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Il Giornale - La Repubblica - Il Sole24Ore Rassegna Stampa
14.08.2021 Afghanistan: le conseguenze del ritiro americano
Commenti di Fausto Biloslavo, Federico Rampini, Roberto Bongiorni intervista Lord David Richards

Testata:Il Giornale - La Repubblica - Il Sole24Ore
Autore: Fausto Biloslavo - Federico Rampini - Roberto Bongiorni
Titolo: «Caro presidente adesso salviamo i nostri interpreti - Su Biden il fantasma di Saigon - 'Afghanistan: il ritiro Usa una decisione Magica, l'Occidente se ne pentirà'»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 14/08/2021, a pag. 1-14, con il titolo "Caro presidente adesso salviamo i nostri interpreti", il commento di Fausto Biloslavo; dalla REPUBBLICA, a pag. 29, con il titolo "Su Biden il fantasma di Saigon", il commento di Federico Rampini; dal SOLE24ORE, a pag. 7, l'intervista di Roberto Bongiorni dal titolo 'Afghanistan: il ritiro Usa una decisione Magica, l'Occidente se ne pentirà'.

Ecco gli articoli:

IL GIORNALE - Fausto Biloslavo: "Caro presidente adesso salviamo i nostri interpreti"

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Fausto Biloslavo

Caro Presidente Draghi, ci appelliamo a lei che è persona seria e pragmatica a nome di tutti i nostri ex collaboratori in Afghanistan che rischiano di rimanere indietro, di non venire portati in salvo in Italia, nonostante le promesse. E di finire nelle grinfie dei talebani, che avanzano in tutto il Paese. Se anche solo a uno degli afghani, che sono stati spalla a spalla con i nostri soldati per vent'anni, capitasse qualcosa l'Italia si meriterebbe la medaglia della vergogna e del disonore. Il Giornale si è fatto paladino di questa giusta causa da mesi, voce quasi isolata nel panorama mediatico a parte qualche rara eccezione. Dopo la caduta di Herat delle ultime ore, decine di interpreti sono stati tagliati fuori e colti dalla disperazione. Molti sono scoppiati a piangere davanti a mogli e figli, che si rendono conto come il capo famiglia possa venire decapitato dai talebani in qualsiasi momento come la lettera «collaborazionista» degli occidentali e quindi «infedele». In queste ore i messaggi whatsapp che riceviamo da chi è stato anche ferito al nostro fianco sono di questo tenore: «Ci avete tradito, dimenticato, lasciato ingiustamente indietro». Il primo madornale errore della Difesa e dei vertici militari, che in alcuni casi non hanno mai sentito fischiare un proiettile vicino alla testa, è stato di prevedere gran parte dell'evacuazione dopo il ritiro del contingente. Quando il Tricolore è stato ammainato a Herat siamo riusciti a portare in salvo in Italia con l'operazione Aquila 1 appena 228 afghani, i primi collaboratori con i loro familiari. E talvolta li abbiamo accolti in sistemazioni da migranti di serie Z. Almeno sono in salvo, ma altri 389 afghani dovrebbero venire evacuati in agosto. Da oggi, viene assicurato, comincerà il rilascio dei visti e se l'aeroporto di Kabul non chiuderà per l'avanzata talebana dovrebbero imbarcarsi su voli commerciali. Anche l'ultimo dei soldati semplici sa che un'evacuazione si fa in sicurezza quando hai ancora le truppe sul terreno e non dopo. Altrimenti si rischia il caos di questi giorni con l'inarrestabile avanzata talebana. Lentezze burocratiche e nei controlli, scaricabarile fra ministeri coinvolti (Difesa, Esteri, Interno), difficoltà degli afghani di reperire i documenti, a cominciare dal passaporto, hanno lasciato nel limbo dozzine di collaboratori. L'operazione Aquila 2 con gli 81 nuclei familiari previsti (389 persone) forse andrà in porto se i talebani non arrivano prima a Kabul, ma restano ancora fuori in tanti. All'ambasciata sono arrivate ulteriori 300 richieste, molte saranno farlocche, ma altre no, a cominciare da oltre 50 interpreti in gran parte rimasti tagliati fuori a Herat. Questi disgraziati chiedono solo di sapere se sono stati accettati o meno nel piano di salvataggio. Poi sono pronti a rischiare la pelle raggiungendo con le famiglie Kabul via terra, ma con la certezza che avranno un visto umanitario per l'Italia. Dalla Difesa e dall'ambasciata non ottengono risposte. Le stime dei militari ai primi di luglio indicavano un massimo, compresi quelli già nel nostro paese, di 1.200-1.500 persone da evacuare, assieme ai familiari. Adesso si parla di 2mila. Molti non avranno diritto e possono venire stralciati, ma anche se fossero questi i numeri è un problema insormontabile dopo 20 anni di missione? Sulle nostre coste sono sbarcati 1.920 migranti, in soli tre giorni, dal 23 al 25 luglio, senza documenti e senza la minima idea di chi siano veramente, al contrario degli afghani. Li accogliamo sempre. Non possiamo fare velocemente lo stesso con gli afghani, che scappano veramente dai proiettili, approfondendo i controlli in un secondo tempo in Italia? Non c'è più tempo. Inglesi e americani mandano truppe a Kabul per l'evacuazione dei loro cittadini e dei collaboratori afghani, ma noi inviamo al massimo tre militari di supporto all'ambasciata per le pratiche. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha ripetutamente promesso che nessuno rimarrà indietro. Non è così e lo dimostra la caduta di Herat. Non siamo l'Italietta, ma un grande Paese, dove il Giornale invita tutti i media a battersi per salvare i collaboratori dei nostri contingenti e delle ong italiane in Afghanistan. E primo fra tutti è lei, Presidente, con i suoi ministri direttamente coinvolti, che deve evitare al nostro Paese la medaglia della vergogna e del disonore.

