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Il Giornale - La Stampa Rassegna Stampa
22.05.2018 Iran, Mike Pompeo annuncia: 'Sanzioni dure se non cambierà politica',anche quella nucleare
Commenti di Roberto Fabbri, Giordano Stabile, Paolo Baroni

Testata:Il Giornale - La Stampa
Autore: Roberto Fabbri - Giordano Stabile - Paolo Baroni
Titolo: «Le 12 condizioni Usa all'Iran per evitare le super sanzioni - La rabbia di Rohani: gli americani non sono i padroni del mondo - Dalla nuova stretta Usa contro Teheran un possibile danno da 30 miliardi per l’Italia»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 22/05/2018, a pag. 14, con il titolo "Le 12 condizioni Usa all'Iran per evitare le super sanzioni", il commento di Roberto Fabbri; dalla STAMPA, a pag. 10-11, con i titoli "La rabbia di Rohani: gli americani non sono i padroni del mondo", "Dalla nuova stretta Usa contro Teheran un possibile danno da 30 miliardi per l’Italia", i commenti di Giordano Stabile, Paolo Baroni.

Sulle sanzioni all'Iran, come non ricordare se le stesse le avessero decise gli stati democratici negli anni '30 - per primi gli Usa del presidente Roosevelt- nei confronti della Germania di Hitler? Si sarebbe evitata la guerra mondiale. La situazione è identica, anche se i nomi sono cambiati, non più Germania ma Iran.

Ecco gli articoli:

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Il Giornale - Roberto Fabbri: "Le 12 condizioni Usa all'Iran per evitare le super sanzioni"

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Mike Pompeo

La sfida era stata lanciata da Donald Trump due settimane fa ripudiando il trattato con Teheran firmato nel 2015 da Barack Obama e scontentando in un colpo solo Iran, Russia, Cina e soprattutto gli alleati europei, che hanno tentato in tutti i modi di far tornare Trump sui suoi passi. Ma da ieri il tempo delle parole è finito: si passa ai fatti. Mike Pompeo, il falco che ha preso il posto del più pragmatico Rex Tillerson come segretario di Stato Usa, ha illustrato ieri le intenzioni dell'Amministrazione sull'Iran e non si intravedono spazi per compromessi, tantomeno con l'Europa costretta una volta di più a subire decisioni di Washington che non condivide. Pompeo ha annunciato l'intenzione di applicare agli iraniani «sanzioni senza precedenti», tali da strangolare la loro economia e da impedir loro di disporre delle risorse da dedicare a un aggressivo espansionismo in Medio Oriente. Il capo della diplomazia di Washington ha snocciolato ben dodici «condizioni draconiane» (Trump nemmeno finge di voler andare incontro a Teheran) che l'Iran dovrebbe rispettare per evitare le sanzioni americane: si va dalla totale dismissione del programma nucleare (incluso lo stop all'arricchimento dell'uranio) al blocco del programma missilistico (rimasto escluso dall'intesa firmata tre anni fa), dal ritiro completo di forze militari dal territorio siriano alla fine del sostegno a organizzazioni terroristiche islamiche quali Hezbollah, Hamas, la Jihad Islamica e i Talebani, senza dimenticare il rilascio di tutti gli americani «tenuti in ostaggio in Iran». Viene anche citata la fine delle minacce contro Israele e della destabilizzazione del Medio Oriente, che di fatto sono incluse in tutti i capitoli già citati. E altro ancora: nell'illustrazione della sua strategia Pompeo non ha neanche mancato di ricordare che il regime iraniano «ha paura delle proprie donne che reclamano le stesse libertà degli uomini». Ricordando che a suo avviso l'accordo respinto da Trump «era un pericolo per il mondo», il segretario di Stato americano ha ribadito che non saranno fatti sconti agli alleati: Washington, ha detto Pompeo, «riterrà responsabili» le aziende europee che continueranno a fare affari con l'Iran ignorando le sanzioni Usa. È un messaggio chiarissimo non solo a Bruxelles, che intende approvare un regolamento che consenta di aggirare quelle sanzioni, ma anche ai singoli Paesi Ue (Francia, Germania, Regno Unito e la stessa Italia) che esprimono la volontà di salvaguardare il proprio business con Teheran. La reazione iraniana, com'era scontato, è totalmente negativa. «Gli Stati Uniti vogliono rovesciare il nostro governo ma non possono metterci in ginocchio», ha detto il presidente Hassan Rouhani. E quanto alla pretesa di ritiro completo dalla Siria, il ministero degli Esteri di Teheran la respinge («ci resteremo finché esisterà il terrorismo e il governo siriano lo vorrà») e rilancia: «Semmai dovrebbe andarsene chi è entrato in Siria senza il consenso del suo governo», chiaro riferimento agli occidentali e agli israeliani che occupano da decenni il Golan. Messo sotto pressione estrema dagli Stati Uniti, l'Iran moltiplica intanto gli sforzi diplomatici: dopo che il ministro degli Esteri Zarif ha criticato come «insufficienti» i passi degli europei per salvare l'intesa sul nucleare, Teheran si è nuovamente rivolta a Pechino (dove Zarif si era recato la scorsa settimana) chiedendo di «continuare a giocare un ruolo positivo» e alludendo a misteriose «altre opzioni se i nostri interessi fossero negati». E sull'Irak, i cui risultati elettorali hanno frustrato le speranze egemoniche di Teheran, è stato ribadito che «resterà un nostro alleato strategico».

