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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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La Stampa-Corriere della Sera-Libero-Il Giornale Rassegna Stampa
05.06.2010 Israele Vs Terrore: cronache della nave che doveva arrivare fino a Gaza
Ma che ha pensato bene di accettare l'invito per Ashdod

Testata:La Stampa-Corriere della Sera-Libero-Il Giornale
Autore: Aldo Baquis-Francesco Battistini-Simona Verrazzo-Gian Micalessin
Titolo: «La Rachel Corrie in rotta per Gaza: Non ci fermeranno-La Carrie avanza, Israele 'non arriverà a Gaza-La testimonianza di un soldato: avevano armi e giubbotti antiproiettile-Così ho ucciso sei "pacifisti" per salvare i miei compagni-Netanyahu alla nave irl»

" Non ci fermeranno", dichiaravano sulla Rachel Corrie. Invece li hanno fermate e condotti buoni buoni al porto di Ashdod. Se vede che gli esempi servono. Riprendiamo le cronache di oggi, 05/06/2010, dalla STAMPA, dal CORRIERE della SERA, preceduta da un nostro commento, da LIBERO e dal GIORNALE, due servizi che raccontano la drammatica esperienza dei soldati israeliani.

La Stampa-Aldo Baquis: "La Rachel Corrie in rotta per Gaza: Non ci fermeranno"

Si fermano, si fermano....

TEL AVIV
Nuova escalation negli attacchi verbali fra Ankara e Gerusalemme, mentre nella storica fortezza crociata di Atlit, a sud di Haifa, i membri del commando della marina militare hanno completato ieri i preparativi per il secondo blitz di questa settimana. Nel primo, sulla nave turca Marmara, si sono avuti nove morti e decine di feriti. Adesso hanno avuto ordine di fermare la piccola nave irlandese «Rachel Corrie», che progetta di raggiungere oggi la Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari - e più importante ancora, per i venti attivisti a bordo - di spezzare il blocco israeliano. «Quella nave - ha promesso il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman - non passerà».
Ieri durante un comizio del premier turco Recep Tayyp Erdogan ha definito il governo israeliano «ipocrita, paranoico e bugiardo». Gli israeliani, ha aggiunto, hanno dimenticato un importante comandamento: «Non uccidere». Per la gioia della platea, Erdogan lo ha poi sillabato, prima in inglese e quindi in ebraico. Il premier ha difeso gli islamici di Hamas che, secondo lui, non possono essere giudicati «terroristi»: «Si tratta di patrioti che difendono la loro terra dall’oppressore». Solo su un punto il premier turco ha cercato di calmare le acque: nessun passeggero della nave Marmara manca all’appello. Le voci rilanciate da alcuni attivisti circa «cadaveri buttati in mare» erano dunque, anche a suo parere, infondate.
Poche ore dopo negli studi della tv israeliana si è presentato il ministro Lieberman secondo il quale esiste una forte similitudine fra quanto avvenne in Iran durante la rivoluzione khomeinsta e la Turchia di Erdogan. «In entrambi i casi - ha notato - la precedente amicizia con Israele è stata troncata dall'oggi al domani». Lieberman non lasciato alcun dubbio: la cooperazione israelo-turca è morta e sepolta. Ankara ha adesso nuovi amici e Lieberman li ha indicati, in forma implicita, affermando che nella navigazione della Marmara il governo turco non poteva essere ignaro della presenza a bordo di decine di «mercenari».
Nel frattempo si sono appresi nuovi dettagli sul blitz nella Marmara. Al primo appello radio della marina israeliana affinché invertisse la rotta, la nave turca ha risposto: «Tornatevene ad Auschwitz. Noi lottiamo con gli arabi contro gli americani, non dimenticate l’11 settembre». I primi tre membri dei commando israeliano saliti a bordo sono stati sopraffatti, feriti, catturati e portati in un nascondiglio, secondo la ricostruzione dell’esercito. I loro compagni sono riusciti a liberarli, trovando documenti che dimostrarebbero che il rapimento di soldati era uno dei modelli di difesa concepito a tavolino dai «mercenari».
Alla nave in arrivo adesso, la «Rachel Corrie», Lieberman ha proposto di attraccare ad Ashdod, dove aprirebbe agli attivisti un corridoio terrestre, con i loro aiuti, fino a Gaza. Ma a condizione che la Croce rossa venga autorizzata da Hamas a visitare il caporale Ghilad Shalit, prigioniero da quattro anni a Gaza. Dal bordo della nave Mairead Maguire, premio Nobel per la pace irlandese, ha respinto l’idea: «A noi interessa andare a Gaza, non ad Ashdod. Non abbiamo paura». . Di conseguenza i membri di Flottilla 13, l’unità di elite della marina israeliana, hanno ricevuto ordine di mettersi in moto.

