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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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Il Foglio - La Stampa - Corriere della Sera - La Repubblica Rassegna Stampa
17.01.2013 Mali: continua la guerra al terrorismo
commenti di Daniele Raineri, Maurizio Molinari, Guido Olimpio. Lucio Caracciolo completamente fuori strada

Testata:Il Foglio - La Stampa - Corriere della Sera - La Repubblica
Autore: Daniele Raineri - Maurizio Molinari - Guido Olimpio - Lucio Caracciolo
Titolo: «Rappresaglia contro l’Algeria per la guerra della Francia in Mali - L’imprendibile Mokthar vuole un Afghanistan nel deserto del Sahara - L'arsenale segreto dei jihadisti - Quel che resta del colonialismo»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 17/01/2013, in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo "  Rappresaglia contro l’Algeria per la guerra della Francia in Mali". Dalla STAMPA, a pag. 3, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " L’imprendibile Mokthar vuole un Afghanistan nel deserto del Sahara ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 2, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " L'arsenale segreto dei jihadisti ". Da REPUBBLICA, a pag. 1-34, l'articolo di Lucio Caracciolo dal titolo " Quel che resta del colonialismo ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Daniele Raineri : " Rappresaglia contro l’Algeria per la guerra della Francia in Mali "


Daniele Raineri

Roma. Al sesto giorno di operazioni militari della Francia contro la guerriglia in Mali, arriva la rappresaglia contro un obiettivo indiretto. Nella notte tra martedì e mercoledi un gruppo armato ha attaccato l’impianto petrolifero di In Aménas, in Algeria, del consorzio anglo-algerino Bp- Sonatrach, e ha preso in ostaggio 41 lavoratori non arabi, inclusi 7 americani, 13 norvegesi, altri francesi e britannici. Il gruppo ha detto di avere agito per punire il governo algerino, che ha concesso l’uso dello spazio aereo ai jet francesi che bombardano in Mali. L’assalto si è svolto in due fasi, il gruppo prima ha attaccato un autobus appena uscito dall’impianto, poi è entrato dentro i cancelli e ha separato gli stranieri dagli algerini – un cittadino britannico è stato ucciso subito, assieme a una guardia –, agli arabi è stato lasciato il telefonino per chiamare i famigliari e in mattinata le donne sono state liberate. “Sarete liberati presto anche voi – ha detto il capo dell’operazione – mi interessano soltanto gli occidentali”. I sequestratori avrebbero piazzato dell’esplosivo e minacciano di fare saltare tutto. C’è una base dell’esercito algerino a tre chilometri, i soldati hanno messo poco tempo a circondare l’impianto e il governo ha detto: “Non negozieremo con i terroristi”. Il comandante è Mokhtar Belmokhtar, “l’imprendibile” secondo i servizi segreti francesi, ex leader dentro al Qaida nel Maghreb islamico, anzi, il capo con più esperienza sulle spalle nella regione, almeno 19 anni di guerriglia, poi diventato scissionista per questioni sulla divisione iniqua dei ricchissimi riscatti ottenuti dal gruppo con il rapimento di occidentali. Secondo una guida tuareg – che ha un parente prigioniero nell’impianto di Amenas – Belmokhtar ha compiuto una straordinaria impresa di navigazione nel deserto. Dal Mali ha evitato il confine occidentale dell’Algeria sorvegliato ora da 35 mila soldati dell’esercito, è passato in Niger, è risalito in Libia e in cinque giorni ecco la rappresaglia colpire dal lato meno controllato. Non appena sono cominciate le operazioni francesi in Mali, il governo algerino ha chiuso il confine – ieri mattina tre pick up che tentavano di entrare clandestinamente sono stati intercettati e nello scontro è morto un estremista, dicono le fonti dell’esercito. Sapeva che il sostanziale allineamento politico con la guerra dichiarata da Parigi avrebbe avuto un costo, forse non se lo aspettava così presto. Belmokhtar ha evitato la sorveglianza anche dall’alto ed è rispuntato dal lato libico e ha sfruttato un punto cieco che ora sembra ovvio, ma che fino a stanotte non lo era, almeno per l’esercito algerino che ha la responsabilità per la sicurezza in quella zona. La possibilità di una rappresaglia è messa in conto anche in Francia o contro gli interessi occidentali negli stati deboli, come il Niger o la Mauritania, dove il livello di sicurezza è minore e la guardia è più bassa, e invece è arrivata contro l’Algeria, dove un potere militare combatte da decenni una campagna contro al Qaida. “Alcuni di loro hanno accento libico”, hanno detto i sequestrati, e questo conferma che ad attaccare è stato un misto di algerini, maliani, libici che scivolano attraverso le frontiere a seconda delle necessità operative e tenuti in forma compatta dall’ideologia. I numeri sono ancora incerti, ma secondo quanto trapela si tratta di un’operazione enorme: forse sessanta uomini, con decine di veicoli (il fatto che siano passati indenni attraverso almeno due frontiere è ancora più allarmante). Al Mouwaqiin Bi dam, “quelli che firmano con il sangue”, è un gruppo nato a dicembre per iniziativa di Belmokhtar. Ha attaccato l’Algeria nel suo punto più vulnerabile e prezioso, la collaborazione con gli investitori stranieri sul gas e sul petrolio. Ha preso ostaggi a soli cinque giorni dal raid disastroso dei francesi per riprendere il loro ostaggio in Somalia – ora quel raid è un ammonimento freschissimo contro ogni tentazione di risolvere la crisi con un atto di forza. Ha in mano un mazzo di ostaggi di nazionalità diverse, il che di fatto porta a un’internalizzazione vasta della crisi, ora il calendario della guerra in Mali e le richieste dei gruppi estremisti rimbalzano tra Algeri, Parigi, Washington, Tokyo, Londra e Bamako. L’Amministrazione Obama tentava di tenersi distante dalla crisi in Mali, ma ora è direttamente coinvolta per gli ostaggi in Algeria. Questo mese lo Special operations command del Pentagono ha messo sotto contratto un’impresa privata, la Espial Services, Inc, per spargere operatori locali in nord Africa a fare la mappa dei gruppi terroristi. Ne avrà subito bisogno.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " L’imprendibile Mokthar vuole un Afghanistan nel deserto del Sahara "