LA STAMPA - Giordano Stabile: "La rabbia di Rohani: gli americani non sono i padroni del mondo"

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Giordano Stabile

Accuse false, «senza uno straccio di prova», che rivelano come il vero obiettivo dell’America in Iran sia «il cambio di regime» e come Washington voglia «decidere per il mondo». Il governo di Teheran reagisce così al discorso di Mike Pompeo, mentre il ministro degli Esteri Jawad Zarif continua a tessere le fila con l’Ue per tenere in vita l’accordo nucleare, ormai «in stato comatoso». È il presidente Rohani a rispondere al segretario di Stato Usa. «Le nazioni sono indipendenti», puntualizza, per poi attaccare di persona il Segretario di Stato: «Questo personaggio era una spia fino a ieri e ora vuole decidere per noi. Chi sei tu per prendere decisioni al posto dell’Iran e del mondo? Il mondo non accetterà che siano gli Usa a farlo».

L’offensiva del Segretario di Stato americano era già stata messa in conto e conferma «il piano di Washington di voler cambiare la guida dell’Iran», mentre le dodici condizioni poste per arrivare a un nuovo accordo sono «illegali», e si aggiungono il fatto che gli Stati Uniti non hanno mai rispettato il patto firmato nel 2015. «L’America vuole spingerci alla resa ma ha violato gli impegni politici, legali e internazionali», ribadisce Rohani, e fa capire che questa volta l’Iran non è solo. Anche perché la vera emergenza è salvare l’accordo sul nucleare con l’appoggio degli europei. È qui che si combatterà la battaglia, e infatti il premier israeliano Netanyahu, primo alleato dell’America nella lotta contro l’Iran, esorta «tutti i Paesi ad assecondare la leadership Usa».

Il giro di vite di Washington rischia di spiazzare i tentativi di Zarif di compattare Ue, Russia e Cina attorno alla difesa del patto del 2015. Domenica il capo della diplomazia iraniana ha incontrato il Commissario europeo all’Energia Miguel Arias Canete. Anche se il colloquio è stato «molto positivo», il ministro degli Esteri ha avvertito che «l’appoggio politico dell’Europa non è sufficiente». Il problema è che le aziende europee non si sentono tutelate. Uno dopo l’altro i giganti europei - Eni, Total, Maersk, Siemens - hanno congelato programmi e acquisti di greggio oltre novembre, il limite posto dagli Usa. Il gigante petrolifero francese ha avvertito che non potrà «sostenere le sanzioni secondarie americane», nonostante l’Ue stia mettendo a punto clausole di salvaguardia sul modello di quelle usate durante l’embargo a Cuba.