Corriere della Sera- Francesco Battistini: " La Carrie avanza, Israele 'non arriverà a Gaza "

Battistini, in un servizio di cronaca, diverso da una analisi, farebbe bene a lasciare fra i tasti del PC le sue opinioni personali ed evitare i toni propagandistici che gli sono spesso abituali. Come può verificare chiunque leggendo il pezzo che segue. Da confrontare con la cronaca di Baquis che lo precede.

 

Avanza, ma solo fino a Ashdod

GERUSALEMME — E la nave va. Come in un sequel, quando la tragedia sembra finita e si piangono i morti, quando ancora si recrimina su violenze e negligenze e già si va verso i titoli di coda, ecco l’ultimo colpo di scena. Un’altra nave. Che sembrava non dovesse mai salpare, che fosse mezza rotta, che fosse d’accordo per rinunciare... La davano al largo di Cipro, poi in acque libiche. Giuravano ci avesse ripensato, e che non avesse nessuna voglia di votarsi al martirio come la «Marmara» dei turchi. E invece, eccola spuntare all’orizzonte delle acque israeliane. La «Rachel Corrie» — bandiera irlandese, 38 metri e 1.800 tonnellate, noleggiata dal Free Gaza Movement per 70 mila euro e ribattezzata col nome di un’americana schiacciata mentre contestava un bulldozer israeliano, a bordo cemento, giocattoli, medicinali e carta, a scrutare da prua 15 attivisti dell’ong Ipsc e quattro giornalisti— l’ultima nave della flottiglia pacifista è quasi arrivata dove, domenica notte all’ora della strage, stavano le sei barche della battaglia. A 150 miglia da Israele. E con nessuna intenzione di fermarsi.

(Ap) La «Corrie» L’inaugurazione con una bottiglia d’olio palestinese

Se la nave va per davvero, le ore sono da fiato sospeso. Il premier israeliano, Netanyahu, ripete che «a nessuno sarà consentito l’approdo a Gaza, né ora, né in futuro». Il suo ministro degli Esteri, Lieberman, è più esplicito: «Fermeremo anche questa nave. Questi pacifisti sono legati ai separatisti ceceni». Il portavoce del Consiglio della Sicurezza Nazionale Usa Mike Hammer esorta tutte le parti alla moderazione ma dice: «Il blocco di Gaza, così com’è, è insostenibile». Si vuole evitare altro sangue, però: la Marina israeliana avrebbe promesso via radio di non salire a bordo, ma esige un’ispezione del materiale nel porto di Ashdod. Gli americani insistono con gli attivisti: «Attraccate ad Ashdod». Sulla «Corrie» c’è molta meno gente, stavolta, e la promessa è di fare solo «resistenza passiva». A garantirlo è Mairead Maguire, 66 anni, la nordirlandese premiata nel 1976 col Nobel per la pace, che però al satellitare parla decisa: «Non abbiamo nessun contatto con gl’israeliani. Siamo determinati a portare questa roba nella Striscia. Non abbiamo paura. Ashdod è in Israele: perché dovremmo andare lì? E poi il materiale è completamente sigillato: in Irlanda, l’hanno già controllato la polizia, il sindacato Dundalk e perfino il partito ecologista... Al massimo, potremmo accettare la visita di un’organizzazione internazionale». Con la Maguire, compatti quattro irlandesi, sei malesi, sei filippini, un cubano e un inglese: c’è pure Denis Halliday, il vicesegretario Onu che negli anni ’90 abbandonò la carica, in polemica con l’embargo «genocida» inflitto all’Iraq di Saddam. «Terroristi? — ironizza Greta Berlin, 69 anni, portavoce di Free Gaza — Sulle nostre flotte ci sono anziani che un tempo votavano Nixon. E oggi ho ricevuto mille dollari da una pensionata, che ci ha donato il suo assegno sociale».

Intorno alla «Corrie», naviga la diplomazia. Che chiede (Franco Frattini) di lasciar passare la nave. «Da tragedie come queste possono nascere opportunità per la pace», dice il presidente americano Obama. Per ora, si vedono solo fumi neri. Alcuni preoccupanti come l’appello del leader di Hamas, Haniyeh, che ha chiesto al mondo arabo di «prendere esempio dai pacifisti turchi». Alcuni irritanti, come il video-gaffe che il governo israeliano ha mandato in giro ieri (scusandosi tre ore dopo): uno sfottò della strage di domenica, cantato sulle note di «We are the world». Altri sconcertanti, infine, come la decisione della Hebrew University di Gerusalemme di dimissionare dal consiglio accademico il giudice Richard Goldstone, l’ebreo sudafricano che ha compilato il rapporto Onu sui crimini di guerra a Gaza: dopo dieci anni, proprio ora, hanno scoperto che in università non ci veniva mai.

