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Il Foglio - Il Giornale Rassegna Stampa
21.04.2010 Qualche domanda a Gino Strada sul suo ruolo di testimone scomodo
di Toni Capuozzo, con una cronaca di Fausto Biloslavo

Testata:Il Foglio - Il Giornale
Autore: Toni Capuozzo - Fausto Biloslavo
Titolo: «Qualche domanda a Gino Strada sul suo ruolo di testimone scomodo - I tre arrestati non hanno dubbi: Liberi senza pressioni politiche»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 21/04/2010, a pag. 2, l'articolo di Toni Capuozzo dal titolo " Qualche domanda a Gino Strada sul suo ruolo di testimone scomodo ". Dal GIORNALE, a pag. 16, l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo "I tre arrestati non hanno dubbi: Liberi senza pressioni politiche".

Il FOGLIO - Toni Capuozzo : " Qualche domanda a Gino Strada sul suo ruolo di testimone scomodo "


Gino Strada

Eadesso, liberi i tre, liberi tutti. Liberi di porre le domande che era ingeneroso porre a Emergency e a noi stessi mentre i tre suoi uomini erano detenuti, e circondati da accuse pesanti. Liberi loro, e sollevati da sospetti che il semplice buonsenso, e il principio che la responsabilità penale è individuale, portavano a ritenere assurdi, liberi noi di rilevare senza maramaldeggiare alcune piccole circostanze scomode che circondano il lavoro di Emergency. L’organizzazione di Gino Strada è molto, molto italiana. Non esistono ong internazionali con la stessa vis polemica, la stessa caratterizzazione politica e ideologica, e per trovare uno spirito di partito simile bisogna scandagliare la piccola armata di organizzazioni confessionali e settarie, chiese del dodicesimo o trentesimo giorno, missioni dove la tazza di latte e il piatto di broda arrivano solo con il pegno dell’adesione. Gino Strada ha insistito spesso, in questi giorni sul ruolo di “testimone” e per di più scomodo, della sua organizzazione in Afghanistan. Il tema della “testimonianza” è quello attorno a cui si consumò, alla fine degli anni Settanta, la rottura tra Bernard Kouchner e l’organizzazione che aveva fondato, Médecins Sans Frontières. Occasione della rottura fu una missione, fortemente voluta da Kouchner, in soccorso dei boat people vietnamiti, che venne ritenuta da altri, nell’organizzazione, un’operazione troppo, se non esclusivamente, mediatica. Dalle polemiche venne la scissione, e nacque Médecins du Monde, che rimprovera a Msf, premio Nobel nel ’99, di separare eccessivamente l’aiuto umanitario e la denuncia politica. Com’è noto, Msf, il cui responsabile italiano, Carlo Urbani, morì nel 2003 dopo essersi impegnato nell’emergenza Sars in Vietnam, va ovunque, stringe le mani a chiunque, e si prefigge un solo scopo: aiutare chi ha bisogno. Legittimamente, Gino Strada la pensa altrimenti: che senso ha curare i feriti se non fermo la catena di montaggio della violenza che riempie i miei ospedali di feriti? Legittimamente, questo ruolo di testimonianza comporta una certa scomodità. Nella quale non incorrono altre ong, diciamo più silenti. Non vi incorrono ad esempio le italiane Intersos, Cesvi, Aispo, né Coopi, che ha numerosi progetti proprio a Kandahar, e dunque in un’area tutt’altro che tranquilla. C’è, però, il fatto che la “comodità” delle tante ong internazionali che operano in Afghanistan si rivela “scomodità” se guardata dall’altro lato della barricata: dal 1997 al 2003 in Afghanistan hanno perso la vita, violentemente, 36 operatori umanitari. E non per opera dei servizi segreti né degli organi di polizia del governo nato nel 2001 sulle ceneri del regime talebano. C’è poi qualcosa da dire sulla “testimonianza”. Che ha un suo valore morale indiscutibile quando non è strabica, quando cioè non guarda in faccia nessuno, se non le vittime. Giustamente Emergency rivendica non solo il diritto ma anche il dovere di curare chiunque, ci mancherebbe altro. Ma per quanto riguarda la vocazione forte a essere testimoni, c’è qualcosa che non va. C’è che Emergency era una delle poche, se non la sola, ong presenti a Kabul nel ’99 e nel 2000, in pieno regime talebano. Era una città da cui erano scappati persino il direttore del museo e quello dello zoo, in cui si nascondevano persino i fabbricanti di aquiloni e i cantanti, ed Emergency apriva il suo ospedale. Giusto, perché ce n’era bisogno. Ma la testimonianza? Non succedeva nulla che meritasse di essere testimoniato? Qualcosa, negli accordi che avevano permesso l’apertura dell’ospedale non funzionò, tanto che nel maggio 2001 