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Tutti uniti contro l'accusa di Israele 'Paese di apartheid' 26/06/2022


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Corriere della Sera - L'Unità - Panorama - L'Espresso Rassegna Stampa
29.03.2010 Se non esiste lo Stato palestinese la colpa è degli arabi, non di Israele
Articoli di Enzo Nahum, Davide Frattini, Sergio Romano, Umberto De Giovannangeli, Lucio Caracciolo

Testata:Corriere della Sera - L'Unità - Panorama - L'Espresso
Autore: Davide Frattini - Umberto De Giovannangeli - Sergio Romano - Lucio Caracciolo
Titolo: «Palestinesi nei cantieri del 'nemico': 'Ora lavoriamo anche per i coloni' - Coloni e governo vogliono il fallimento del processo di pace - Gaza, scontro di integralismi - E il jihad è alle porte»

Riportiamodal CORRIERE della SERA di oggi, 29/03/2010, a pag. 15, l'articolo di Davide Frattini dal titolo "  Palestinesi nei cantieri del 'nemico': 'Ora lavoriamo anche per i coloni'". Dall'UNITA', a pag. 19, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Yariv Oppenheimer dal titolo "  Coloni e governo vogliono il fallimento del processo di pace " preceduta dal nostro commento. Da PANORAMA, a pag. 106, l'articolo di Sergio Romano dal titolo "Gaza, scontro di integralismi ", preceduto dal nostro commento. Dall'ESPRESSO, a pag. 54, l'articolo di Lucio Caracciolo dal titolo " E il jihad è alle porte ", preceduto dal nostro commento. Pubblichiamo l'articolo di Enzo Nahum dal titolo " La Cisgiordania non e' e non e' mai stata territorio 'palestinese' ".
Ecco gli articoli:

Enzo Nahum - "  La Cisgiordania non e' e non e' mai stata territorio 'palestinese'  "



 La Cisgiordania non e' e non e' mai stata territorio "palestinese" e soltanto l'inettitudine e la "dhimmitudine" dei molti governi israeliani laburisti dal 1967 ha permesso al mondo di considerare il West Bank/Cisgiordania "territorio palestinese occupato". 
 
La Cisgiordania e' stata militarmente occupata per 19 anni (1948-1967) da quello che si chiamava nel 1948 il Regno di Transgiordania, entita' artificiale creata dagli inglesi nel 1922 con il nome di Sheikdom of Transjordan, a seguito di una guerra di aggressione e pertanto illegale secondo il diritto internazionale ed i principi delle Nazioni Unite.  I villaggi e le magnifiche cittadine che Israele ha costruito in quella parte del paese che storicamente si chiama Giudea e Samaria, sono dal mondo che "ignora" chiamati erroneamente "insediamenti", ma secondo il diritto internazionale sono a tutto diritto villaggi e cittadine facenti parte dello Stato di Israele. 
 
Che ai filo-arabi piaccia o no, il diritto internazionale non e' una cosa che uno possa tirare come la gomma o possa essere oggetto di opinioni ed in quella regione il diritto internazionale e' rappresentato dalle due risoluzioni della Societa' delle Nazioni alla Conferenza di San Remo del 1920 e del 1924.  Nella prima si istituisce il Mandato di Palestina che comprendeva l'area del presente Stato di Israele, incluso il West Bank (del Giordano) e la Transgiordania con il preciso ed unico obbiettivo di preparare la creazione di uno Stato degli Ebrei (di tutto il mondo) e ahime' la Societa' delle Nazioni nomina come Mandataria la perfida Albione (l'Inghilterra) e le affida in amministrazione fiduciaria la Palestina. 
 
Nella Risoluzione di San Remo nel 1920 la Societa' delle Nazioni ingloba la Dichiarazione Balfour del 1917 che dopo aver dichiarato che il Governo di Sua Maesta' (britannica) fara' di tutto per facilitare la creazione di una "national home" in Palestina per il popolo Ebraico ("for the Jewish people") aggiunge che "...niente sara' fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunita' non-ebraiche in Palestina, o i diritti e lo status di cui godono gli Ebrei in qualsiasi altra nazione". ("...nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country"). 
Questo e' piu' importante di quello che sembri a prima vista, perche' il corpo supremo che allora creava e rappresentava la legge internazionale, la Societa' delle Nazioni, sentenzia che di tutte le popolazioni nel Mandato di Palestina, l'unico popolo ad avere diritti politici e quindi diritto ad avere uno stato ("national home per tutti gli Ebrei che vogliano stabilirvisi) e' solo ed esclusivamente il popolo Ebraico, mentre gli altri non-ebrei, avranno garantiti tutti i diritti "civili e religiosi".  E nessuno puo' dire che lo Stato di Israele al giorno d'oggi non onori questi obblighi.
 
