M. NIGRO
Vincenzo Nigro

Ieri nell’aula di tribunale in cui è comparso Patrick Zaky, oltre ai diplomatici italiani, europei e canadesi per la prima volta c’era un inviato americano. Non a caso. Questa che l’Italia sta giocando con il governo egiziano, e che per ora ha portato alla libertà provvisoria di Patrick Zaky, è una partita complicata. Non poteva mancare una presenza americana. In Italia l’operazione è pilotata da Mario Draghi e da Luigi Di Maio, ma il vero negoziatore politico che ha affiancato il governo è stato Piero Fassino, presidente della Commissione esteri della Camera. Con il sostegno dei colleghi di tutti i partiti della Commissione, Fassino da mesi ha avviato un’operazione di “diplomazia parlamentare” per tenere aperti i canali di trattativa con il Cairo. Soltanto sabato scorso a Roma, l’ex ministro Pd ha incontrato l’ultimo importante esponente egiziano con cui in questi mesi ha dialogato, provando a fare arrivare messaggi al sistema egiziano. Un’operazione avviata in parallelo con l’altra importante azione che la Commissione Esteri aveva messo in piedi, con l’accordo di partiti come Pd, Lega e Forza Italia, per provare a ricucire i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti. I messaggi al regime egiziano sono stati affiancati poi da una mossa di diplomazia “ufficiale” che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva autorizzato mesi fa. Una proposta segnalata a Roma dal precedente ambasciatore d’Italia al Cairo, Giampaolo Cantini, rientrato in Italia da poche settimane. Cantini nei suoi anni di mandato in Egitto aveva stabilito un ottimo rapporto con Jonathan Cohen, inviato americano nominato da Trump, ma allineato alla nuova amministrazione. Una volta insediato alla Casa Bianca, Biden aveva chiesto che il nodo diritti umani in Egitto venisse affrontato con il governo del Cairo, un governo per gli Usa strategico nella regione. La Casa Bianca aveva deciso, su pressioni del Congresso, il congelamento di una tranche di 200 milioni di dollari di aiuti militari all’Egitto. Parallelamente, Washington aveva presentato al presidente Al Sisi una lista di 16 casi di dissidenti imprigionati di cui si chiedeva la liberazione. Cantini, avvertendo gli egiziani, aveva invitato gli americani a inserire Zaky in quella lista. L’ambasciatore Cohen lo aveva fatto e il Dipartimento di Stato aveva approvato il nome “italiano”, anche grazie anche al rapporto che Di Maio nei mesi ha creato con il segretario di Stato Blinken. Ieri, fra le decine di manifestazioni di esultanza del mondo politico italiano, sono arrivate le dichiarazioni di Mario Draghi, di Luigi Di Maio, e della sottosegretaria Pd agli Esteri Marina Sereni. Tutte e tre molto misurate, perché il negoziato sarà ancora lungo. Draghi fa dire ai suoi portavoce che «esprime soddisfazione per la scarcerazione di Patrick Zaky, la cui vicenda è stata e sarà seguita con la massima attenzione da parte del governo italiano». Di Maio conferma che «continuiamo a lavorare silenziosamente, con costanza e impegno». E così fa la Sereni, che è il referente del Pd nella politica estera: «Patrick Zaky potrà uscire dal carcere, un primo segnale positivo per lui e per i suoi cari. Grazie a tutti coloro che si sono adoperati per questo risultato e che continueranno a lavorare ». Il governo ritiene che il caso Zaky possa risolversi in un lasso di tempo ragionevole, permettendo allo studente di ritornare a studiare in Italia, soprattutto se i giudici di Mansoura non gli imporranno l’obbligo di firma, che lo costringerebbe a non lasciare il suo paese. Fino al 1° febbraio, quando Zaky tornerà in tribunale per la sentenza. Nel frattempo, la diplomazia ufficiale e quelle parallele proveranno a ricostruire la tela dei rapporti con l’Egitto. Che chiaramente non potrà non considerare il vero caso che divide Roma dal Cairo, il caso di Giulio Regeni.

NAZIONE/CARLINO/GIORNO: Roberto Giardina: "Ecco perché non era inutile lottare per Zaki"

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Roberto Giardina

A volte, il pessimismo è una colpa, anche se quasi sempre hanno ragione gli scettici. Chi sinceramente credeva che il giovane Patrick Zaki sarebbe stato liberato? E, per la verità, chi scrive era tra gli scettici. Il regime di Al-Sisi avrebbe mai ceduto alle pressioni dell'opinione pubblica italiana, alle manifestazioni, ai messaggi online? I dittatori non temono le proteste internazionali, perché ne controllano l'effetto a casa loro. Invece è arrivata la sorpresa: «Grazie Italia», ha esclamato Io studente dell'Università di Bologna, in cella da 22 mesi. Lo avevano arrestato appena tornato al Cairo per rivedere i genitori. Suo padre George ha abbracciato i diplomatici italiani presenti in tribunale. Una buona notizia con riserva, Patrick lascia il carcere ma non è assolto. II processo riprenderà a febbraio, e rischia una pena a cinque anni per attività sovversiva. In questi due mesi, è probabile, che continueranno trattative riservate e complicate per stabilire il prezzo dell'assoluzione definitiva, o di una condanna simbolica. Alla fine, quel che conta sono i rapporti di forza tra gli Stati. L'Egitto ha bisogno dell'Italia per forniture militari, che sono utili anche ai nostri cantieri. L'ipocrisia è inutile, anzi pericolosa, ma le proteste popolari non sono retoriche. Sono servite anche a sensibilizzare il nostro governo, e a dare all'Egitto un alibi. È la regola quando si vuole salvare la vittima di un regime. Nell'agosto del 2020, Putin acconsentì a far partire l'oppositore Alexej Navalnj, in fin di vita dopo un oscuro attentato, per farlo curare a Berlino. Cedé in apparenza dopo una telefonata di Frau Merkel, ma in gioco c'era il gasdotto del Baltico, che rischiava di venir bloccato. Mosca ha bisogno di valuta in cambio di energia. Nel 1990, Nelson Mandela fu liberato perché il Sud Africa non poteva resistere oltre all'isolamento internazionale. Fu l'inizio della fine per l'apartheid. Le sanzioni sono controproducenti, non hanno mai portato alla fine di un regime, perché i dittatori non possono cedere senza perdere prestigio. È possibile fingere di essere clementi quando conviene. Non aver ceduto alla rassegnazione, gli appelli di Amnesty International e le proteste in piazza degli italiani hanno salvato Zaki, e serviranno ancor più nelle prossime settimane. Se Abdel Al-Sisi otterrà qualcosa in cambio, non importa.

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