È questa la realtà, al di là delle dichiarazioni politiche. «Gli annunci di ritiro dalle attività in Iran delle più grandi aziende europee non è coerente con l’impegno dell’Unione europea a sostegno dell’accordo nucleare», ha precisato Zarif. I segnali che arrivano dagli investitori europei suscitano anche dubbi sulla tenuta dell’Ue di fronte alle pressioni americane, espressi dal braccio destro della Guida suprema Ali Khamenei, Ali Akbar Velayati: «Le contraddizioni nelle parole della dirigenza europea sono sospette» ha avvertito. Ma qualche dubbio comincia anche a nutrirlo lo stesso Zarif che si sarebbe lasciato scappare, in un colloquio con il deputato Mohamed Rida Radai Kotchi, il suo sconforto: «Il patto nucleare è in stato comatoso».

LA STAMPA - Paolo Baroni: "Dalla nuova stretta Usa contro Teheran un possibile danno da 30 miliardi per l’Italia"

Paolo Baroni elenca i "possibili danni" per le aziende italiane in seguito alle eventuali nuove sanzioni imposte dagli Usa di Trump e annunciate ieri da Mike Pompeo. Bene fa Baroni a specificare che le aziende italiane erano state avvertite di frenare la corsa agli investimenti, ma che questo appello è caduto nel vuoto. Ora chi è interessato esclusivamente alla logica "business is business" ne potrebbe pagare le conseguenze.

Ecco il pezzo:

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Paolo Baroni

Petrolio innanzitutto, ma anche meccanica, engineering, componentistica e infrastrutture. Da solo l’interscambio tra Italia ed Iran vale 5 miliardi di euro, 2 miliardi di esportazioni e 3 di import (essenzialmente greggio). Ma la partita rischia di essere ben più importante per noi: le nuove sanzioni americane contro Teheran rischiano infatti di produrre danni ben maggiori. «È una situazione difficile e delicata - commentava già nei giorni scorsi il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia -. Essendo un Paese ad alta vocazione di export e con gli accordi che abbiamo fatto in Iran, questa situazione sicuramente non ci fa bene. Anzi può farci del male».

In ballo tra accordi già sottoscritti e protocolli di intesa da finalizzare (che da soli valgono 4 miliardi di euro, alcuni dei quali coperti da riserbo, visto che interessano società quotate) c’è un potenziale di investimenti pari a 27 miliardi di euro che porta il totale complessivo degli affari a rischio-sanzioni oltre quota 30 miliardi. In ambito Ue, infatti, l’Italia è tra i principali partner commerciali dell’Iran: con una quota del 3% è infatti l’ottavo fornitore di Teheran, mentre è il suo sedicesimo cliente con una quota di mercato dello 0,8%. Dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca, gli Usa avevano più volte chiesto all’Italia di rallentare la corsa a Teheran ma tali avvertimenti sono caduti nel vuoto.

Oltre all’Eni, che da anni presidia il comparto economicamente più importante, quello del petrolio, un po’ tutti i nostri grandi gruppi sono presenti in Iran o stanno per sbarcarci con nuovi progetti. Tra le imprese più attive Fs, Ansaldo, Danieli, Fata, Maire Tecnimont e Immergas. Lo scorso ottobre Ansaldo Energia ha firmato un memorandum d’intesa per sviluppare il mega giacimento South Pars (14 miliardi di metri cubi di gas). Le Fs, dopo aver concluso un accordo da 1,2 miliardi di dollari per la linea Arak-Qom sono invece interessate anche al progetto dell’alta velocità Teheran-Qom-Isfahan. Mentre Leonardo, attraverso Atr, partecipa ad una maxicommessa di IranAir da 38 miliardi di dollari. A sua volta Maire Tecnimont ha prima firmato un memorandum d’intesa da un miliardo con Persian Gulf Petrochemical Industries Company e quindi sottoscritto un accordo di consulenza ingegneristica col complesso petrolchimico Ibn-e Sina.

Ma non è tutto. Come era già emerso in occasione della missione dell’agosto 2015 guidata dall’allora ministro degli Esteri Gentiloni sono molti i settori di interesse : dalle autostrade all’ambiente, alle energia rinnovabili, dalla meccanica ai materiali edili, all’automotive, alla difesa (elicotteri e navi) sino a servizi finanziari, gioielleria, pelletteria e alimentare. Ed è proprio per dare una spinta ai tanti progetti che a gennaio Invitalia Global investment ha siglato un accordo quadro con due banche iraniane, la Bank of Industry and Mine e la Middle East Bank. L’operazione che ha un valore di 5 miliardi per sbloccare i vari progetti finora congelati per il rischio-paese.

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