Nel 1922, la "perfida Albione", proditoriamente e alla faccia dei suoi obblighi come nazione fiduciaria del Mandato di Palestina, sottrae il 76% del territorio del Mandato, la Transgiordania, e lo consegna al figlio del suo amico Hussein, Sceriffo della Mecca e capo della tribu' degli Hashemiti, che fuggiva dall'Arabia incalzato dal predone Ibn Saud che finira' per prendersi tutta l'Arabia.  Pertanto, Abdallah, uno straniero dell'Arabia diviene Sceicco di Transgiordania ed il territorio viene battezzato Sceiccato di Transgiordania mentre suo cugino Feisal viene insediato dalla stessa Inghilterra in quello che diviene Iraq.  Nel 1946 lo Sceiccato cambiera' nome in Regno Hashemita di Transgiordania, ma ciononostante verra' riconosciuto solo dalla Gran Bretagna e nel 1947 dal Pakistan!
 
A seguito del furto della maggior parte del Mandato di Palestina da parte della Gran Bretagna, la Societa' delle Nazioni, sollecitata dalla ladra, (ma maggior vincitrice della Grande Guerra), emette una seconda risoluzione nel 1924 sempre a San Remo, in cui si ribadiscono tutti i principi ed i punti della prima Risoluzione, salvo per la correzione che il confine orientale del Mandato di Palestina e' la riva sinistra del Giordano e che per quanto riguarda il territorio ad est del Giordano una diversa soluzione e' stata trovata.
 
I principi, le risoluzioni e le responsabilita' della Societa' delle Nazioni sono stati ereditati, assorbiti ed inglobati nella carta costituente delle Nazioni Unite e mai abrogati. Fanno quindi parte del diritto internazionale compresa anche la realta' che la Cisgiordania/West Bank/Giudea e Samaria non sono territori palestinesi o territori occupati, ma parte integrante dello Stato di Israele, voluto e riconosciuto dalle Nazioni Unite.  La spartizione dell'area votata nel 1947 dall'Assemblea dell' ONU in uno stato ebraico ed uno arabo, in primis non e' vincolante in quanto e' una risoluzione dell'Assemblea e non del Consiglio di Sicurezza, e in secundo e' stata nullificata dalla non accettazione degli stati arabi e dall'aggressione militare al neonato Stato di Israele del 15 Maggio 1948 da parte di 5 eserciti arabi.
 
E' solo la stupidita' e la sottomissione alla prepotenza eurabica ed americana dei governi di sinistra israeliani, dal tempo dei tragici e fallimentari Accordi di Oslo (1993-1995) che i diritti di Israele sono calpestati e capovolti.
 
Chiamare i villaggi e le cittadine israeliani in Giudea e Samaria, "insediamenti" e' una falsificazione storica, per non parlare della parte est di Gerusalemme.  Purtroppo tutto il mondo ha abbracciato la narrativa araba e rifiuta di leggere la storia di quella martoriata regione e di informarsi veramente.  Ciononostante tutti vogliono parlare della questione palestinese e sentenziare con auto-assegnatasi autorita'.

CORRIERE della SERA - Davide Frattini : " Palestinesi nei cantieri del 'nemico': 'Ora lavoriamo anche per i coloni' "

GERUSALEMME — Lo scheletro di cemento del palazzo di re Hussein sta sulla collina di fronte, la guerra persa dai giordani ha paralizzato la costruzione oltre quarant’anni fa. Le ruspe sono ferme anche nella valle sotto Ramat Shlomo, congelate dalla guerra fredda di queste settimane tra gli Stati Uniti e Israele. Il piano per i 1.600 appartamenti è stato annunciato come uno schizzo di cemento sulla giacca del vicepresidente Joe Biden, in visita a Gerusalemme, e il premier Benjamin Netanyahu ha dovuto bloccare per ora i lavori.

