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Corriere della Sera-Il Giornale Rassegna Stampa
08.12.2012 Giustizia: donne in Belgio e a Dubai
Modernità e barbarie. cronache di Marco Ventura e Fausto Biloslavo

Testata:Corriere della Sera-Il Giornale
Autore: Marco Ventura-Fausto Biloslavo
Titolo: «Burqa e Niqab proibiti in Belgio, un divieto inutilmente paternalista-Stuprata e multata: è la legge dell'emiro»

Non è molto chiaro l'editoriale di Marco Ventura sul CORRIERE della SERA di oggi, 08/12/2012, a pag.58. E', più che altro, una cronaca sugli effetti della legge che proibisce burqa e niqab in Belgio, mentre il titolo " Burqa e Niqab proibiti in Belgio, un divieto inutilmente paternalista " lascerebbe supporre una critica alla legge che invece nell'articolo non c'è.
Sul GIORNALE, Fausto Biloslavo, a pag.14, racconta quel che può capitare ad una donna a Dubai, uno di quegli emirati che traboccano di petrodollari, al quale guardano con il cappello in mano i paesi europei, Italia compresa:
Ecco gli articoli: 

Corriere della Sera-Marco Ventura: "  Burqa e Niqab proibiti in Belgio, un divieto inutilmente paternalista "

Burqa e niqab sono vietati in Belgio dal giugno 2011. La Camera votò allora il divieto di presentarsi in luoghi aperti al pubblico con il viso «mascherato o nascosto, tutto o in parte, in modo tale da impedire l'identificazione». Pena massima per il trasgressore, venticinque euro di multa o una settimana di prigione. Piovvero i ricorsi contro una legge ritenuta dai critici lesiva dei diritti umani. Diverse le storie dei ricorrenti. Samia Belkacemi aveva vinto la sua battaglia in tribunale contro una multa comminatale nel 2009 per porto del velo integrale: le è toccato ricominciare daccapo. Elisabeth Cohen si è presentata nel suo ricorso come atea e ha spiegato che la legge minaccia il suo diritto di indossare un paio di occhiali da sole o un passamontagna; e ancor più di vivere in una società che non impone uniformità, che non discrimina le minoranze.
Giovedì scorso, un anno e mezzo dopo il voto in Parlamento, i ricorsi di Samia ed Elisabeth, riuniti con altri, sono stati respinti dalla Corte costituzionale belga. I giudici hanno sottoscritto le ragioni della legge: la sicurezza, l'eguaglianza tra uomo e donna, e «una certa concezione del vivere insieme in società», per la quale è indispensabile potersi guardare in faccia.
Per la Corte è legittimo limitare la libertà delle donne velate affinché i cittadini si integrino e «condividano un patrimonio comune di valori fondamentali». Netto il dissenso di Eva Brems, esperta di diritti umani e unico deputato a votare contro la legge nel 2011: questi giudici, dice Eva, «non si curano della realtà delle donne in niqab», sono in soggezione davanti alla pressione politica e sociale e maneggiano senza cautela cultura e religione. In effetti la Corte è stata maldestra nell'accettare il burqa come simbolo religioso, al punto di precisare che il divieto non riguarda i «luoghi di culto». Soprattutto, i giudici belgi non hanno saputo prendere le distanze dal cortocircuito tra politica, società e diritto che ha partorito un divieto poco chiaro e inutilmente paternalista. Se si toccano i simboli, bisogna farlo con rigore.

Il Giornale-Fausto Biloslavo: " Stuprata e multata: è la legge dell'emiro"



Alza un po' il gomito e vedendola bril­la la sequestrano. Poi abusano di lei in tre, tutta la notte. Il risultato è che la gio­vane vittima viene condannata perchè ha bevuto senza licenza, un reato negli Emirati Arabi Uniti. In nome dell'inter­pretazione più arcaica della sharia, gli stupratori rischiano di farla franca, ma la manager violentata è già stata punita, anche se solo con una multa.
Non è un caso che Human Rights Wa­tch, una delle organizzazioni non gover­native più attive nel campo dei diritti umani, punti il dito contro gli Emirati per gli episodi di violenza sessuale. «Ci sono stati molti casi, negli ultimi anni, in cui lo Stato ha condannato le donne che denunciavano uno stupro» spiega Sa­mer Muscati, ricercatore dell'associa­zione.
L'incredibile vicenda della manager in­glese di 28 anni violentata a Dubai è sta­ta pubblicata ieri dal quotidiano britan­nico The Independent . Il suo nome non è stato rivelato.
Tutto inizia al Rock Bottom Cafè, un bar di Dubai dove vengono serviti alcolici a buon prezzo. Un taxista pachistano ha raccontato di aver caricato la donna ubriaca, che si addormenta durante il tragitto. Nei pressi del suo appartamen­to, nel Jumeirah Beach residence, non riesce a usare un bancomat per pagare il taxista essendo brilla.
A quel punto arriva una macchina rossa con due tizi a bordo che sostengono di conoscere la donna e saldano la corsa. La caricano in auto e comincia l'incubo. Sequestrata in un appartamento viene violentata a turno da tre stupratori, che filmano la scena. «Li ho scongiurati di la­sciarmi andare, ma loro ignoravano le mie preghiere e ridevano», racconta la
donna.
Alle 8.30 del mattino gli stupratori la la­sciano
andare. Una vicina di casa l'ac­compagna alla polizia. E di fronte all'in­flessibile autorità islamica inizia il bello. La poveretta racconta tutto, ammetten­do di aver bevuto tre bic­chieri di vino. Forse erano di più, ma a Dubai bere sen­za licenza è un reato, anche se nessun hotel o bar che serve alcolici te la chiede.
Due dei tre stupratori, gio­vani iraniani, sono stati ar­restati, ma negano e potreb­bero farla franca.
Secondo il loro avvoca­to la donna si è inventata tutto perché «guarda troppi film d'azione». Ancora prima di processare i sospetti, l'inflessi­bile giustizia islamica degli Emirati ha punito la donna ritenendola colpevole di aver bevuto alcol senza licenza. Per fortuna non l'hanno sbattuta in galera, ma costretta a pagare una multa di 1000 dinari locali, poco più di 200 euro.
Ad altri connazionali è andata peggio.
Ayman Najafi e Charlotte Lewis si sono presi un mese a testa di carcere per un ba­cetto in ristorante, che han­no sempre giurato fosse amichevole. Rebecca Blake e Conor McRed­mond sono stati condanna­ti a tre mesi di prigione per aver bevuto e qualche effu­sione in un taxi. Loro han­no sempre negato e alla fi­ne la prova del Dna li ha sca­gionati.

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