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I musulmani sono infelici nei paesi in cui vivono, in uno solo sono felici, quale? (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Il Foglio - Il Manifesto Rassegna Stampa
02.09.2011 Autoproclamazione dello Stato palestinese, quali Stati voteranno contro?
Commento di Giulio Meotti, disinformazione di Michele Giorgio

Testata:Il Foglio - Il Manifesto
Autore: Giulio Meotti - Michele Giorgio
Titolo: «Così l’Onu si schiera nel voto sulla Palestina. Israele si prepara al peggio - Nervi tesi. Così Israele si prepara 'al peggio'»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 02/09/2011, a pag. IV, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Così l’Onu si schiera nel voto sulla Palestina. Israele si prepara al peggio ". Dal MANIFESTO, a pag. 9, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo " Nervi tesi. Così Israele si prepara 'al peggio' ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Così l’Onu si schiera nel voto sulla Palestina. Israele si prepara al peggio "


Giulio Meotti

Roma. Il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha detto di aspettarsi il sostegno di 150 dei 192 stati membri delle Nazioni Unite quando il 20 settembre ci sarà la richiesta di indipendenza della Palestina al Palazzo di vetro. Che la situazione sia ormai disastrosa per Israele lo ha detto anche l’ambasciatore di Gerusalemme all’Onu, Ron Prosor: “Il massimo che possiamo sperare è un gruppo di stati che si astengano o si assentino durante il voto”. Se i palestinesi cercheranno l’adesione all’Onu attraverso il Consiglio di sicurezza sono destinati a una sonora sconfitta, visto che gli Stati Uniti hanno annunciato che useranno il diritto di veto. Se cercheranno una dichiarazione di indipendenza nel seno dell’Assemblea generale avranno invece successo, vista la valanga di adesioni raccolte. Sarebbe soprattutto una vittoria politica e diplomatica. Il ministro delle Finanze israeliano, Yuval Steinitz, ha detto ieri che l’iniziativa dell’Anp all’Onu rappresenta per Israele “una minaccia più grave di quella di Hamas”. L’Autorità nazionale palestinese parla ormai del “sostegno di tre quarti del mondo”. Per l’occasione una poltrona realizzata a mano in legno d’ulivo originario di Gerusalemme rivestita di velluto azzurro accompagnerà l’Anp al momento del proprio ingresso all’Onu, previsto per l’ultima settimana di settembre. Gerusalemme dà per certi a favore dei palestinesi i 116 voti del blocco di non allineati. Ma il premier Benjamin Netanyahu spera nel sostegno della “maggioranza morale”, gli stati occidentali che più contano. Resta da vedere quale sarà il voto europeo. Ieri Catherine Ashton, a capo della diplomazia dell’Unione europea, ha detto che ancora non c’è una decisione di Bruxelles in merito. A oggi soltanto cinque paesi occidentali – Italia, Olanda, Repubblica Ceca, Germania e Stati Uniti – hanno promesso un solenne “no” alla richiesta unilaterale di indipendenza palestinese. Ma alcuni si sono detti anche pronti a rivedere il proprio no se i palestinesi modificheranno la risoluzione. Nel caso in cui accettassero di tornare al tavolo negoziale dopo una generica proclamazione di indipendenza, è probabile che dal rifiuto questi stati occidentali passino all’astensione. Israele ha spedito in Africa e Asia diplomatici in cerca di consensi in vista del voto. Si cerca di spezzare il fronte pro Palestina dilagante. Persino il nuovo nato all’Onu, il Sudan del sud, ha annunciato che riconoscerà la Palestina indipendente. Berlino ha già dichiarato che si oppone a “decisioni unilaterali”. Indecisa l’Australia, che vuole un seggio nel Consiglio di sicurezza. No secco ai palestinesi da parte del Canada, uno dei migliori alleati d’Israele da un decennio. No anche dalla Colombia e Panama, storici alleati d’Israele in Sudamerica. A parte gli stati islamici e i regimi africani hanno però annunciato il riconoscimento Argentina, Brasile, Bulgaria, Cile, Costa Rica, Bosnia, Honduras e Sudafrica. Anche la Russia voterà a favore dei palestinesi. Lo stesso faranno Cina e India, mentre decisivo sarà il Giappone. Tokyo non ha ancora scelto cosa fare, e Israele spera nei legami con gli Stati Uniti e negli aiuti dopo lo tsunami per convincere i giapponesi. La Spagna voterà a favore dei palestinesi. Parte degli stati baltici e dell’Europa orientale stanno invece con Israele. Gran Bretagna e Francia sono incerte e aspettano di vedere il testo definitivo (Nicholas Sarkozy ha spinto molto per un “fronte comune europeo” sul voto all’Onu). L’Irlanda, il primo paese europeo a riconoscere ai palestinesi lo status di ambasciata, voterà a favore, così come il Belgio, Malta, Portogallo e gli stati scandinavi come Norvegia e Svezia (resta un dubbio sulla Danimarca). Anche Grecia e Cipro sono schierati a favore del voto, nonostante il recente corso di amicizia con Israele. Analisti avvertono che i palestinesi potrebbero usare lo status di membro all’Onu per trascinare Israele nelle sedi internazionali, come il tribunale dell’Aia. Può citare in giudizio per “crimini di guerra” solo chi siede al Palazzo di vetro.