I muratori continuano invece a mischiare la malta per tirare su le ville private, palazzi che hanno ottenuto i permessi prima della crisi diplomatica con gli americani e che non attraggono l’attenzione internazionale. Così Ramat Shlomo si espande un lotto alla volta. La lingua dei cantieri è l’arabo, gli operai sono di Gerusalemme Est. Lo stop che Washington vuole imporre (niente nuovi edifici nella parte orientale) per loro significherebbe una vittoria politica e la perdita dello stipendio. «I committenti sono quasi tutti israeliani, i palestinesi rappresentato per me solo l’1 per cento. Noi non riusciamo a ottenere i documenti per costruire sulla nostra terra, mentre loro sì», commenta Assad. L’impresa è sua e qua sta preparando una casa di trecento metri quadri. «Sono quelli dichiarati ufficialmente, in realtà ne facciamo saltar fuori cinquecento. Gli ispettori del comune non vengono, preferiscono lasciar correre».

A Ramat Shlomo abitano in diciottomila, ebrei ultraortodossi attratti anche dai costi molto più bassi. Le famiglie si preparano al Seder, la cena pasquale di questa sera, con l’aspirapolvere gli uomini ripuliscono le briciole di pane dalle auto. Dall’altro lato della strada, i carpentieri arabi si affrettano, sono le ultime ore di lavoro prima della lunga pausa festiva. «Devo innalzare questa recinzione per evitare che i bambini cadano nelle fondamenta » , spiega Mohammed, fabbro di 35 anni, che arriva dal quartiere di Al-Ram, nella parte nord-orientale. «Ho sempre lavorato per gli israeliani in queste zone: a Pisgat Zeev, Neve Yaakov. Che ci posso fare, ho bisogno dei soldi. Mi sono rifiutato solo di partecipare alla costruzione del muro». Mohammed guadagna 800-1000 dollari al mese. «Non mi sento di criticare chi accetta impieghi perfino nelle colonie in Cisgiordania. L’Autorità palestinese non è in grado di offrire alternative, di combattere la disoccupazione».

Il governo di Ramallah ha allestito «il fondo per la dignità», 2 milioni di dollari da usare per convincere i contadini o i muratori a non alimentare il mercato attorno agli insediamenti: ogni anno — secondo i dati raccolti dai palestinesi — prodotti per il valore di 500 milioni di dollari raggiungono i territori dalle colonie. Il ministro Hassan Abu Lidbe sta preparando un disegno di legge per rendere illecito qualunque rapporto economico tra i palestinesi e gli israeliani che hanno scelto di vivere in Cisgiordania.

Dal piccolo villaggio di Taamera, almeno 200 arabi vanno a lavorare in cima alla collina, nell’insediamento ebraico di Tikua. Non hanno il permesso per entrare a Gerusalemme e qui prendono il 50 per cento in meno. Ayman (il figlio) arriva a mettere insieme 120 shekel al giorno, poco più di venti euro. Mohammad (il padre) guadagna quattro volte tanto come piastrellista in città, nella parte Est. «Il blocco alle nuove costruzioni è un bene per il popolo palestinese ma non è bene per me — dice l’anziano —. Sarei felice comunque. Non è sufficiente congelare gli insediamenti, l’Autorità palestinese deve aprire nuove fabbriche. Anche se ci spero poco».

I lavoratori illegali come Jabber non si arrischiano ad accettare clienti israeliani, è già stato arrestato ed espulso troppe volte. Jabber e il suo clan (tutti parenti, arrivano dalle colline a sud di Hebron) costruiscono per gli arabi nei quartieri di Gerusalemme. Palazzi quasi sempre senza permesso, piani impilati uno sopra l’altro per dare spazio alle famiglie che si ingrandiscono. «Dormiamo in cantiere, senza uscire mai. Una volta alla settimana torniamo a casa. Chiediamo 200 shekel (quasi 40 euro) al giorno per ognuno di noi». Il capomastro è lui e mette insieme la squadra al villaggio prima di ogni progetto.

Per venire a Gerusalemme, deve superare la barriera di sicurezza che circonda la Cisgiordania. Voluta da Ariel Sharon per fermare gli attentatori suicidi, viene aggirata ogni giorno da clandestini come lui. «Abbiamo trovato un tunnel, è il tubo di una fognatura. È rischioso, ma non abbiamo altra scelta. Entriamo disoccupati e ci ritroviamo dall’altra parte con un lavoro».