Libero-Simona Verrazzo:" La testimonianza di un soldato: avevano armi e giubbotti antiproiettile "

 soldati di Tzahal

A cinque giorni dal blitz israeliano alla Mavi Marmara, la nave partita dalla Turchia per la Striscia di Gaza in cui sono morti 9 pacifisti, c’è una nuova testimonianza sulla dinamica: le dichiarazioni di uno dei soldati di Israele. Il quotidiano Jerusalem Post ha raccolto le parole del sergente S. (non viene rivelato il nome) della Shayetet 13, l’unità di incursori della Marina israeliana. È uno dei militari che si è calato dai Black Hawk con la fune, nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo. Il soldato ha detto che non si aspettava di trovare a bordo un “campo di battaglia” e di doversi difendere dall’assalto di dei “mercenari assassini”. Una volta sullanave è riuscito a vedere tre dei suoi compagni: due erano stati raggiunti da dei colpi di pistola, uno allo stomaco e l’altro al ginocchio, mentre il terzo era stato ferito alla testa da una barra di metallo. Il soldato si è subito attivato per mettere in salvo i compagni, estraendo la sua Glock 9mm per difendersi dai pacifisti che intanto avevano preso due pistole agli uomini del commando israeliano e aperto il fuoco. A quel punto il sergente S. ha sparato, per proteggere lui stesso e gli altri militari, uccidendo 6 “pacifisti”. «Appena sceso sul ponte – racconta – sono stato attaccato da persone con mazze, tubi metallici e asce. Sono terroristi, senza dubbio. C’era la rabbia omicida nei loro occhi e stavano per ucciderci». Ora per lui si pensa a una medaglia d’onore. Il suo racconto è importante anche per capire come i passeggeri della Mavi Marmara erano attrezzati a bordo. Il gruppo era ben organizzato, diviso in squadre di circa venti persone. Tutti i “mercenari”, come li chiama il soldato, indossavano maschere anti-gas e giubbotti antiproiettile, ed erano armati con mazze, fionde, barre di metallo, coltelli e granate. Adesso sono in corso verifiche su quello che è stato trovato a bordo della nave. Secondo l’IDF, l’Esercito di Difesa di Israele, le armisonostate buttate inmare, nel momento in cui pacifisti si sono arresi. Durante la perquisizione dell’imbarcazione è stato ritrovato il contenitore di un’arma non utilizzata nello scontro a fuoco. Sulla nave i diversi raggruppamenti si tenevano in contatto attraverso un dispositivo di telecomunicazione Motorola. L’idea è che si tratti di membri riconducibili al jihadismo, addestrati in paesi come il Pakistan e l’Afghanistan. Altro particolare emerso: i soldati israeliani avrebbero aperto il fuoco un minuto e mezzo dopo essersi calati sulla nave, a causa dell’estrema violenza con cui sono stati attaccati appena arrivati a bordo.

Il Giornale-Gian Micalessin:"  Così ho ucciso sei "pacifisti" per salvare i miei compagni "

