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La Ragione Rassegna Stampa
16.09.2021 'I fantasmi del fascismo', di Simon Levis Sullam
Il nuovo studio dello storico

Testata:La Ragione
Autore: la redazione della Ragione
Titolo: «I fantasmi del fascismo»
Riprendiamo dalla RAGIONE di oggi, 16/09/2021, a pag. 3, la recensione a "I fantasmi del fascismo" di Simon Levis Sullam (Feltrinelli ed.).

I fantasmi del fascismo : Sullam, Simon Levis: Amazon.it: Libri
La copertina

Certo che ci fu un aspetto morale, ma non è solo con quella categoria che si può esaminare non solo l'atteggiamento degli intellettuali durante il fascismo, ma anche il loro avere provato a superare mediante l'amnesia quel che fu, negli anni successivi della Repubblica. Un dato dice molto, ma non tutto: nel 1931, quando fu chiesto ai professori universitari di giurare fedeltà al fascismo, a rifiutarlo furono solo in 12, su 1.251. L'autore, nato a Venezia nel 1974, insegna storia contemporanea all'Università di quella città. Molti i suoi studi pubblicati sul Risorgimento, su Mazzini, sulle persecuzioni antisemite.

I fantasmi del fascismo - Il Ponte
Simon Levis Sullam

Nell'introduzione parte proprio da quel giuramento, invitando a valutarlo in modo meno severo da quel che i numeri suggeriscono. Non pochi preferirono giurare pur di non abbandonare gli studenti a docenti di ben altra e fascista formazione e impostazione. Il che nulla toglie alla gravità di quel che accadde. Il libro prende in esame il percorso di quattro intellettuali, tutti passati dal fascismo della prima ora all'opposizione al regime: Federico Chabod, Piero Calamandrei, Luigi Russo e Alberto Moravia Nelle loro vicende si coglie la trama di quella che fu la forza del regime, capace di trascinare gli italiani con un appello alla fede che negava la ragione. Tanto forte era quel richiamo che uno come Calamandrei poi insisté motto sul concetto di memoria civile, indicando le figure di chi contro il fascismo aveva combattuto in armi e parole. L'interesse nel percorso successivo, caduto il fascismo, è la parte più interessante, perché in Italia non si vide quel che si vide in Germania, ovvero l'ammissione ed elaborazione della colpa. Come se questa ricadesse tutta sugli 'alleati' tedeschi. Cosa che non solo non è dal punto di vista storico, ma di certo non può essere da quello della responsabilità personale. Non puoi dirti intellettuale e, al tempo stesso, figurarti come bimbo sciocco portato per mano dall'altrui esempio e volontà. Ed è questa la falla che ancora pesa sulla nostra cultura: non fare mai i conti con le proprie responsabilità, esercitandosi nell'arte di scaricarle altrove. Compreso il capitolo orrido delle leggi razziali.



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