L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Coloni e governo vogliono il fallimento del processo di pace "


Yariv Oppenheimer

Oppenheimer di Peace Now, accusa il governo Netanyahu e i coloni di voler bloccare i processi di pace. La cosa non stupisce, vista l'Ong di cui fa parte. Un'Ong il cui unico scopo è diffamare Israele in favore degli arabi.
Se non fosse così, nell'intervista Oppenheimer farebbe notare a Udg che Netanyahu è appena stato negli Stati Uniti proprio per dimostrare la sua volontà di far ripartire i negoziati. Negoziare significa offrire qualcosa in cambio di qualcos'altro. Per ora non ci sono state proposte da parte palestinese. Israele, invece, sta mettendo in pratica il congelamento degli insediamenti per 10 mesi che aveva promesso.
Per quanto riguarda Gerusalemme,  è la capitale di Israele e  per questo non poteva essere inclusa nel piano di congelamento degli insediamenti. Come ha dichiarato Netanyahu, costruire a Gerusalemme è come costruire a Tel Aviv.
Ecco l'intervista:

L’obiettivo dei coloni oltranzisti e dei loro sponsor nel governo, è chiaro: far fallire ogni possibilità di giungere ad un accordo che ponga fine al dominio israeliano sui territori palestinesi occupati ». A sostenerlo è Yariv Oppenheimer, segretario generale di Shalom Achsav (Peace Now). «È ormai tempo – rileva Oppenheimer – che il popolo israeliano alzi la propria voce e dica chiaramente al primo ministro e al suo governo che lo scontro in cui essi si sono impegnati con la comunità internazionale e il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, non sono il risultato della volontà di migliorare la reputazione di Israele ma, al contrario, di una miope volontà politica di migliorare la situazione dei coloni e di salvaguardare la stabilità del governo». IlpremierNetanyahudicedinonessere contrario ad un accordo fondato sul principio «due popoli, due Stati». Perché «Peace Now» non gli crede? «Perché ogni atto concreto del governo Netanyahu mira a impedire che questa soluzione si realizzi in futuro. La cosa è tanto evidente da aver portato Netanyahu in rotta di collisione con gli Usa, l’Unione Europea, il Quartetto.(Usa, Ue, Onu,Russia, ndr)». C’è il rischio che attorno alla realizzazionedinuoviquartieri ebraiciaGerusalemme Est possa scatenarsi una guerra di religione? «Più che di rischio, parlerei di una certezza. Perché tutti sanno che la questione di Gerusalemme, del suo status non riguarda solo i rapporti tra israeliani e palestinesi, ma investe e coinvolge l’intero mondo arabo e musulmano. La valenza religiosa e simbolica della Città Santa è pari a quella nazionale. Dietro le scelte operate dal governo Netanyahu-Lieberman c’è una ideologia integralista, aggressiva che si rifà al mito di “Eretz Israel”, la Sacra Terra d’Israele. L’esatto contrario di quanto professato dai padri fondatori dello Stato d’Israele, dai pionieri del sionismo. La colonizzazione non ha nulla a che vedere con il tema della sicurezza. In questa volontà di sfidare la comunità internazionale c’è tutto l’avventurismo di una destra fortemente venata di oltranzismo nazionalista e di una visione del popolo ebraico come il popolo eletto che ha una missione divina da compiere. Chi è animato da questo furore ideologico non potrà mai concepire o accettare un compromesso con coloro – i palestinesi, i vicini arabi – che considera come il Male assoluto. E in questo lungo elenco di Nemici di Eretz Israelhanno inserito anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ». Netanyahu assicura che le relazioni con gli Usa non hanno subito contraccolpi. «Infatti: hanno subito un terremoto. E non poteva essere altrimenti visto che tutti sanno che i più stretti consiglieri di Netanyahu parlano di Obama come una minaccia per Israele. E ancor peggio pensano di lui i coloni oltranzisti e la destra integralista che indirizza fortemente l’azione del governo. Una cosa dovrebbe ormairisultare chiara: l’attuale governo israeliano non sarà mai disponibile ad un incontro a metà strada tra le ragioni d’Israele e quelle dei palestinesi». I falchi delgovernohannoavvertito: liquideremo Hamas... «L’ho già sentito altre volte. Ma il pugno di ferro ha finito sempre per rafforzare Hamas. La verità è che i falchi delle due parti si alimentano a vicenda. Il loro obiettivo è sempre lo stesso: affossare il dialogo, liquidare ogni chance negoziale. Così seppelliscono la speranza di un futuro normale per due popoli. Un futuro di pace».

