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La Stampa - La Repubblica Rassegna Stampa
11.09.2021 Afghanistan: la guerra del Panshir
Pietro Del Re intervista Olivier Roy, analisi di Francesco Semprini

Testata:La Stampa - La Repubblica
Autore: Pietro Del Re - Francesco Semprini
Titolo: «Roy: 'I talebani non si vergognano di aver nascosto Bin Laden' - La guerra del Panshir»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 11/09/2021, a pag. 11, con il titolo "Roy: 'I talebani non si vergognano di aver nascosto Bin Laden' ", l'intervista di Pietro Del Re; dalla STAMPA, a pag. 16, con il titolo "La guerra del Panshir", l'analisi di Francesco Semprini.

Ecco gli articoli:

LA REPUBBLICA - Pietro Del Re: "Roy: 'I talebani non si vergognano di aver nascosto Bin Laden' "

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Pietro Del Re

Olivier Roy
Olivier Roy

«I talebani non si sentono colpevoli di nulla, neanche di aver ospitato l’Al Qaeda di Osama Bin Laden», dice l’orientalista e politologo francese, Olivier Roy, professore all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Autore di numerosi saggi, tra i quali Afghanistan: l’Islam e la sua modernità politica , Roy fu amico del comandante Shah Ahmed Massud, che raggiunse più volte nelle montagne della valle del Panshir. «Oggi, i talebani non si vergognano per quello che hanno fatto. Ma ripetono che bisogna dimenticare i lutti e ripartire».

Professore, si aspettava la nascita di un governo così jihadista e non inclusivo? «No, pensavo che avrebbero lasciato qualche ministero ai tecnici. Ma questo esecutivo senza sciiti né tagiki né donne li rappresenta pienamente».

Significa che non sono cambiati? «Sono sempre gli stessi, anche perché c’è stata una continuità nella loro leadership sia pure con qualche ricambio generazionale. È vero, hanno dichiarato di essere pronti ad accettare che le ragazze vadano a scuola, ma rimangono ancorati alla cultura tribale e rurale afghana».

Quanto ha contato il Pakistan nel loro ritorno al potere? «Il nuovo governo di Kabul si è formato grazie all’aiuto del Pakistan che si considera una sorta di fratello maggiore dell’Afghanistan. Da quarant’anni Islamabad s’adopera per instaurare un governo fondamentalista pashtum a Kabul e anche stavolta gli uomini dei suoi servizi segreti si sono mossi dietro le quinte con grande abilità».

I talebani riusciranno a governare un Paese così povero e diviso? «Per risolvere i piccoli conflitti locali i talebani si sono dimostrati molto capaci usando la Sharia che è una legge orale, veloce e dura. Ma al livello macro-politico rischiano di avere dei problemi, poiché non lasceranno nessuna autonomia né agli sciiti Hazara né ai tagiki del Panshir».

Quali rapporti prevede con la comunità internazionale? «C’è molta ipocrisia perché si direbbe che il mondo libero si concentri solo sui diritti delle afghane, mentre la sola cosa che gli interessa è la sicurezza, ossia il controllo delle frontiere e il non appoggio ai terroristi. E penso che i talebani non commetteranno l’errore che fecero con Bin Laden, ospitando i terroristi».

Gli occidentali continueranno dunque a fornire aiuti? «Ma sì, perché se c’è una crisi umanitaria sarà la popolazione afghana a soffrire non di certo i talebani. Certo, si può anche decidere di aiutare gli afghani a ribellarsi contro i talebani fomentando la guerra civile. Ma nessuno può prendersi questo tipo di responsabilità. Quindi, salvo eventi spaventosi, quali un genocidio degli Hazara, la comunità internazionale riconoscerà i talebani e sarà chiamata a fare delle scelte. Sulla droga, per esempio: se si vuole fermare il commercio, sarà necessario aiutare i talebani a farlo».

Quali diritti riusciranno a salvare le donne? «Ancora non sappiamo se avranno un po’ di autonomia o se verranno respinte dentro le case. Le sole concessioni le otterranno grazie alle pressioni esterne».

La resistenza di Massud potrà mai scalzare i talebani? «No, non ne ha né i mezzi militari né quelli politici. Finirà per scegliere l’esilio».

Cinesi, russi e turchi prenderanno il posto degli occidentali? «No, i cinesi non sono interessati a gestire l’Afghanistan, né tanto meno a farvi dello state building . Vogliono solo mantenere il controllo delle miniere che già sfruttano. I russi vogliono invece riaffermare il loro potere nelle ex repubbliche sovietiche asiatiche. Quanto ai turchi, a parte le roboanti parole di Erdogan, non avranno nessuna influenza geostrategica».

