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La Stampa - La Repubblica Rassegna Stampa
10.06.2013 E' morto Yoram Kaniuk
lo ricordano Elena Loewenthal, Susanna Nirenstein

Testata:La Stampa - La Repubblica
Autore: Elena Loewenthal - Susanna Nirenstein
Titolo: «Kaniuk, un ebreo senza Dio - Kaniuk, la parola di un combattente»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 10/06/2013, a pag. 35, l'articolo di Elena Loewenthal dal titolo " Kaniuk, un ebreo senza Dio ". Da REPUBBLICA, a pag.38, l'articolo di Susanna Nirenstein dal titolo " Kaniuk, la parola di un combattente ".
Ecco i pezzi:

La STAMPA - Elena Loewenthal : "Kaniuk, un ebreo senza Dio "


Elena Loewenthal              Yoram Kaniuk

«Quattro giorni di dolore. Febbre alta. Dopo due cancri e un herpes conosco la malattia e la sofferenza, ma quattro giorni come questi qui non li avevo ancora provati: quaranta virus, che in occasione del loro congresso annuale si sono ritrovati per tre giorni all’Hilton di Tel Aviv, sono rimasti estasiati davanti al cancro e se la sono intesa a meraviglia con la calura, la febbre e i brividi, il vomito, i dolori, la nausea, poi è venuta l’ultima notte e buio, seduto alla finestra e di nuovo a letto, fradicio, che solo arrivi, porca miseria, che arrivi solo».

Così se ne è andato nella notte tra sabato e domenica Yoram Kaniuk, uno dei più grandi scrittori israeliani. O meglio, così festeggiava un mese fa il suo ottantatreesimo compleanno e lo trascriveva nel diario, da un letto d’ospedale, stremato dalle sofferenze eppure sempre lui, con quella dose di sarcasmo feroce con cui negli ultimi anni ha giocato a rimpiattino con la morte e da ipocondriaco conclamato si è trasformato in suo beffardo antagonista. Ha chiesto di non avere funerale, solo spargere al vento le sue ceneri: chissà come si arrabbierà con quel gruppo di israeliani ortodossi che hanno deciso di recitare per lui la preghiera per i defunti, di fatto un inno alla maestà di un Dio in cui lui non credeva. Dopo una lunga battaglia legale, qualche tempo fa era riuscito a far cancellare dal documento di identità l’appartenenza religiosa, che per l’anagrafe israeliana è imprescindibile. Diceva sempre di considerarsi profondamente ebreo, non per fede ma per nazionalità.

A 17 anni, soldato nella Guerra d'Indipendenza

Yoram Kaniuk era nato nel 1930 a Tel Aviv in una famiglia e in un contesto socio-culturale notevole. Suo padre Moshe, originario della Galizia, fu il segretario del primo sindaco della città, Meir Diezengoff, e divenne il primo direttore del Museo di Arte. A diciassette anni Yoram abbandonò l’atmosfera ovatta del liceo Herzliya e partì volontario per quella guerra d’Indipendenza che accompagnò la nascita dello Stato ebraico.

La guerra, la quasi morte vista negli occhi del nemico che ti punta la pistola contro, sono certamente un’esperienza centrale nel vissuto di Kaniuk. Che dipingeva, oltre a scrivere. E sulla pagina è stato capace di trasporre mondi, esperienze, sfere emotive molto diverse tra loro, sempre accostando un realismo spinto, impietoso, a una capacità immaginifica che va al di là di quel che il suo lettore si aspetta e finisce di portarlo con sé, ovunque arrivi.

Ad esempio nel deserto: quello in cui è stato costruito un avveniristico istituto per malati di mente, sopravvissuti allo sterminio. Qui si svolge quello che è forse il suo più grande romanzo, Adamo risorto , che uscì per la prima volta nel 1971, con il titolo ebraico di Adam ben Kelev , che significa letteralmente Adamo figlio di cane . Jeff Goldblum era davvero perfetto per la parte del protagonista, che nel film del 2011 racconta sul grande schermo la storia di questo pagliaccio ebreo costretto dal suo aguzzino nazista a fargli da cane e che nella vita del dopo, tra amanti devote e procaci infermiere da palpeggiare, tra momenti di lucidità (pochi) e altri di follia (quasi sempre), salverà un bambino convinto, anche lui, di essere un cane.

La produzione letteraria di Yoram Kaniuk spazia dal mito dell’ebreo errante alla storia nazionale d’Israele, dall’autobiografismo uno dei suoi ultimi libri s’intitola Per la vita e per la morte ed è la cronistoria, drammatica e comica, di un soggiorno ospedaliero comprensivo di una specie di morte e conseguente resurrezione. Ha scritto con tenacia e incisività sui conflitti del presente come in Un arabo buono , di recente ripubblicato dalla Giuntina, che negli ultimi tempi ha coltivato con affetto e costanza i destini italiani di questo autore. Difficile tirare le somme di una scrittura come la sua, sorprendente per poli opposti, proprio come era lui: dolcissimo e graffiante, capace di ispirare una tenerezza immensa e al tempo stesso di irritare per uno strano insieme di sussiego e insicurezza.