PANORAMA - Sergio Romano : " Gaza, scontro di integralismi "

Romano commenta con queste parole il razzo lanciato il 18/03/2010 da Gaza contro Israele : " L’ascesa del terzo incomodo (un gruppo legato ad al qaeda, ndr) è stata favorita dal fallimento della strategia delle due organizzazioni maggiori. Né la politica conciliante di Mahmud Abbas e del gruppo dirigente di Ramallah né la caparbia linea di Hamas hanno sortito l’effetto desiderato. Né gli uni né gli altri sono riusciti a modificare la posizione del governo israeliano".
Ammesso e non concesso che a Gaza sia possibile l'ascesa di un gruppo indipendente da Hamas e che possa muoversi autonomamente, secondo Romano la colpa sarebbe di Israele e dei suoi governi.
In ogni caso è difficile credere che il razzo sia stato lanciato contro Israele senza il consenso di Hamas. Definire la linea di Hamas 'caparbia' è fuori luogo. E' ' caparbio ' lanciare razzi contro la popolazione israeliana e inneggiare alla distruzione di Israele?
Romano continua : "
Può darsi che Netanyahu si sia davvero convertito alla politica dei due stati, però gli atti del suo governo suggeriscono che rimane sostanzialmente fedele all’idea di un Grande Israele in cui i palestinesi godranno tutt’al più di una limitata autonomia ". Queste sono sue illazioni. Netanyahu ha dichiarato più volte e in maniera limpida di essere favorevole alla soluzione dei due Stati. Al momento si sta adoerando per raggiungere la pace coi palestinesi. Si è impegnato a migliorare le condizioni di vita dei palestinesi, in Israele gli arabi godono degli stessi diritti degli altri cittadini e Netanyahu non ha mai affermato di voler modificare questa situazione.
Gerusalemme è la capitale unica e indivisibile di Israele dal 1967, anno della vittoria di Israele della guerra dei Sei Giorni. Da allora l'accesso ai luoghi sacri è garantito a tutti. Non accadeva lo stesso quando la città era in mano alla Giordania.
Ciò che fa puntualmente naufragare i negoziati sono la politica terroristica di Hamas e i rifiuti costanti dell'Anp.
Ecco l'articolo:


Sergio Romano

Nel gran baccano diplomatico provocato dalla crisi dei rapporti fra Israele e gli Stati Uniti, dopo il disastroso viaggio del vicepresidente Joseph Biden a Gerusalemme, il razzo lanciato da Gaza il 18 marzo contro il territorio israeliano ha suscitato, nonostante la morte di un uomo (un immigrato thailandese), scarsa attenzione. Erano molto più interessanti in quel momento la miniintifada di Gerusalemme, il battibecco fra Hillary Clinton e il premier Benjamin Netanyahu, le dure parole del presidente Barack Obama, le reazioni imbarazzate dell’Aipac (American-Israel public affairs committee, la maggiore lobby filoisraeliana degli Stati Uniti). Su questi temi si è concentrata negli scorsi giorni l’attenzione della maggior porte degli osservatori internazionali. Eppure, il razzo di Gaza merita qualche riflessione.

Le rivendicazioni, come accade spesso in questi casi, sono state due. La più probabile sembra essere quella di Ansar al-Sunna, un gruppo salafita ispirato da Al Qaeda e molto simile a quello «per la preghiera e il combattimento» che da qualche anno ha fatto la sua apparizione nel Maghreb algerino con alcuni sanguinosi attentati.