Che cosa accadrà con gli altri gruppi armati afghani? «Il più feroce, ossia lo Stato islamico, non si lascerà disarmare facilmente e i talebani saranno costretti a loro volta a condurre una lotta di contro-guerriglia».

L’Afghanistan rimarrà talebano per i prossimi vent’anni? «Sì, se manterranno la pace e se riusciranno a far ripartire l’economia. Islamizzeranno completamente lo spazio pubblico, ma cominceranno forse a rispettare lo spazio privato. Sarà un regine religioso autoritario. Ma non un regime totalitario».

LA STAMPA - Francesco Semprini: "La guerra del Panshir"

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Francesco Semprini

L’arco di ingresso del distretto di Anabah è un grande checkpoint blindatissimo, dove i furgoncini dei taleban creano un ulteriore imbuto per incanalare le vetture in uscita e soprattutto in entrata verso i controlli delle sentinelle della Sharia. La guardia di turno si affaccia al finestrino scrutando i passeggeri, davanti e poi dietro, basta un solo sospetto per far scattare le perquisizioni, prima dei documenti, poi del portabagagli, infine, se necessario, degli interni della vettura e di tutto ciò che si trova dentro. Alcuni vengono portati nel posto di guardia per ulteriori accertamenti, altri scortati nella casupola più avanti, lontana non più di centro metri. Un clima plumbeo avvolge questo primo scorcio della valle del Panshir che i taleban hanno conquistato senza troppa fatica dopo la dichiarazione di non resa pronunciata dal Fronte di resistenza nazionale guidato da Ahmad Massoud. È il figlio del "Leone Negozi chiusi o abbandonati, i civili sono spariti dalle strade del Panshir" personaggio epico che combattè prima contro i sovietici e poi contro i taleban, e che fu ucciso per mano di due terroristi di Al Qaeda travestiti da giornalisti, alla vigilia degli attacchi dell'11 settembre 2001. L'ultima e unica provincia dell'Afghanistan non ancora del tutto capitolata è chiusa a chiunque non sia funzionario o combattente delle madrasse, per impedire che ci possano essere contatti e infiltrazioni con i sempre più esigui serragli della resistenza, che dalle montagne tentano di contrastare l'avanzata militare del rinato Emirato islamico. Per accedervi dobbiamo quindi fare riferimento a un personaggio che quella regione la conosce bene, si chiama Haji Khan Helmandi, capo militare taleban originario della provincia meridionale di Helmand appunto, un combattente che gravita nel clan del mullah Abdul Ghani Baradar, attuale numero due della nuova cupola di Kabul. Haji Khan è stato sulle prime linee del Panshir dove guidava i rinforzi provenienti dalla capitale a sostegno dei miliziani già impegnati a penetrare la resistenza. Lo andiamo a conoscere in una zona A Kabul rinviata la cerimonia dell'insediamento del nuovo governo alla periferia Nord di Kabul, in un compound che ha più l'aspetto di una favela che di una roccaforte. Uno di quei posti da cui, ai tempi della "insorgenza", rischiavi di non uscire più. Arrivano due ragazzini che ci scortano nella villetta dove si trova Haji Khan, diroccata e contornata da erbacce. Ci sediamo a terra per dare inizio alla trattativa: dopo un'ora circa incassiamo un accordo di massima: «Vi facciamo arrivare a ridosso della capitale del Panshir, poi ve la dovete vedere col governatore del posto per proseguire verso le zone più calde». È già un risultato. Il giorno dopo ci mettiamo in marcia non senza fare i conti con il caos dei mercati a cielo aperto che animano Kabul nel giorno del riposo di venerdì. Il clima si surriscalda già alle dieci del mattino e le polverose strade della capitale sono sinfonie di clacson e grida senza soluzione di continuità. Ci vogliono almeno tre ore prima di arrivare al fiume Panshir che si insinua tra le gole disegnate dalle epiche montagne rifugio sicuro della resistenza dei mujaheddin dell'Alleanza del Nord sin dai tempi dell'invasione sovietica. Anabah è la porta di ingresso, attraversata nelle due direzioni, in uscita da molti civili che se ne vanno a piedi o su macchine stracariche e furgoncini, a volte sono scortati dagli stessi taleban. È una sorta di salvacondotto garantito per aver voluto lasciare la regione volontariamente. In senso opposto invece è un continuo afflusso di pick-up blindati carichi di armi e miliziani che vanno verso la capitale della provincia Bazarak. Le seguiamo cercando di capire meglio cosa sta accadendo, ma soprattutto cosa sia accaduto sino ad oggi, se vi sono ad esempio tracce di una campagna militare di cui per ora sono giunti solo segnali contrastanti. È