Il MANIFESTO - Michele Giorgio : " Nervi tesi. Così Israele si prepara 'al peggio'"


Michele Giorgio

Michele Giorgio teme che l'autoproclamazione dello Stato palestinese verrà bloccata e incolpa di questo Israele e i corrispondenti delle tv estere : "il canale in lingua inglese della televisione russa RT ha trasmesso un lungo servizio sui preparativi israeliani "al peggio" mancando di spiegare che i palestinesi al Palazzo di Vetro ci vanno non per proclamare guerra a Israele ma per chiedere di essere finalmente liberi all’interno dei loro territori (Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania) dopo essere stati per oltre quattro decenni sotto occupazione militare e aver speso 18 anni in trattative inutili ed estenuanti.". Facciamo notare a Giorgio che la Russia è uno di quei Paesi che voteranno a favore dell'autoproclamazione, perciò il servizio sulla rete RT non dovrebbe preoccuparlo. Sul fatto che Israele si prepari al peggio, non è ben chiaro che cosa ci trovi Giorgio di tanto strano. L'autoproclamazione comporterà, per forza di cose, un conflitto con Israele. Giorgio, poi, sostiene che la rete russa RT abbia omesso di specificare che Abu Mazen non vuole la guerra, ma solo la nascita dello Stato palestinese. Sarà, ma non è ciò che ha dimostrato nel corso degli anni. Intitolare piazze a terroristi assassini di israeliani, dichiarare che non riconoscerà mai Israele come Stato ebraico, rifiutare di sedere al tavolo dei negoziati...questi sarebbero i segnali positivi lanciati da Abu Mazen?
E Hamas? Abu Mazen ha firmato una tregua coi terroristi della Striscia i quali rifiutano categoricamente di riconoscere Israele e (ma Giorgio tanto attento alle 'omissioni' altrui, 'dimentica' di scriverlo) continuano a lanciare razzi sulle città israeliane.
 
"Ogni giorno che passa dimostra che i palestinesi sono uno dei pochi popoli almondo ai quali non è permesso di essere liberi all’interno di un proprio Stato indipendente, pur avendo dalla loro parte risoluzioni votate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.". Lo Stato palestinese sarebbe potuto nascere nel 1948, insieme a Israele. Sono stati gli arabi a rifiutarlo, nella speranza di cancellare subito lo Stato ebraico. Non è Israele il responsabile della situazione dei palestinesi.
Giorgio continua : "
Sono obbligati, a causa dell’alleanza strategica tra Washington e Tel Aviv, a dover raggiungere un accordo con Israele. Poco importa se ciò avverrà tra 20, 50 o 100 anni. Dovranno stare sotto occupazione mentre le ruspe israeliane spianano le loro terre per costruire case per coloni (...)Dovranno stare a guardare mentre la loro capitale futura, Gerusalemme Est, viene trasformata in un insieme di quartieri della Città Santa «con popolazione araba ». ". La capitale di Israele è Gerusalemme, non Tel Aviv. Giorgio considera colonia anche Gerusalemme, ma non è così e, comunque, nessuno sta cacciando gli arabi da Israele. Invece Abu Mazen ha più volte dichiarato di volere uno Stato palestinese senza un solo ebreo al suo interno.
Giorgio scrive : "
Non potranno ribellarsi o scatenare una nuova Intifada. Ma neppure usare gli strumenti pacifici di lotta o la politica e la diplomazia per reclamare i loro diritti. Dovranno rimanere buoni nelle loro aree «autonome» teorizzate a Oslo nel 1993. E possibilmente andare poco in giro, per non suscitare preoccupazioni di sicurezza. ". Poverini, non potranno nemmeno scatenare un'intifada, cioè attentati terroristici contro civili israeliani. Sì, vanno compatiti per questo. Magari Israele potrebbe permettere loro qualche attentato?
Hamas, secondo Giorgio : "
non andrà oltre raduni popolari evitando violazioni della tregua con Israele che potrebbero dare fuoco alle polveri di una nuova «Piombo fuso». ". E i continui lanci di razzi contro le città israeliane ? Quelli fanno parte della tregua ?
Ecco l'articolo:

Girando per Gerusalemme Est e la Cisgiordania appare stridente il contrasto tra la realtà sul terreno e gli annunci, simili a dichiarazioni di guerra, dei vertici politici e militari israeliani sulle «violenze» che scoppieranno nei Territori occupati subito dopo la proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina che il presidente dell’Olp e dell’Anp Abu Mazen dovrebbe fare questo mese di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite. I giornali israeliani riportano dichiarazioni allarmate di esponenti del governo e delle forze armate che illustrano piani «di contenimento delle proteste», di dispiegamento di reparti militari in Cisgiordania e intorno a Gaza e dell’impiego anche dei coloni contro i dimostranti palestinesi. All’estero i diplomatici israeliani, a partire dall’ambasciatore negli Usa, Michael Oren, lanciano avvertimenti e confidano nel veto all’indipendenza palestinese garantito da Barack Obama. A dare una mano alla creazione di questo clima da guerra imminente, sono anche i corrispondenti di diverse reti televisive straniere. L’altra sera, ad esempio, il canale in lingua inglese della televisione russa RT ha trasmesso un lungo servizio sui preparativi israeliani "al peggio" mancando di spiegare che i palestinesi al Palazzo di Vetro ci vanno non per proclamare guerra a Israele ma per chiedere di essere finalmente liberi all’interno dei loro territori (Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania) dopo essere stati per oltre quattro decenni sotto occupazione militare e aver speso 18 anni in trattative inutili ed estenuanti. Ogni giorno che passa dimostra che i palestinesi sono uno dei pochi popoli almondo ai quali non è permesso di essere liberi all’interno di un proprio Stato indipendente, pur avendo dalla loro parte risoluzioni votate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E certo non possono esserlo, come i kosovari, con un atto unilaterale. A quanto pare il loro diritto alla libertà non è pienomaparziale. Sono obbligati, a causa dell’alleanza strategica tra Washington e Tel Aviv, a dover raggiungere un accordo con Israele. Poco importa se ciò avverrà tra 20, 50 o 100 anni. Dovranno stare sotto occupazione mentre le ruspe israeliane spianano le loro terre per costruire case per coloni (che ieri hanno celebrato un aumento delle costruzioni del 660% nei primi dei mesi del 2011 rispetto all’anno precedente).Dovranno stare a guardare mentre la loro capitale futura, Gerusalemme Est, viene trasformata in un insieme di quartieri della Città Santa «con popolazione araba ». Non potranno ribellarsi o scatenare una nuova Intifada. Ma neppure usare gli strumenti pacifici di lotta o la politica e la diplomazia per reclamare i loro diritti. Dovranno rimanere buoni nelle loro aree «autonome» teorizzate a Oslo nel 1993. E possibilmente andare poco in giro, per non suscitare preoccupazioni di sicurezza. Più di tutto non dovranno porre condizioni per negoziare, come ha (debolmente) provato a fare Abu Mazen puntando l’indice contro la colonizzazione. Diversi governi, non solo occidentali, si sono scagliati contro l’«intrasigenza» del presidente dell’Anp, come se non fosse diritto dei palestinesi reclamare l’interruzione di una politica che divora i territori del loro futuro Stato. E Gaza? A chi importa il destino di unmilione e mezzo di palestinesi chiusi in una enorme prigione a cielo aperto se quel territorio serve a tenere sotto chiave il movimento islamico Hamas. E mentre nelle strade di Cisgiordania e Gerusalemme Est i palestinesi sanno bene che le dichiarazioni di indipendenza, vecchie e nuove, a poco servono di fronte al silenzio del «mondo che conta», l’esercito israeliano consegna granate assordanti e candelotti di gas lacrimogeno ai coloni che già dettano legge sulle terre di altri. Al ministero della difesa a Tel Aviv questa preparazione "al peggio" la chiamano in codice «Operazione semi estivi». Prevede anche una ridefinizione delle regole d’ingaggio per i soldati che dovranno affrontare gli "insorti". Viene da sorridere pensando che i palestinesi da parte loro tendono ad escludere manifestazioni a ridosso delle postazioni militari israeliane il giorno del discorso di Abu Mazen all’Onu. L’Anp ha organizzato celebrazioni rigorosamente all’interno delle minuscole aree «A» (le città della Cisgiordania). Hamas, che in via ufficiale non aderisce all’iniziativa diplomatica di Abu Mazen, non andrà oltre raduni popolari evitando violazioni della tregua con Israele che potrebbero dare fuoco alle polveri di una nuova «Piombo fuso». Manifestazioni "fuori controllo", ma comunque pacifiche, potrebbero organizzarle i comitati popolari e le associazioni che già si battono contro il muro israeliano in Cisgiordania. Ma non è quello che accade ogni venerdì?

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