Maurizio Molinari      Mokthar Belmoktar

Afirmare l’assalto al campo petrolifero algerino di Ain Amenas è Mokthar Belmoktar, il leader salafita denominato «l’imprendibile» dai servizi segreti francesi, più volte erroneamente dichiarato morto, le cui gesta terroriste hanno accompagnato dal 1993 il progressivo insediamento jihadista nella regione del Sahel.

Belmokhtar nasce nel 1972 a Ghardaia nell’Algeria centrale, è durante il liceo che si innamora della Jihad ed a 19 anni parte per l’Afghanistan, dove si addestra nei campi di Al Qaeda a Jalalabad. È qui che matura la convinzione di appartenere a una rivoluzione globale e quando nel 1992 torna in Algeria arruola volontari con i quali, dopo il golpe militare che annulla la vittoria elettorale del Fronte di salvezza islamico, torna nella natia Ghardaia per formare il Battaglione dei Martiri la cui area di operazioni dal 1993 è il Sahara. Gli islamici del Gia si convincono che è il comandante più adatto ad aprire il fronte Sud contro l’esercito algerino e ciò lo trasforma nel titolare della «nona zona di operazioni» dei Gruppi islamici. È la prima volta che i salafiti operano stabilmente nel Sahara e quando dal Gia si formano i Gruppi per la predicazione e il combattimento è lui a guidarli nella penetrazione verso il Sahel.

La tattica che adopera è allearsi con gruppi autonomisti locali - come il movimento per la liberazione dell’Azawad nel nord del Mali - e rapire stranieri per accumulare denaro con cui armarsi e pagare i militanti. Nel 2007 i salafiti cambiano ancora denominazione, diventando Al Qaeda nel Maghreb islamico e lui consolida la zona di operazioni nel Sahel aumentando gli attacchi in Mauritania e Niger.