una guerra nella guerra dell'informazione, tra le voci dei taleban che parlano di facile (se non pacifica) presa di controllo di diversi distretti, e quelle della resistenza che racconta invece cruente battaglie per arginare l'avanzata dei fondamentalisti. Non ci sono segni di aspri combattimenti come fori di proiettili sui muri delle case, finestre infrante o macerie. Della resistenza di Massoud restano tracce, qualche poster sbiadito del leggendario Leone che non è stato fatto a pezzi dai taleban. E con essi un paio di blindati di fabbricazione americana inceneriti, è evidente che non si sia trattato di un colpo di artiglieria quanto piuttosto di un «hellfire» sparato dall'alto, forse da un drone, armamento che i taleban non hanno certo in dotazione. E anche gli angusti tornanti della valle che rendono chi li percorre facili obiettivi della resistenza fa pensare che i miliziani abbiano avuto assistenza dall'alto nella fase offensiva. Forse l'intervento dei droni è bastato come deterrente, visto che, appunto, non vi sono segnali di cruenta battaglia. Sembra quasi che la resistenza si sia dissolta in veloce ripiegamento. La pressione militare ed i negoziati attraverso gli anziani del Panshir hanno evitato una lotta senza quartiere spingendo lo stesso Massoud figlio a lasciare il Paese riparando forse in Tagikistan. Anche perché i taleban hanno accerchiato gli avversari aggirandoli da quattro regioni, e in quelle condizioni si fa fatica a resistere per molto tempo. Lavalle è lugubre con le case sprangate, i negozi chiusi o abbandonati, rari i civili in giro, gli unici che si vedono sono quelli in fuga. Lungo i tornanti si incontrano manipoli di taleban e bandiere bianche con la scritta «testimonianza» in nero, vessillo dell'Emirato. A Bazarak, capoluogo del Panshir, i taleban hanno occupato caserme e uffici amministrativi. La resistenza li accusa di «pulizia etnica» e di aver espulso dalla valle «migliaia di persone mentre il mondo rimane a guardare con indifferenza», ma al momento non vi sono riscontri precisi, anche perché nell'Afghanistan del nuovo Emirato è in atto una guerra di propaganda, per screditare gli uni e gli altri. Prende consistenza invece l'ipotesi che i taleban possano mettere a segno un affondo decisivo nei prossimi giorni visto l'afflusso di uomini e mezzi. Forse per opportunità di immagine stanno aspettando che passi l'11 settembre, ventennale degli attacchi all'America, una lezione a Joe Biden che in quella data aveva fissato il ritiro della Nato dall'Afghanistan. Così come i mullah hanno vietato ogni manifestazione di giubilo per oggi, come per ieri l'altro, 9 settembre, ventennale dell'uccisione di Massoud. Stesso ragionamento, sembra, vale per l'ufficializzazione del governo a trazione taleban per cui bisognerà attendere domani e non oggi come previsto. Per spingerci oltre e capire quali misteri nasconda la valle del Panshir dobbiamo fare tappa dal governatore e ottenere il via libera. Davanti al suo ufficio (quello che sino a pochi giorni fa era del Leoncino) miliziani con i fucili a tracolla e il classico turbante nero dei pasthun si mescolano a giovane manovalanza locale con il pacul, copricapo reso famoso da Massoud. Qudratullah Panjsheri ci fa attendere oltre un'ora per poi dare disposizioni al figlio: «Non parlo coi giornalisti. Andate via e tornate fra una o due settimane». Il diniego tradisce dolenti note belliche, ci sono scontri con la resistenza nei distretti di Abshar, Dara e Paryan, molto più in alto e per questo sarebbero giunti i rinforzi. «La resa dei conti potrebbe essere vicina», ci sussurrano alcuni indicando la montagna su cui è arroccato il mausoleo (vandalizzato) dove è sepolto Ahmad Shah Massoud. Con lo sguardo rivolto quel monumento contro l'oppressore ci ritornano in mente le parole che il figlio del Leone ci disse esattamente due anni fa quando lo andammo a trovare nel suo quartiere generale di Baharistan. Suo padre aveva previsto l'11 settembre organizzato da Al Qaeda in Afghanistan. Adesso in questo Paese è spuntato pure lo Stato islamico. Teme che si ripeta la stessa minaccia per l'Occidente? «Allora si trattava di Pd Qaeda e adesso si chiama Isis, ma è la stessa minaccia con la stessa faccia e la stessa tattica anche se usano nomi diversi. Il mondo deve prestare attenzione e non dimenticarsi del pericolo. Specialmente il mondo islamico dovrebbe mobilitarsi ed emettere una fatwa di tutti i paesi musulmani contro l'ideologia del terrore per sradicarla una volta per tutte».

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