Era un personaggio, con quegli occhi inquieti, la parlata strascicata ma limpida, in un ebraico che ancora sapeva d’Europa. Per decenni non aveva preso aerei se non era sicuro che non avrebbero sorvolato la Germania. Ma era andato lontano, a New York dove aveva vissuto alcuni anni e incontrato l’amore della sua vita, la fragile Miranda da cui ha avuto due figlie e alcuni nipotini. Oggi non sono solo loro, è tutta Israele che si sente orfana di un grande scrittore. E anche chi come me l’ha accompagnato in traduzione per anni, ora lo piange e lo vede come l’ultima volta: fragile ma rappacificato con la vita e fors’anche con la morte che già vedeva vicina, eppure ancora potente con la parola, armato di quella sua straordinaria, indimenticabile commistione di disincanto e ideali.

La REPUBBLICA - Susanna Nirenstein : " Kaniuk, la parola di un combattente"


Susan Nirenstein                  Yoram Kaniuk

Yoram Kaniuk era uno scrittore irregolare, un anticonformista, un bastian contrario coi fiocchi, tanto che ieri alla radio israeliana, mentre si annunciava la sua morte all'età di 83 anni dopo una lunga malattia, qualcuno ha proposto di coniare il verbo kaniukkiare (lekaniek), ovvero dire in faccia quel che l'altro non vuol sentir dire. E soprattutto era un combattente, un combattente delle guerre di Israele, un combattente per la sua forma di romanzo diversa da ogni altra, dislocata nei tempi e nei luoghi come solo il pensiero e la memoria fanno, fuori da ogni canone (caratteristica che non lo rese bene accetto nell'establishment della intellighentzia israeliana), con quella scrittura sincopata come le note di Charlie Parker con cui aveva stretto una grande amicizia quando, negli anni '50, aveva vissuto un periodo da pittore d'avanguardia e di lavapiatti a New York. Era un combattente per il suo modo di proclamarsi fortemente sionista pur contraddicendo spesso i governi, di sentirsi ebreo e israeliano, ma non secondo le regole del rabbinato ortodosso, tanto che pochi anni fa ha vinto una causa contro lo Stato per farsi scrivere sulla carta d'identità “senza religione” come era toccato incredibilmente, per via della nonna cristiana, al suo piccolo nipote nato in Israele. Era un combattente quando voleva parlare del conflitto arabo israeliano senza luoghi comuni (come in un Arabo buono, Giuntina), senza politica, per quel che provava e ragionava, tra amate contraddizioni, davanti alle storie che aveva visto intorno a sé nella vita. Un combattente quando ricordava della Guerra d'Indipendenza vissuta armi in mano a 17 anni con risolutezza ma senza uno straccio di preparazione, come tanti altri, ferito quasi a morte da un cecchino una volta, circondato dai corpi dei compagni di battaglione uccisi un'altra, pieno di dubbi e dolore quando si era ritrovato a cacciare dei palestinesi dalle loro case un'altra ancora: tutte cose che ha raccontato con forza temeraria nel recentissimo e pluripremiato 1948 (Giuntina), scritto due anni fa e vincitore di infiniti premi. Ed era, era stato, un combattente anche quando era voluto andare, dopo il '48, con le navi a prendere i sopravvissuti della Shoah sparsi per i porti d'Europa, una vicinanza al dolore, alla debolezza, alla sconfitta che l'Israele d'allora, preso dalla costruzione di sé, non voleva guardare e a cui lui invece dedicò molto vigore e un allucinato Adamo risorto (Theoria), il coraggio drammatico del Comandante dell'Exodus( Einaudi), e molti passi di altri romanzi. Kaniuk era un lottatore anche quando voleva attaccare il mito della grande famiglia patriarcale ( Postmortem, Einaudi), lui, figlio di ebrei tedeschi immigrati e di cui via via scopriva aspetti e chiusure che non accettava. O nella sua capacità di accendersi ogni volta che vedeva la bellezza, magari mentre leggeva un esordiente, come amava fare ultimamente per rimanere vicino ai giovani e alla loro benefica energia. Ultimamente ha scritto un altro libro strano, scomodo, un romanzo su un pittore di morti che la Giuntina pubblicherà con il titolo Sazio di giorni. Sì, a lui la provocazione piaceva, gli dava un gusto speciale. Quando è stato a Roma, un anno fa, concluse il suo incontro con la Comunità ebraica affermando: «Dicono che l'Iran ci vuole bombardare. Non so, che venga, io sono pronto». Era incredibile. Ha donato il suo corpo alla scienza, primo per continuare a esistere per un po' anche dopo la morte, secondo perché nel futuro si sappia come curano i dottori oggi, e poi perché, «come Mosè, nessuno sappia dove sono sepolto» ha scritto sull'Ha'aretz giorni fa, «sarà un beneficio per i miei discendenti».

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