Più volte dichiarato morto e resuscitato, crea gruppi jihadisti sempre più violenti: dai Firmatari con il sangue alla Brigata Mascherata che ha messo a segno il blitz nel campo petrolifero con la cattura di 41 ostaggi inclusi 7 americani.

«Mokhtar Belmoktar è un capo terrorista sanguinario - spiega Jonathan Schanzer, l’arabista autore di “Al Qaeda Army” nel quale descrive le trasformazioni della galassia jihadista - che ha scelto come campo di operazioni in Sahel, sfruttando la manodopera dei gruppi salafiti maghrebini e l’esistenza di ampie zone del Sahara che sfuggono al controllo degli Stati». Capace di sopravvivere fra dune, con o senza il sostegno dei Tuareg, rafforzato dai jihadisti arrivati dalla Libia dopo la caduta del regime di Gheddafi e convinto di essere lui l’unico e invincibile Emiro del Sahara, Belmoktar «ha attaccato ora in Algeria perché vuole sfruttare a proprio favore l’intervento francese in Mali», spiega Schanzer.

Dall’indomani della perdita dei campi in Afghanistan, la strategia degli «eserciti di Al Qaeda» è stata sempre di attirare l’Occidente in un nuovo conflitto al fine di tenere aperto il fronte di guerra e l’intervento francese in Mali «ha creato tale scenario nel quale Belmoktar tenta di inserirsi con gesta spettacolari, puntando ad allargare all’intero Sahel il campo di battaglia, attirando più nemici possibile».

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " L'arsenale segreto dei jihadisti "


