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Il Foglio - Il Giornale - La Stampa Rassegna Stampa
19.02.2011 Egitto, torna l'imam Qaradawi e le sue prime parole sono contro Israele
Le navi iraniane attraversano il canale di Suez. Commenti di Giulio Meotti, Fiamma Nirenstein, Maurizio Molinari

Testata:Il Foglio - Il Giornale - La Stampa
Autore: Giulio Meotti - Maurizio Molinari - Fiamma Nirenstein
Titolo: «Dopo trent’anni d’esilio Qaradawi torna al Cairo: Libereremo al Aqsa - Quella giornalista stuprata ci ricorda che cos’è la rivolta d’Egitto - L’Egitto apre Suez alle navi iraniane»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 19/02/2011, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "  Dopo trent’anni d’esilio Qaradawi torna al Cairo: Libereremo al Aqsa". Dal GIORNALE, a pag. 17, l'articolo d Fiamma Nirenstein dal titolo " Quella giornalista stuprata ci ricorda che cos’è la rivolta d’Egitto ". Dalla STAMPA, a pag. 15, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " L’Egitto apre Suez alle navi iraniane ".

Sullo stesso argomento, invitiamo a leggere la Polemica di Giorgio Israel, pubblicata in altra pagina della rassegna

Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Giulio Meotti : "  Dopo trent’anni d’esilio Qaradawi torna al Cairo: Libereremo al Aqsa"


Giulio Meotti

Roma. “Avete vinto sul Faraone”, ha proclamato ieri lo sceicco Yusuf al Qaradawi ai due milioni di manifestanti raccolti in piazza Tahrir al Cairo. La Bbc ha commentato che “c’erano più persone raccolte in preghiera nella principale piazza egiziana che in tutta la Mecca”. Era la “Marcia della vittoria”, a una settimana dalla caduta del regime egiziano. Versetti del Corano hanno scandito il discorso di Qaradawi, guru dei Fratelli musulmani. Il termine “faraone” fu usato per la prima volta dagli islamisti contro il presidente Anwar al Sadat, ucciso da un commando terroristico nel 1981 (“Assassinio di un faraone” è il titolo di un film iraniano che celebra l’assassinio di Sadat). Il 1981 fu l’anno in cui proprio Qaradawi fu bandito dall’Egitto: il regime di Mubarak da allora gli ha impedito di tenere sermoni nelle moschee, individuandolo come predicatore d’odio. Il celebre arabista Barry Rubin paragona il ritorno di Qaradawi al Cairo a quello dell’ayatollah Khomeini a Teheran: “Il 18 febbraio è un punto di svolta nella storia egiziana”, dice Rubin. Anche l’emittente al Arabiya individua in Qaradawi la figura religiosa che finora era mancata alla rivoluzione egiziana. Bandito dagli Stati Uniti, Qaradawi fa base a Doha, protetto dall’emirato del Qatar, dove è diventato una star dell’emittente satellitare più seguita dalla popolazione araba, al Jazeera. Qaradawi è nato in Egitto e si racconta che prima di compiere i dieci anni avesse già memorizzato il Corano. Di fatto rappresenta oggi la voce spirituale dei Fratelli musulmani, la formazione islamista decisiva nel dopo Mubarak. Le sue idee lo resero inviso all’ex re egiziano Farouq, che nel 1949 lo condannò al carcere. Poi è stato imprigionato per altre tre volte da Nasser e, nel 1961, ha scelto l’esilio. “La rivoluzione che voi giovani avete fatto il 25 gennaio non ha vinto solo su Mubarak ma anche sui ladri e sui truffatori che c’erano in Egitto”, ha detto Qaradawi ieri in piazza Tahrir. “La rivoluzione continua”. Qaradawi ha poi proclamato: “Riusciremo a liberare Gerusalemme e a entrare in Palestina. Ho un sogno che è quello di tenere un sermone nella moschea di al Aqsa”. L’imam Qaradawi ha appena invocato la nascita di un nuovo Egitto con una “diversa filosofia e Costituzione”. Il massimo esperto di Iran all’Università di Stanford, Abbas Milani, ha detto che “i Fratelli musulmani vogliono creare un governo basato sulla sharia”. E infatti Muntaser al Zayyat, grande conoscitore dei movimenti religiosi egiziani, ieri ha confermato che “presto si svilupperanno molti partiti islamici” in Egitto. Sono note le fatwe di Qaradawi. Come quella che giustifica gli attacchi terroristici contro i civili israeliani. Il kamikaze che si fa saltare in aria in un bar, in una strada, in un bus a Tel Aviv secondo Qaradawi è un “vero martire”. “L’uccisione di americani è un obbligo”, ha stabilito nel 2004 in piena guerra irachena. Per Qaradawi “la libertà deve essere al servizio dell’islam”, mentre America ed Europa sono “comunità di nudisti”. Sugli omosessuali e la laicità, Qaradawi ha detto che la società va “mondata” dagli “elementi pervertiti”, perché la laicità non è che “ateismo”, “negazione dell’islam”. Ieri al Cairo Qaradawi ha chiesto all’esercito di “aprire le frontiere con la Striscia di Gaza”. I Fratelli musulmani vogliono legittimare Hamas. Rubin definisce Qaradawi “un ideologo brillante e innovativo, tatticamente flessibile e strategicamente sofisticato”. Ancora più di Osama bin Laden, Qaradawi per Rubin ha “rivoluzionato l’islamismo”. Qaradawi è stato decisivo nel legittimare le proteste al Cairo. Ha sancito che la partecipazione alle proteste è un “dovere religioso”, dato che Mubarak è “un peccatore che uccide la propria gente”. Ha stabilito che coloro che hanno perso la vita negli scontri sono “martiri”. Su al Jazeera si è augurato di morire uccidendo ebrei: “Colpirò i nemici di Allah, gli ebrei, e loro mi lanceranno una bomba, e a quel punto finirò la mia vita con il martirio”.

Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Quella giornalista stuprata ci ricorda che cos’è la rivolta d’Egitto "


Fiamma Nirenstein

In Piazza Tahrir, che come un grande teatro a più scene ci ha rappresentato per giorni scene di rivoluzione, di gioia e di morte, commedie e tragedie, un’inviata della CBS News è stata brutalizzata sessualmente per mezz’ora da una folla di uomini eccitati. Grandi rivoluzionari, decine di grandi combattenti della libertà che il mondo intero stava esaltando; bastava guardare laCNNe la BBC. Il cameraman di Lara Logan, una bella donna di 39anni, veterana dell’Irak e dell’Afghanistan, è stato trascinato via e picchiato; la giornalistaèstata infine salvata da una folla che le cronache definiscono di«donneesoldati »,machissà se è una narrativa mirata a ricomporre un’icona. Negli altri angoli della piazza la storia seguiva il copione: si gridavano slogan, si resisteva all’attacco degli uomini cammellati di Mubarak, si marciava, si filmavano giovani blogger, donne con e senza velo, la loro sete di libertà, il loro coraggio… Intanto, in quell’angolo si stava svolgendo una scena che non poteva, non doveva dire nulla sulla rivoluzione che piace alle telecamere, chenutre gli stereotipi più cari all’informazione liberal. Questa informazione per giorni ha nascosto che nonpochifra i giornalisti occidentali, tutti favorevoli alla rivoluzione, venivano in realtà strattonati e minacciati, talora portati via dalle forze dell’ordine… Nonsièparlatoneppuredei molti feroci slogan antisemiti e antiamericani, ben documentatidatante foto. I volti ripresi dallatelecameradicoloro che hanno aggredito sessualmente e brutalizzato Lara sono stati oscurati. I giornalisti in piazza erano là per raccontare la bella rivolta degli egiziani contro il dittatore, per parlare di libertà e di futuro, di modernità e di speranza. Cosac’entravacheLaravenisse violentata?Che le urlassero, comeèaccaduto, «ebrea ebrea», giusto la peggiore fra tutte le accuse che quella folla potesse concepire? E mentre Laravenivatrasportata, ridotta a uno straccio, lontano dalla folla per essere rimpatriata e trasferita in un ospedale americanono i giornalisti continuavamo a cantare le lodi di quella piazza. Non solo: altri giornalisti americani, fra cui uncertoNi rRosen,hannocreduto di dover mettere in dubbio la veridicità della storia di Lara, definita una guerrafondaia. Dopo Rosen si è dovuto scusare,maintanto aveva pagato ilsuotributo alsuofantasma di rivoluzione: una folla in rivolta non può che essere buona. Ma non è così: una donnabiondainpiazzaalavorare in mezzo a decine di migliaia di maschi, in particolare arabi, è una sfida culturale. Chi ha frequentato come mi è capitato,ecomeècertocapitato anche a Lucia Annunziata chehascrittounpezzosuquesta vicenda, di trovarsi in una situazione affollata e confusa in questi mondi, sa che può giungere un momento in cui al rischio che ogni giornalista corre, per una donna si aggiunge quello sessuale, che la stessa presenza di una donna crea un circuito di adrenalina, unasituazionediaggressività. Può accadere ovunque, ma questo peggiora quando ci si trova inunasocietà in cui, secondoquellochehariportato all’ONU l’Associazione per i dirittilegalidelledonnebasata al Cairo,le donne egiziane sono private dei loro diritti fondamentali, inclusi quelli di possedere il loro corpo e le loro proprietà. I maschi che uccidono le donne in genere non vengono puniti; se lo sono, restano in carcere fra idue e i quattro anni. Riporta l’Annunziata che ognigiornoil98percentodelle donne straniere in Egitto vienemolestata,ecosìaccade al60percentodelledonneegiziane. Il più recente rapporto PEW sull’opinione pubblica comunica che l’82 per cento è favorevole alla lapidazione delle adultere. Questo tipo di informazioni le abbiamolette raramenteneigiorni diPiazza Tahrir, invece sono fondamentali per capire cosa è statol’Egitto, cosaè,eanchepurtroppo probabilmente, che cosasaràocontrochecosadovrà battersi per diventare un Paese democratico. Solo non chiudendo i nostri e gli altrui occhisuquestarealtànoigiornalisti possiamoaiutare a evitarlo.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " L’Egitto apre Suez alle navi iraniane "