LA REPUBBLICA - Federico Rampini: "Su Biden il fantasma di Saigon"

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Federico Rampini

Quel maledetto 30 aprile 1975, giorno della caduta di Saigon, Joe Biden aveva 32 anni, era ancora agli esordi della sua carriera politica, il più giovane senatore nella storia degli Stati Uniti. Oggi il più anziano presidente d’America, pur considerato un esperto di politica estera, viene accusato di ripetere quell’episodio infame. In tanti paragonano la partenza delle truppe americane dall’Afghanistan alla ritirata dal Vietnam. La caduta di Kabul, data per quasi certa di fronte all’avanzata dei talebani, viene affiancata nella memoria a quel panico di 46 anni fa: le scene degli elicotteri in partenza dal tetto dell’ambasciata Usa di Saigon, i sudvietnamiti che si lanciavano disperati per aggrapparsi alla salvezza, tornano come un incubo che angoscia l’America. Biden lo sapeva quando annunciò la sua decisione di lasciare l’Afghanistan: il mese scorso fece riferimento proprio all’immagine dell’evacuazione degli elicotteri nella fuga scomposta del 1975: «In nessuna circostanza vedrete persone sollevate dal tetto». Duri attacchi a Biden vengono dai repubblicani, il loro capogruppo al Senato dice: «Questo presidente ha scoperto il modo più veloce per concludere una guerra: perderla». Un deputato della destra che ha combattuto su quel fronte nei Berretti Verdi, Michael Waltz, si appella a Biden perché «schiacci l’offensiva dei talebani mobilitando la nostra potenza aerea». Il rimprovero più frequente da destra è di natura strategica: l’abbandono dell’alleato afgano è un colpo alla credibilità dell’America in tutto il mondo; il vuoto lasciato dalla partenza delle forze Nato verrà riempito da altre potenze come Cina, Russia, Pakistan, Turchia. Non mancano le voci critiche anche a sinistra. Il Washington Post , giornale progressista, in un duro editoriale sentenzia: "Le vite perdute o rovinate degli afgani faranno parte dell’eredità di Biden". L’ala sinistra del partito democratico, umanitaria e terzomondista, sottolinea i progressi compiuti durante vent’anni di conflitto: fino al 2001 i talebani proibivano alle ragazze di andare a scuola, oggi la loro scolarizzazione raggiunge il 50%. Infine Biden si è messo contro i vertici delle sue forze armate. Il generale Lloyd Austin, segretario alla Difesa, e il generale Mark Milley, capo di stato maggiore, erano contrari alla ritirata. Fra le altre cose i capi militari temono che i talebani, avendo già tradito ogni sorta di promessa, possano tornare a proteggere ed ospitare i terroristi di Al Qaeda o dell’Isis. Il momento è grave, ma Biden non sembra aperto a ripensamenti. Dalla sua, ha la coerenza, che non sempre brilla fra i suoi accusatori. È dal 2009, quando era vice di Barack Obama, che lui milita nell’opposizione al prolungamento del conflitto. Già allora si scontrò con i generali — e perse, col risultato che Obama mandò altri 47.000 soldati su quel fronte, in una escalation che oggi si conferma inutile. Alle critiche della destra la Casa Bianca risponde che fu proprio Donald Trump a delineare per primo un calendario così ravvicinato — e incondizionato — per il ritiro. Inoltre la "teoria del domino" fu smentita proprio dal Vietnam: secondo quella teoria, l’abbandono di un Paese alleato sarebbe stato seguito da una catena di defezioni, o di invasioni comuniste in tutto il Sud-Est asiatico. Non andò così. La sinistra umanitaria che critica Biden per le sofferenze degli afgani è la stessa che denunciava l’invasione dell’Afghanistan come un crimine imperialista. Invece il progresso per i diritti umani è stato indubbio durante la presenza delle forze Nato. Ma il rispetto delle bambine afgane, l’emancipazione femminile, non possono essere vincolati ad una permanenza a tempo indefinito di truppe straniere. Biden è sempre stato scettico sull’idea del nation building , cioè la costruzione di istituzioni democratiche e di una governance efficiente con il metodo "avio-trasportato", affidato ai B-52. Le analogie con il Vietnam piacciono agli opinionisti ma sono assurde. Negli anni più tragici della guerra in Vietnam combattevano in media mezzo milione di americani; alla fine ne morirono più di cinquantamila; quella guerra infiammò il mondo intero per lo più contro gli Stati Uniti, la stessa società civile americana era lacerata. In Afghanistan il picco massimo di presenza è stato di 98.000 soldati, le vittime 2.300. L’opinione pubblica americana oggi ha molte altre priorità: uscire in fretta dalla pandemia, consolidare la crescita economica, ritrovare il pieno impiego. La stessa ala sinistra del partito democratico è impegnata su ben altri fronti domestici: vuole investimenti per 3.500 miliardi in dieci anni al fine di creare un Welfare inclusivo, un’economia sostenibile a emissioni carboniche zero. La guerra in Afghanistan, che è già costata 2.000 miliardi in vent’anni, qualora fosse stata prolungata avrebbe distolto risorse da quei cantieri di riforme progressiste. Non è difficile capire perché Biden, in mezzo al coro assordante di critiche, sembra deciso a tenere duro.