Guido Olimpio

WASHINGTON — Mokhtar Belmokhtar, l'intoccabile, sospettato di essere coinvolto nella presa di ostaggi a Amenas, Algeria, ha fatto la spesa per bene. Nel marzo di un anno fa, informatori maliani hanno segnalato il suo viaggio in un'oasi libica dove ha incontrato dei commercianti speciali. Un po' di trattative, poi l'intesa e se ne è tornato indietro, verso la zona d'operazioni, con le armi ben oliate e mezzi in ottimo stato. Belmokhtar, capo della Brigata qaedista definitasi «coloro che firmano con il sangue», ha fatto ciò che aveva promesso un anno prima in un'intervista: «E' naturale per noi rifornirci con quello uscito dagli arsenali libici». E il terrorista, noto per le sue connessioni con il mondo del contrabbando — era il suo vecchio lavoro — si è servito di questo gigantesco mercato a cielo aperto. Una realtà che si è sviluppata in diverse località, remote ma ben vicine alle aree di conflitto. Con la sconfitta di Gheddafi, i depositi sono diventati «un bene rivoluzionario» e le diverse milizie hanno tenuto una parte del materiale rivendendo il surplus. Enorme. I servizi di sicurezza americani, francesi e italiani, in questi mesi, hanno indicato alcune delle rotte dei trafficanti. La prima ha come perno l'oasi libica di Gadames, al confine con Algeria e Tunisia. E' strategica, serve molti clienti, è tra le preferite dei qaedisti, anche tunisini. Da Bengasi si dipana quella che rifornisce, via Egitto, i palestinesi nella striscia di Gaza. Attiva come non mai, spedisce sopratutto razzi. Quella «centrale», che ruota attorno a Sebha e Mourzuk, sfrutta la vecchia via del sale. Infine nel Sud-Est il quadrante di Kufra. Qui arrivano e agiscono intermediari locali e i loro «colleghi» provenienti dal cuore dell'Africa. Indaffarati, ovviamente, i tuareg. Quelli di credo islamista e i laici del movimento Azawad. Tanti di loro avevano militato nell'esercito libico e se ne sono andati quando hanno capito che per il raìs era finita. Ma non hanno rinunciato ai loro sogni di indipendenza nel Mali e li hanno alimentati portandosi dietro un po' di armi. Poi, grazie ai contatti, ne hanno procurate altre finite spesso alle fazioni jihadiste, dal Mujao Aqim, oggi impegnate negli scontri con la Francia. Un flusso sviluppatosi per fasi con il crescere della tensione nel Sahel. Chi segue il trend dei fucili ha evidenziato almeno tre fasi. La prima è, appunto, quella che si è sviluppata dopo il crollo del regime gheddafiano. E' in questo modo che agli islamisti sono arrivate le mitragliatrici russe ZSU, i lanciarazzi di tipo katyuscia, cannoni senza rinculo, mortai, probabilmente qualche missile antiaereo Sam 7, munizioni in quantità. Grazie ai rifornimenti i ribelli hanno potuto lanciarsi nella campagna di conquista mettendo in fuga il disastrato esercito maliano. Che ha abbandonato il Nord lasciandosi dietro veicoli blindati, mezzi, scorte che hanno finito per rafforzare i loro nemici (è la seconda fase). E l'armamento di Al Qaeda è cresciuto ancora. Poi, quando si è iniziato a parlare di un intervento dell'Onu, i terroristi hanno dato vita alla terza fase. Trafficanti regionali e internazionali sono stati contattati per ottenere equipaggiamento più sofisticato. In alcune capitali africane si sarebbero svolte trattative serrate mentre altri emissari sono tornati sul mercato libico. I qaedisti hanno chiesto visori notturni e apparati di comunicazione adeguati per coordinare azioni veloci. In questi giorni i ribelli hanno mostrato di cosa sono capaci. Lasciate le posizioni più esposte, ne hanno attaccate altre a centinaia di chilometri di distanza attraversando confini segnati sulle mappe ma inesistenti per i terroristi transnazionali. Anche perché molti governi fanno poco per fermarli. I francesi bombardano gli islamisti a nord, loro sbucano a sorpresa a ovest. Infiltrazioni dalla Mauritania nel Mali occidentale, incursioni nel Sud della Tunisia, il colpo di mano nell'Est dell'Algeria con decine di persone nelle mani di Al Qaeda. Una dispersione che è anche moltiplicazione delle «Kataeb», le brigate, feroci quanto temprate da anni di vita in una terra poco ospitale. Fondamentali per questi movimenti i mezzi. Una volta i predoni del deserto si lanciavano nei loro raid a dorso di cammello. Resistenti, veloci, adattabili. Oggi si affidano ai camioncini di marca giapponese, i robusti pick up della Toyota, e a qualche jeep. A bordo di questi mezzi sono capaci di compiere lunghi tratti, quasi che filassero su un'autostrada inesistente. Invece percorrono le vecchie carovaniere che solo in apparenza sono lisce. Ex ostaggi hanno raccontato che gli estremisti coprono anche 800 chilometri in un giorno. Usano Gps o le stelle per orizzontarsi, hanno inventato sistemi empirici per ritrovarsi in caso che una delle jeep perda il contatto, i loro autisti sanno come tenere insieme questi muli su quattro ruote. Rispetto al passato, i qaedisti hanno lavorato anche sui veicoli aggiornandoli tenendo conto dell'esperienza libica. E' aumentata la potenza delle bocche di fuoco installate a bordo, sono state accresciute le scorte ed è stato ampliato il parco macchine grazie ai pick up acquistati oltre confine. Certamente le colonne jihadiste possono essere prese di infilata dai raid di elicotteri ma, al tempo stesso, possono trasformarsi in «nidi di vespe». L'ultimo sciame, composto da 15 camionette, ha investito il sito Bp ad Amenas.