Maurizio Molinari

L’Egitto autorizza due navi da guerra iraniane ad attraversare il Canale di Suez, Israele parla di «atto ostile di Teheran » e laCasa Bianca avverte: «Stiamocongli occhi aperti». Ad appena una settimana dalle dimissioni di Hosni Mubarak, il capo del consigliomilitare che ora guida l’Egitto, generaleMohammedHossein Tantawi,ha dato l’avallo al primo attraversamentodelCanale di Suez da parte di navimilitari iraniane dal 1979, l’anno della rivoluzione khomeinista. Le autorità del Canale avevano ricevuto la richiesta giovedì, precisando che l’ultima parola spettava al «ministero della Difesa» e ieri è venuta la conferma con una nota diffusa dall’agenzia Mena citando «fonti di sicurezza». Tantawi era ministro della Difesa nel governoMubarak ed oggi guida l’apparatomilitare, dunque è stato lui a dare luce verde. Innescando fibrillazioni su più fronti: da Gerusalemme il ministro dellaDifesa israeliano,EhudBarak, parla di «atto iraniano ostile » e di «provocazione ordita assieme ai siriani»mentre il portavoce di Obama, Jay Carney, spiega che «stiamo con gli occhi aperti» perché «l’Iran non ha molti precedenti di comportamento responsabile nella regione ». Adaumentare la tensione sono le giustificazioni che Il Cairo ha dato per la decisione, spiegando che si basa sul trattato di pace di Camp David, firmato con Israele nel 1979. Quel testo impone all’Egitto il rispetto dellaConvenzione diCostantinopoli del 1888 ovvero limita la possibilità di impedire il transito a Suez solo a «navi di nazioni in Stato di guerra» con ilCairo.Fu Israele a volere questa clausola perché in precedenza l’Egitto aveva impedito alle navi israeliane il libero accesso al Canale. «Richiamarsi a tale clausola per far passare le navi militari iraniane è comeminimo bizzarro - osserva David Schenker, arabista del Washington Institute con alle spalle quattro anni al Pentagono come titolare del dossier mediorientale - perché Camp David è un puntello della stabilità regionalementreTeheran sta tentando di portare instabilità ». L’interrogativo che resta senza risposta è perché Tantawi abbia avallato il passaggio «all’inizio di una fase di transizione in Egitto», sottolinea Schenker ricordando che Mubarak era «molto contrario allapenetrazione iraniana». Se le navi iraniane preoccupano Israele eUsa èper le caratteristiche che hanno e per la missione che svolgono. La «Alvand » è una fregata leggera armata con siluri e missili antinavementre la «Kharg» è una nave supporto e rifornimento di 33 mila tonnellate, con a bordo 250 uomini e in grado di ospitare tre elicotteri. Le loro destinazioni sono i porti siriani sul Mediterraneo - sul litorale fra Tartus e Latakia - per condurre «esercitazioni nella raccolta di intelligence » per un periodo di 12mesi assieme allaMarina diDamasco. Per almeno un anno Teheran disporrà di navi da guerra in movimento ai limiti delle acque territoriali israeliane. «Siamo di fronte ad uno sviluppo imprevisto e niente affatto benvenuto che in qualchemaniera dovrà essere risolto» commenta James Kraska, stratega navale del Us Naval War College del Rhode Island.

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