IL SOLE24ORE - Roberto Bongiorni: 'Afghanistan: il ritiro Usa una decisione Magica, l'Occidente se ne pentirà'

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Roberto Bongiorni

“E’ stato un enorme fallimento della strategia geopolitica occidentale. Ci pentiremo di questo errore. E delle tragiche conseguenze umanitarie. Non solo. I nostri avversari come Russia, Cina ed Iran saranno i Paesi che beneficeranno del vuoto che si creerà". Lord David Richards, il generale britannico comandante del contingente Nato in Afghanistan (Isaf) nel 2006, non ha dubbi: il ritiro dei militari americani dall'Afghanistan è stato un grave errore. Che se non verrà corretto, porterà alla caduta di Kabul in poche settimane. Una vita nell'esercito del Regno Unito, fino alla nomina di Capo di Stato maggiore della Difesa, David Richards ha sempre mostrato una grande empatia con la popolazione afghana e la sua drammatica storia.

Generale, ma come si è arrivati a questo punto? Come un esercito di 300mila effettivi addestrato dalla Nato si è sfaldato davanti a 60/70mila talebani? A causa di una serie di errori. A me è dispiaciuto che le operazioni di combattimento dell'Isaf siano terminate sette anni fa. Il supporto delle truppe americane e degli altri Paesi Nato stava creando uno scenario idoneo a dimostrare ai talebani che non avrebbero mai vinto. Che non sarebbero mai stati in grado di conquistare le città. La decisione di Joe Biden di ritirare le forze militari è stata una decisione tragica. Perché alza il morale dei talebani, offre loro una nuova opportunità per avanzare e al contempo rappresenta un durissimo colpo al morale delle forze afghane. Napoleone diceva che il morale è tre volte più importante delle armi e del numero. Il morale afghano spiega la rapidità dell'avanzata talebana, che ha sorpreso anche me.

Cosa invece si sarebbe potuto fare? La nostra strategia puntava ad una situazione di stallo in modo da consentire un cambio generazionale in Afghanistan. Ma la decisione del presidente Biden l'ha rimossa. Io avrei preferito che le operazioni militari guidate dagli Stati Uniti fossero portate avanti per il tempo necessario senza alcuna pressione politica. Negli ultimi anni le vittime tra i nostri militari erano molto poche, stavamo portando avanti la missione.

Si può portarla avanti anche senza gli americani? Il vuoto lasciato dalla partenza dei militari americani sarebbe difficilissimo da colmare. Sono venuto a conoscenza che il Regno Unito, non so a quale livello, ha proposto al resto dei Paesi Nato di continuare la missione senza gli Usa. La risposta è stata fredda. Sono giorni molto tristi per l'Occidente. Questo è un fallimento strategico di grandi proporzioni e sta annullando tutti i progressi degli ultimi 20 anni.