La REPUBBLICA - Lucio Caracciolo : " Quel che resta del colonialismo "


Lucio Caracciolo

Caracciolo è completamente fuori strada. Il colonialismo è finito. Le operazioni della Francia in Mali non hanno nulla a che vedere con rigurgiti colonialistici e di conquista, ma con la lotta al terrorismo islamico.
Lo ha scritto anche Bernard-Henri Lévy in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 15/01/2013 e ripreso da IC (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=47720).
Consigliamo a Caracciolo di leggere BHL, gli sarà d'aiuto per meglio comprendere la situazione.
Ecco il pezzo:

Se sei stato un impero, non finisci mai di esserlo. Se poi eri l’impero francese, che all’alba della Seconda guerra mondiale si estendeva per 12 milioni e mezzo di chilometri quadrati (ben più dell’intera Europa, venticinque volte l’Esagono, inferiore solo al Commonwealth britannico), il passato non passa mai. Nel caso lo dimenticassimo, ce lo ricorda l’attualità. Oggi l’élite delle forze armate tricolori si sta battendo nel cuore del Sahara/Sahel per impedire che alcune bande di terroristi s’impadroniscano di quel che resta del Mali, già Sudan francese. Siamo in piena ex Africa occidentale francese, enorme spazio coloniale che, insieme al corrispettivo territorio africano-equatoriale componeva fino a tre generazioni fa il sistema imperiale gestito da Parigi nel Continente nero, abbracciandone più di un terzo. A ogni impero corrisponde un’ideologia. Da Napoleone in avanti, per la Francia si tratta(va) della «missione civilizzatrice ». Non solo conquista di territori e sottomissione di popoli, a colorare di proprie tinte i planisferi. E neanche puro sfruttamento economico — la politica coloniale come figlia della politica industriale. Molto di più. Si tratta(va) di fertilizzare il mondo disseminandovi i valori universali della Francia rivoluzionaria. Come diceva Jules Ferry, che ai tempi della Terza Repubblica battezzò la scuola laica gratuita e obbligatoria, «le razze superiori hanno diritto di civilizzare le razze inferiori ». (Quando François Hollande vorrà ricordare Ferry nel suo primo discorso pubblico, alle Tuileries, non mancherà di condannarne questo «errore morale e politico».) Solo gli Stati Uniti vorranno poi, con superiori mezzi, seguire un analogo percorso missionario, suscitando perciò una competizione squilibrata ma persistente con l’universalismo francese. Sicché oggi deve costare molto all’Eliseo chiamare in soccorso la Casa Bianca per garantire le coperture satellitari, logistiche e di intelligence di cui il proprio corpo di spedizione in Mali non può disporre. Di più, il colonialismo francese non si fondava sulla geopolitica delle teste di ponte costiere, alla portoghese, né tantomeno sul dominio indiretto, all’inglese, ma sul principio dell’assimilazione. L’impero come estensione del territorio metropolitano, anche sotto il profilo amministrativo. Le classi dirigenti locali venivano (vengono) educate sui manuali e con le tecniche distillate nei laboratori del grandioso apparato statale centrato su Parigi e di lì irradiato nei dipartimenti, africani inclusi. Dopo la strana vittoria del 1945 — e sotto la pressione degli Stati Uniti, che volevano concentrare tutte le energie occidentali nel contenimento dell’imperialismo sovietico — la Repubblica francese è costretta a cedere, pezzo per pezzo, il grosso dei suoi domini extraeuropei. Ne rimane oggi pallida traccia, sotto forma di regioni, dipartimenti e altre entità d’oltremare, da Mayotte alla Riunione, dalla Nuova Caledonia alla Polinesia, da Martinica alla Guyana. Ciò che contribuisce a difendere il rango mondiale della Francia, sigillato dal titolo di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall’arsenale nucleare. Rango cui Parigi tiene moltissimo, anche per bilanciare la crescita della potenza tedesca in Europa. Quanto all’Africa, dopo il lutto non ancora elaborato della guerra d’Algeria, la Francia ha saputo mantenervi una sfera d’influenza che ricomprende grosso modo le sue antiche terre imperiali. A fondarlo contribuisce lo strumento linguistico- culturale, istituzionalizzato nella francofonia, per marcare il senso geopolitico della difesa dell’idioma nazionale. Insieme, un reticolo di relazioni politico- economiche, a lungo centrato sulla “cellula africana” dell’Eliseo, diretta fino a pochi anni fa da Jacques Foccart. È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France- à-fricda giornalisti malevoli. Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale). Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa — anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi. Più che una scelta, il “multilateralismo” — ossia l’impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo — è una necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima.

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