Un tuffo nell’inferno, una lotta per la sopravvivenza dove solo l’addestramento gli ha consentito di salvare la propria pelle e quella di tre compagni gravemente feriti. Ma per farlo ha dovuto mettere mano alla pistola, sparare, abbattere uno dopo l’altro sei dei cosiddetti “pacifisti” che continuavano ad attaccare lui e gli altri incursori stretti a quadrato intorno ai compagni caduti.
Il sergente S., l’ultimo della squadra di quindici commandos delle forze speciali israeliane calatisi sulla Mavi Marmara all’alba di lunedì, racconta così la drammatica operazione rivelatasi sin dai primi attimi una trappola ben organizzata. «Ci venivano incontro con lo sguardo da assassini», ricorda in un’intervista il sergente che - mentre attende sull’elicottero Black Hawk sospeso sopra la tolda - assiste all’assalto subito dai suoi compagni. Non secondi, ma lunghissimi minuti perché - spiegano altri suoi colleghi - dopo la discesa dei primi cinque incursori bisogna sostituire la corda. Osservando dai visori notturni, il sergente S. capisce che la plancia è «un vero campo di battaglia» percorso da «una folla di mercenari».
Nell’intervista al Jerusalem Post il sergente descrive anzitutto quel che vede sotto di lui. «Tre compagni che mi avevano preceduto erano a terra feriti, uno aveva lo stomaco aperto da un colpo di arma da fuoco, un altro aveva una pallottola nel ginocchio, un terzo aveva perso i sensi dopo esser stato colpito da una sbarra di metallo alla testa». I tre sono i più alti in grado della squadra. Con loro fuorigioco, il comando passa a lui. Il sergente S. urla ai compagni ancora in piedi di far quadrato intorno ai feriti, ma la situazione è tutt’altro che facile. Nel primo minuto di scontri - quando hanno avuta la meglio sui tre incursori piovuti sulla tolda - i “pacifisti” si sono impadroniti di almeno due pistole. Ma non sono le uniche a sparare. Qualcuno a bordo fa fuoco con altre armi che – stando a quanto ammesso negli interrogatori dal comandante della Mavi Marmara - spariscono in mare non appena gli israeliani assumono il controllo della situazione.
Intanto però sulla tolda si combatte una vera battaglia. «Quando appoggio il primo piede a terra me li vedo venire incontro, distinguo le asce, le spranghe e i tubi di ferro con cui cercano di colpire me e gli altri». Il sergente non sa che - come rivelato ieri da alcuni ufficiali di Shayetet - altri tre suoi compagni feriti e tramortiti sono stati portati nelle cabine del ponte inferiore dove rischiano di diventare ostaggi. Sa però che deve assolutamente impedire alla torma scatenata di sopraffare lui e i feriti. «Vedo la rabbia assassina negli occhi di chi mi attacca, capisco che sono pronti a ucciderci, ma mentre ci colpiscono io e gli altri riusciamo a spingere i nostri tre compagni insanguinati fino ad una paratia del ponte».
A quel punto il sergente S. esegue macchinalmente quanto imparato in tre anni e mezzo di addestramenti. Ordina a tre uomini di stringersi intorno ai feriti mentre lui forma un terzo perimetro con i rimanenti. Hanno la Glock d’ordinanza in mano, sono pronti come impone l’addestramento delle forze speciali a sparare per uccidere. Il sergente mira al cuore, preme il grilletto per sei volte. Per sei volte uno fra gli attaccanti cade per terra. Gli altri suoi compagni uccidono altri tre “pacifisti” e a quel punto la carica si ferma, la folla infuriata incomincia a ritirarsi con morti e feriti. Il sergente S. ordina di cessare il fuoco, comunica alle navi d’appoggio di mandare una squadra medica e un gruppo di rinforzo. «Non potevo permettermi esitazioni – conclude -, per salvarli dovevo eseguire quello per cui sono stato addestrato».

Il Giornale- " Netanyahu alla nave irlandese: fermatevi "

Bibi Netanyahu

La nave irlandese «Rachel Corrie», con a bordo fra gli altri il premio Nobel Maired Corregan-Maguire, si sta dirigendo verso Gaza per forzare il blocco imposto da Israele e, nonostante l’avvertimento dello Stato ebraico che intende intercettarla, potrebbe arrivare oggi nelle acque di fronte al territorio palestinese.
«Fermeremo la nave, e anche ogni altra nave che cercherà di violare la sovranità di Israele - ha detto il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman alla televisione. - Non c’è possibilità che la Rachel Corrie raggiunga la costa di Gaza». Questo mentre i dirigenti di Hamas, da Gaza, esortano invece nuove flottiglie di simpatizzanti della loro causa a cercare di forzare il blocco navale israeliano.
Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha esortato Israele a far passare la nave, al fine anche di evitare «l’inasprirsi della tensione». «Alla luce della tragica lezione dei giorni scorsi, pensiamo che Israele debba consentire l’afflusso dei beni, delle merci e dei generi alimentari alla striscia di Gaza, con i necessari controlli di sicurezza», ha detto Frattini a margine di un evento a Firenze, aggiungendo che Gaza non deve rimanere sotto assedio nonostante il pericolo costituito da Hamas. «Gli israeliani hanno ben compreso che far arrivare gli aiuti umanitari a Gaza è qualcosa che il mondo sta chiedendo», ha concluso Frattini.
Le autorità israeliane hanno comunque promesso di bloccare la «Rachel Corrie», ma stavolta il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato alle forze israeliane di fermare la nave «con gentilezza e cortesia».
Fa discutere intanto l’affermazione del premier turco Recep Tayyip Erdogan, che ieri ha sostenuto che Hamas «non è un’organizzazione terroristica». Il movimento integralista islamico attualmente al potere nella Striscia di Gaza «protegge il popolo palestinese», ha detto ieri in un infuocato comizio Erdogan. Un’uscita che dimostra ulteriormente il radicale cambiamento impresso dal tragico episodio di domenica scorsa alle relazioni tra Turchia e Israele, due Paesi che erano stati per decenni alleati di fatto nonostante le differenze culturali e religiose.

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