L'aviazione è uno dei pochi punti di forza dell'esercito afghano nel contrastare l'avanzata talebana. Ma paradossalmente un terzo dei 160 aerei è a terra perché chi provvedeva alla loro manutenzione, i contractors americani, è partito di fretta. Accade sempre così quando ci sono in gioco armamenti e mezzi militari sofisticati. Nel 2006 avevo detto che ci sarebbe voluta una generazione per addestrare le forze afghane in modo da poter operare in modo indipendente. Fui preso in giro dai miei colleghi. Esageravo, mi dicevano. Rimuovere gradualmente i contractors e insegnare agli afghani il know how li avrebbe resi indipendenti anche sul fronte della gestione.

Però sempre più media puntano il dito contro l'esercito afghano, divorato da una corruzione endemica. Sono numerose le denunce di salari non pagati, di scorte alimentari, vendute sul mercato nero, dl plotoni fantasma. Queste erano voci che correvano anche quando io avevo il comando. A mio avviso una minima parte di queste storie corrisponde al vero. Il punto è che creare l'esercito che avevamo in mente richiede molto tempo. Occorre formare il capitale umano, anche da un punto di vista etico e della mentalità. È stato fatto solo in parte, ma non è sufficiente.

I Talebani sono davvero un'annata così forte. Chi li finanzia, c'è qualcuno dietro loro? La leadership talebana è ben organizzata ed ha degli obiettivi molto chiari, un indubbio punto di forza. Attenzione, però, nelle loro fila militano combattenti fanatici, membri dell'Isis e di al Qaeda. È ormai accertata la presenza di movimenti estremisti tra i Talebani, che rappresentano un ulteriore punto di forza, almeno nel breve termine. Inoltre, sospetto che i Talebani stiano ricevendo assistenza e aiuti da alcuni Paesi vicini. Non direttamente dai Governi, ma da alcuni gruppi di potere. È il caso del Pakistan, ma non solo.

Anche lei dà per imminente la caduta di Kabul o la capitale afghana sarà un'altra storia? Kabul dovrebbe essere un'altra storia. Ma solo fino a quando le forze di sicurezza afghane avranno fiducia nell'esito finale della battaglia. Senza il sostegno dell'Occidente, senza la consapevolezza che saranno aiutati, senza una reale dimostrazione di un appoggio, una volta che i Talebani avranno circondato Kabul, cosa che ritengo sia il loro piano, in poche settimane cadrà E inevitabile. Non so se in tre od otto settimane, ma cadrà. Non significa tuttavia che tutto l'Afghanistan sarà conquistato dai talebani. La valle del Panjshir, per esempio, è geograficamente molto difficile da espugnare. E le loro milizie (di etnia tajika, Ndr) sono molto efficienti. Si potrebbero quindi creare i presupposti per una guerra civile. Con conseguenze ancor più drammatiche sul fronte umanitario.

Il mondo sembra guardare impotente al crollo del "nuovo Afghanistan". Esclusa una nuova missione militare sul campo, c'è ancora qualcosa che può essere fatto per evitare ciò che appare inevitabile? Dovremmo cercare attivamente una chiara strategia politica. Per esempio, come eviteremo una crisi umanitaria? Come convinceremo i Talebani che devono raggiungere un accordo politico? Come creeremo i presupposti per trovare un leader che sia accettato dal Talebani e dalle fazioni antitalebane, che sono la maggior parte degli afghani. Dovremmo persuadere i talebani che, se prendessero Kabul con la forza, potrebbero essere colpiti da bombardamenti aerei occidentali, i loro leader potrebbero diventare obiettivi, le sanzioni si inasprirebbero. Se i talebani vogliono davvero avere la chance di governare dobbiamo usare la strategia del bastone e la carota. Ma nell'Occidente non ho ancora visto il bastone.

In un territorio Impervio come quello afghano le guerre si combattono a fine primavera ed in estate. Se gli Stati Uniti si fossero ritirati in dicembre non ritiene che ci sarebbe stato molto più tempo per gestire la situazione? Sono d'accordo. Avrei preferito che non si ritirassero. Se proprio dovevano, questo è davvero un brutto periodo, che agevola i talebani. Gli americani volevano mostrare di rispettare gli impegni presi, finire tutto in 20 anni entro l'u settembre, made) è irrilevante. Dovevamo ritirarci solo quando i talebani si erano convinti di non poter vincere. Sono dispiaciuto per la popolazione afghana. Merita molto di più di quanto stiamo offrendo.

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