ci fu un’irruzione armata dei talebani nell’ospedale, che fu abbandonato e chiuso. Venne riaperto nel novembre successivo, a seguito dell’“invasione americana”. Come ad allontanare ogni sospetto di aver in qualche modo “usato” quella circostanza, Emergency lanciò in Italia la campagna “uno straccio di pace”, invitando ad appendere fazzoletti bianchi a zainetti e polsini, per ribellarsi alla guerra, dove per “guerra” doveva intendersi l’intervento internazionale. Non si può rimproverare a Emergency un’assenza di coerenza: per sottolineare questa sua estraneità, rinunciò a quel punto al rilevante contributo pubblico di cui aveva goduto sino allora in Afghanistan, vuoi attraverso finanziamenti diretti del governo italiano, vuoi attraverso il tramite dell’Undp. Del ruolo successivo di Emergency si sa di più, e sono significativi i numeri riferiti alle persone curate e spesso salvate dal loro intervento. Ma, ancora una volta, è il ruolo di “testimone” che è incerto. Lo è sulle circostanze del sequestro di Torsello. E’ vero o no che fu Rahmatullah Hanefi a organizzare il viaggio in autobus verso Kabul del fotografo italiano, a comprargli addirittura il biglietto per la corriera su cui sarebbero saliti, a colpo sicuro, i talebani per sequestrarlo? E’ certo, perché lo afferma lo stesso Gino Strada, che fu Hanefi a consegnare i soldi del riscatto. E Hanefi torna in pista con il sequestro di Daniele Mastrogiacomo. Ora, è ovvio che in occasione di un sequestro il mediatore debba essere qualcuno in grado di fare la spola tra le parti in causa, e dunque non si possa essere schizzinosi sulla sua natura immacolata, ma desta qualche perplessità che il mediatore sia il responsabile della logistica dell’ospedale, e continui a esserlo dopo il primo sequestro: la perplessità suggerisce che nella scelta del direttore, al momento di aprire l’ospedale, si sia in qualche modo cercato qualcuno che poteva garantire uno scudo, una cattura di benevolenza dall’altro lato della barricata, quelli verso cui è meglio non essere “scomodi”. Daniele Mastrogiacomo non è mai stato chiarissimo sulle circostanze che lo hanno “avviato” ai contatti con il capo talebano da intervistare: chi glieli aveva passati? Né Hanefi è mai stato chiaro, ed Emergency non si è mai sentita in dovere di testimoniare sulle circostanze che sono costate la vita a Adjmal Nasgkbandì, l’interprete prima liberato, poi risequestrato e infine decapitato. Tutto ciò avvenne solo per mettere in difficoltà il governo di Kabul, pronto a trattare per liberare l’italiano ma non per salvare l’afghano, o Adjmal aveva visto qualcosa di troppo? Si dice che ora Hanefi sia in Germania, e può essere che sia l’unico a conservare le risposte a queste domande. Ma incuriosisce pensare che l’ospedale di Lashkargah sia intitolato a Tiziano Terzani. Padre nobile del giornalismo italiano, ma assolutamente sconosciuto agli afghani. E’ tradizione di Emergency intestare le proprie strutture a figure italiane (l’ospedale in Cambogia è dedicato a Ilaria Alpi), ciò che conferma il carattere molto italiano dell’organizzazione, ma a nessuno è mai passato per la testa che sarebbe stato altrettanto nobile – e forse un po’ più scomodo – intitolare l’ospedale nell’Helmand al povero Adjmal, un giornalista limpido morto per una testata italiana, La Repubblica? Né ricordo una gran testimonianza a favore del povero Perwiz Kambakhsh, lo studente di giornalismo condannato a morte per blasfemia per aver stampato un articolo riguardante i diritti delle donne e il Corano. La pena di morte, trasformata poi in una detenzione di vent’anni, era stata comminata da un tribunale di quella stessa giustizia sulla quale in questi giorni molti hanno alzato il sopracciglio e qualcosa di più. Ma era un atto condiscendente verso gli ambienti fondamentalisti, e dunque non meritava una mobilitazione, un fazzoletto, un po’ di quell’impegno politico da cui l’intervento umanitario non può prescindere? Certo, avveniva a Mazar i Sharif, lontano. Ma il vetriolo lanciato in faccia a un gruppo di ragazzine che andavano a scuola, quello è avvenuto due anni fa, nella provincia di Helmand. E come testimonia PeaceR-+eporter, la testata diretta dal genero di Gino, Maso Notarianni, che spesso funge da portavoce di Emergency? Racconta l’episodio, con una chiosa finale che suona come una excusatio non petita: “Le violenze contro le donne fanno però parte della cultura degli afghani, e non sono una prerogativa talebana”. Chiosa scomodissima.