La salafia è una versione particolarmente radicale dell’Islam e i salafiti potrebbero definirsi, con un’espressione tratta dalla storia religiosa russa, «vecchi credenti». Sembra che questi gruppi siano responsabili di buona parte dei razzi lanciati da Gaza negli scorsi anni e che Ansar al-Sunna, in particolare, consideri Hamas un’organizzazione troppo moderata. E sembra che Hamas rifiuti di negare apertamente la paternità dei razzi per non abbandonare nelle mani dei salafiti la guida dell’ala più militante e combattiva della resistenza. Di qui a poco quindi potremmo constatare che nel fronte palestinese i protagonisti non sono più due ma tre: l’Olp di Mahmud Abbas in Cisgiordania, Hamas a Gaza e i gruppi salafiti diffusi sull’intero territorio.

L’ascesa del terzo incomodo è stata favorita dal fallimento della strategia delle due organizzazioni maggiori. Né la politica conciliante di Mahmud Abbas e del gruppo dirigente di Ramallah né la caparbia linea di Hamas hanno sortito l’effetto desiderato. Né gli uni né gli altri sono riusciti a modificare la posizione del governo israeliano.

Certo, negli ultimi anni vi sono stati a Gerusalemme leader politici che apparivano decisi ad ammettere l’esistenza di due stati. Ma nessun governo israeliano ha interrotto la crescita degli insediamenti coloniali nei territori occupati e la costruzione di nuove «unità abitative» (in linguaggio meno burocratico: case) nella zona orientale di Gerusalemme, vale a dire in quella parte della città che dovrebbe divenire un giorno la capitale dello stato palestinese. Può darsi che Netanyahu si sia davvero convertito alla politica dei due stati, però gli atti del suo governo suggeriscono che rimane sostanzialmente fedele all’idea di un Grande Israele in cui i palestinesi godranno tutt’al più di una limitata autonomia.

In questo quadro di impotenze e di intransigenze non è sorprendente che gli estremisti di ieri vengano scalzati e superati dagli estremisti di oggi. E non è sorprendente che lo stallo palestinese, come ha ricordato al senato negli scorsi giorni il generale David Petraeus, responsabile militare degli Stati Uniti per il grande Medio Oriente, alimenti l’antiamericanismo della regione.

L'ESPRESSO - Lucio Caracciolo : " E il jihad è alle porte "

Caracciolo sostiene che Israele non vuole concedere ai palestinesi uno Stato e sostiene che questa mancanza di disponibilità " deriva da una quantità di ragioni, di cui una fondamentale: gli ebrei d'Israele non si fidano degli arabi palestinesi (e viceversa). Temono che se concedessero loro uno Stato armerebbero la mano di un popolo che non ha digerito la 'catastrofe' del 1948 e non avrà pace finché non rientrerà nelle terre che considera usurpate dagli ebrei. ". Sul fatto che a Israele non piaccia l'idea di uno Stato palestinese armato, non c'è niente di sbagliato. Qualche mese fa Netanyahu aveva proposto la nascita di uno Stato palestinese smilitarizzato. Tanto per cambiare, i palestinesi si erano opposti. E' sbagliato  preoccuparsi dei propri confini ?
In ogni caso, Caracciolo usa un verbo sbagliato al riguardo, 'concedere'. E' sbagliato perchè la decisione di far nascere uno Stato palestinese non spetta a Israele, ma alla Comunità internazionale. Lo Stato palestinese, ci sarebbe già da 62 anni, se gli arabi stessi non l'avessero rifiutato nel 1948, convinti di poter eliminare quello ebraico.
In ogni caso è evidente che se lo Stato palestinese ci sarà, i confini con Israele andranno controllati.
Caracciolo scrive : "
Se osserviamo il modo in cui si struttura la società palestinese, notiamo che essa è composta di tribù e bande impegnate a contendersi le scarse risorse residue più che a consolidare un movimento di liberazione. Gerusalemme lo sa benissimo e fa di tutto per incentivare questa inclinazione". A Israele interessa principalmente una cosa: la sicurezza dei propri cittadini. Per questo da anni i governi israeliani negoziano. Sono i palestinesi che continuano a mandare a monte le trattative. A Israele non interessano le lotte intestine fra fazioni palestinesi.
Caracciolo fa un ultimo elogio ad Arafat : "
esiste un popolo palestinese, sofferente nei Territori occupati e in diaspora (?!?!? n.d.r.), che non riesce a farsi nazione. I tentativi di produrre - dall'alto - qualcosa di non troppo dissimile da un movimento nazionale palestinese, sono naufragati con la morte di Arafat.".
Il movimento nazionale palestinese non esiste perchè non esistono palestinesi. O, per essere precisi, essi non esistevano in passato, prima del 1948. Non esistevano perchè non esisteva uno Stato palestinese prima di Israele. I palestinesi non sono altro che arabi, l'invenzione dei regimi arabi per cercare di scacciare gli ebrei e il loro Stato dalla regione. Perciò i tentativi di formare un movimento nazionale palestinese sono naufragati in partenza. La morte di Arafat non c'entra nulla, semmai il gran ladrone è stato la causa delle disgrazie dei palestinesi.
Ecco l'articolo:


Lucio Caracciolo

Costruire a Gerusalemme è come costruire a Tel Aviv... Lo slogan su cui Benjamin Netanyahu ha imperniato la sua ultima visita negli Usa fa giustizia delle illusioni sulla possibilità di un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. Se sul carattere definitivo dello status di Gerusalemme - di tutta Gerusalemme - come capitale dello Stato ebraico Netanyahu è disposto allo scontro con gli Usa, significa che si tratta di una linea rossa. Non solo sua, ma di qualsiasi leader israeliano della storia e probabilmente del futuro.

Lo schiaffo elargito da Netanyahu al vice di Obama, Joe Biden, nella sua recente visita a Gerusalemme, con l'annuncio di altre 1.600 abitazioni da costruire a Gerusalemme Est, è un risveglio alla realtà per chi continua a sognare il felice sbocco del 'processo di pace'. Questo insulto rivela anche lo stato d'animo oggi prevalente in quel Paese: disillusione rispetto a ogni prospettiva di pace con gli arabi, enfasi sul nazionalismo religioso. Le 1.600 abitazioni annunciate sono l'avanguardia delle 50 mila pianificate a Gerusalemme.

È la geopolitica del fatto compiuto. A conferma dell'indisponibilità israeliana a concedere uno Stato vero ai palestinesi. Essa deriva da una quantità di ragioni, di cui una fondamentale: gli ebrei d'Israele non si fidano degli arabi palestinesi (e viceversa). Temono che se concedessero loro uno Stato armerebbero la mano di un popolo che non ha digerito la 'catastrofe' del 1948 e non avrà pace finché non rientrerà nelle terre che considera usurpate dagli ebrei.

Ma è solo una faccia del problema. Ce n'è un'altra, che si tende spesso a trascurare in quanto 'culturalmente scorretta': i palestinesi non sono una nazione. E se non lo sono, come potrebbero costruire un proprio Stato nazionale? Se osserviamo il modo in cui si struttura la società palestinese, notiamo che essa è composta di tribù e bande impegnate a contendersi le scarse risorse residue più che a consolidare un movimento di liberazione. Gerusalemme lo sa benissimo e fa di tutto per incentivare questa inclinazione. Per dividere il nemico.

Dunque: esiste un popolo palestinese, sofferente nei Territori occupati e in diaspora, che non riesce a farsi nazione. I tentativi di produrre - dall'alto - qualcosa di non troppo dissimile da un movimento nazionale palestinese, sono naufragati con la morte di Arafat. Già negli ultimi anni del raìs, specie dopo lo scontro fra Occidente e Islam che per molti musulmani (e alcuni occidentali) è la radice della 'guerra globale al terrorismo', la causa palestinese si colorava di tinte religiose più che nazionali.

Oggi la tendenza alla islamizzazione della causa palestinese si sta accelerando. Sia per le manipolazioni esterne (l'ideologia qaidista e il radicalismo panislamico della leadership iraniana sciita), sia per la disperazione dei giovani palestinesi, sottoposti alle vessazioni israeliane e coscienti dell'impotenza dei loro capi.

Attenzione: potremmo rimpiangere Hamas. Le ambiguità del movimento, dove convivono elementi disponibili al compromesso e fautori della distruzione di Israele, nella mancanza di prospettive si stanno sciogliendo a favore dei 'puri e duri'. Jihadisti disperati e fanatici stanno guadagnando terreno sia a Gaza sia in Cisgiordania. La Terza Intifada, se e quando scoppierà, si distinguerà per il marchio religioso. E quando una disputa fra nazioni diventa una disputa fra religioni, non c'è spazio per compromessi. Sarà la battaglia per Gerusalemme: tutta ebraica o tutta islamica.

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