Il GIORNALE - Fausto Biloslavo : " I tre arrestati non hanno dubbi: Liberi senza pressioni politiche "


Marco Garatti, Matteo Pagani, Matteo Dell'Aira

Per le armi trovate nell'ospedale, «siamo noi i primi a voler sapere come è arrivata questa roba. Va contro i nostri principi e regole», giura il chirurgo Marco Garatti. Per la prima volta parla davanti a una telecamera di Peacereporter, la costola mediatica di Emergency. Al suo fianco gli altri due italiani rilasciati da Kabul, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, che stanno tornando a casa. I tre liberati sono partiti ieri mattina da Kabul, diretti a Dubai, in compagnia dell'inviato speciale della Farnesina, Massimo Attilio Iannucci, che li ha tirati fuori dalla galere afghane. Sul primo momento sembrava che arrivassero in Italia in serata, ma poi il rientro è stato rimandato ad oggi. Il governo italiano ha messo a disposizione un volo del Cai, la piccola flotta dei servizi segreti. Chissà se accetteranno il passaggio. Sul sito Peacereporter ha scritto: «Non stupisce, che ci sia chi vuole scattarsi la foto con il braccio intorno alle spalle dei tre, presentandosi come l'unico e indispensabile eroe della vicenda. E preghiamo Dio che quella foto, se mai ci sarà, rimanga a monito di cosa sia il dovere di uno Stato e le convenienze politiche di un governo». L'ennesima bordata alle autorità italiane che hanno sbrogliato la matassa. Ieri lo stesso Gino Strada, correndo ai ripari, ha telefonato «al ministro degli Esteri, Franco Frattini, per ringraziarlo personalmente».
Nel video di Peacereporter i tre italiani raccontano gli otto giorni di prigionia. «Un medico afghano dell'ospedale ci ha chiamato dicendo che la polizia, le forze speciali, l'esercito stavano entrando armati - raccontano nel video -. Ci siamo subito mossi. Poco prima di arrivare, però, siamo stati fermati e arrestati». Matteo Pagani, il più giovane, spiega che «il primo sospetto mi è venuto quando uno dei militari mi ha detto la parola “explosive”. Quando mi hanno fatto uscire dal pronto soccorso, c'erano delle truppe inglesi». Dell'Aira ricorda che gli «hanno presentato un elenco dettagliato di quello che avevano trovato (armi e giubbotti esplosivi, nda). Prima di firmarlo ho scritto in inglese che non ne sapevo nulla». Il timore era rimanere in galera per settimane o mesi prima di chiarire la faccenda. Invece la liberazione è «avvenuta in modo repentino».
Tutti e tre, replicati in Italia da Strada, hanno ripetuto all'unisono: «I servizi segreti ci hanno confermato che non è stato trovato nulla contro di noi e contro Emergency. La liberazione non è frutto di pressioni politiche, di compromessi, ma della conclusione delle indagini». Lo ha sottolineato Amrullah Saleh, il capo dei servizi di sicurezza, nonostante abbia il dente avvelenato con Emergency. Solo Alice nel paese delle meraviglie può pensare che le autorità afghane svelino «le garanzie reciproche e gli impegni italiani», che hanno portato al rilascio, confermati al Giornale da una fonte diplomatica il giorno prima della liberazione.
A Kabul, salendo sull'aereo, Garatti ha annunciato: «Siamo contenti di partire. Ci rivediamo in Afghanistan». Non sarà così facile, almeno a Lashkar Gah. Ieri Daud Ahmadi, il portavoce del governatore di Helmand, interpellato dall'Ansa, ha spiegato che l'ospedale può riaprire a patto che «Emergency non sia più coinvolta in attività terroristiche» come il ritrovamento di armi nelle sue strutture.
Il governatore, Gulab Mangal, è ancora convinto «che ci siano prove schiaccianti contro Emergency - come ha dichiarato al Corriere della Sera -. Peccato che siano state inquinate per trovare un accordo con Kabul». Il portavoce del governo locale aggiungeva ieri che «la nostra polizia ha avviato una sua indagine per sapere cosa è successo nell'ambito del sequestro di Daniele Mastrogiacomo», il giornalista di Repubblica liberato nel 2007 grazie alla mediazione del responsabile dell'ospedale Ramatullah Hanefi. Il governo locale vuole scoprire se «Emergency c'entra con la morte del giornalista afghano Adjmal Naqshbandi e dell'autista Sayed Agha (rapiti assieme a Mastrogiacomo ma decapitati dai talebani, nda). E vogliamo vedere la fine dell'inchiesta sulle armi trovate il 10 aprile nell'ospedale». I servizi di Kabul tengono in custodia ancora un afghano, collaboratore di Emergency. Probabilmente vuole vederci chiaro sull'intera vicenda anche il procuratore aggiunto di Roma, Pietro Saviotti, che sentirà i tre italiani di Emergency al loro rientro in patria.

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