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Il Foglio - Italia Oggi Rassegna Stampa
24.07.2007 Per qualcuno è intollerabile che un musulmano difenda le ragioni di Israele
il contesto politico e culturale dell'appello contro Magdi Allam, nelle analisi di Giorgio Israel e Diego Gabutti

Testata:Il Foglio - Italia Oggi
Autore: Giorgio Israel - Diego Gabutti
Titolo: «Condannano Magdi perché da musulmano ha osato dire:“Viva Israele” - Magdi Allam '»
Dal FOGLIO del 24 luglio 2007:

Al direttore - Nel commentare la petizione con cui duecento intellettuali “democratici” hanno messo all’indice il libro “Viva Israele” di Magdi Allam, Luigi Amicone e Giulio Meotti (Il Foglio, 21 luglio) non si sono limitati a mettere in evidenza quella che Pierluigi Battista ha definito una “deroga grossolana e stupefacente” ai principi basilari di una libera discussione attorno a un libro, e hanno messo in luce il contesto politico culturale che ha ispirato e sostenuto quella iniziativa. Entrambi hanno insistito sul ruolo della crema del cattolicesimo “democratico” con un contorno di altri apporti illustrati da Meotti. Vorrei aggiungere qualche pennellata al quadro e qualche considerazione generale, anche suggerita da esperienze personali. Ricordiamo innanzitutto che qui la questione di sostanza riguarda la difesa delle ragioni di Israele sostenuta da Allam che viene ritenuta illegittima al punto di considerare reato il “tifare” per quelle ragioni, con valutazioni pesantissime che tirano in ballo la “sfrontatezza”, l’“imbarbarimento”, la “pericolosità” e l’estraneità ai valori della democrazia costituzionale. Sarebbe un errore – e una concessione alle peggiori intenzioni dell’operazione politico-culturale in oggetto – ritenere che queste accuse riguardino il modo specifico con cui Allam ha trattato la questione. Piuttosto – e per ragioni che cercherò di chiarire – è il fatto che una persona come lui abbia sollevato certi temi ciò che ha fatto saltare i nervi a persone che non sopportano un certo modo di porre le questioni di Israele e dell’ebraismo nei rapporti con il mondo cattolico e islamico. Partirò da un esempio che sembra fuori tema e invece c’entra in pieno. Giorni fa, la reintroduzione della messa in latino ha rischiato di sollevare un vespaio in relazione alla famigerata formula per la conversione dei giudei recitata il Venerdì Santo. Vi è stato un ribollire di contatti e telefonate volti a sollecitare interventi di condanna, atti di rottura e proclamazioni della fine del dialogo ebraico-cristiano, incuranti di fronte all’invito alla prudenza, alla lettura attenta del “motu proprio” e di sviluppi che (come l’ultima dichiarazione del cardinale Bertone) avrebbero sgonfiato lo scandalo. L’aspetto più bizzarro di queste polemiche – di cui alcuni interventi sulla stampa sono stati la punta dell’iceberg – è che la formula “intermedia” depurata dell’aggettivo “perfidi” rivolto ai giudei) era di matrice giovannea. Ma il suo uso nel contesto del pontificato di Giovanni XXIII non era ricordato come scandaloso, mentre lo era nel contesto di questo pontificato; per il semplice motivo che questo pontificato è “reazionario” mentre quello era “democratico” e “progressista”. Il punto è che qui c’è gente cui dei rapporti ebraico-cristiani (e a fortiori dei rapporti tra mondo cristiano e Israele) non importa un fico secco, e anzi cui non dispiace se tali rapporti non vanno tanto bene. Quel che hanno a cuore è l’affermarsi della loro visione “progressista”, costi quel che costi. Come spiegare altrimenti la freddezza che diversi ambienti, sia cattolici sia ebraici e islamici, hanno nei confronti del modo in cui il dialogo ebraico-cristiano è stato impostato dal cardinale Ratzinger e da Benedetto XVI, non più soltanto in termini di gesti simbolici, bensì ricercando un rapporto sul terreno teologico, pur mantenendo le inevitabili distinzioni e senza pasticciati sincretismi? Di tale percorso – che è l’unico che può davvero porre le basi di un rapporto vivo e capace di riparare ferite secolari – sono testimonianza il documento della Pontificia Commissione Biblica sull’immagine delle Sacre Scritture ebraiche nei Vangeli, il discorso alla Sinagoga di Colonia e il recente libro di Benedetto XVI. Ritengo che questo percorso sia il progresso più importante avvenuto nei rapporti ebraico-cristiani da mezzo secolo, e anche quello che pone le basi di un riconoscimento dei valori fondanti dello stato di Israele e del sionismo. Ma appare evidente che vi sono ambienti che fanno orecchie da mercante e preferirebbero la lite a qualsiasi avanzata su questo terreno, il quale comporta il tema – per loro indigeribile – delle “radici ebraico-cristiane” e la problematica della ragione allargata e del rapporto tra fede e ragione avanzata nel discorso di Ratisbona. Di recente, ho avuto occasione di partecipare a numerosi dibattiti su questi temi promossi da organizzazioni cattoliche e ho potuto constatare la consistenza di questo progresso, ma anche certe ostinate resistenze e diffidenze. Potrei citare il caso di un dibattito che tanto fu proficuo quanto fu ostile la rappresentazione capovolta datane da uno degli organizzatori su un giornale locale, parlando di “sostanziale diversità” di posizioni, inventandosi che avrei sostenuto che ragione e fede sono contrapposte e attribuendomi persino una visione relativista in tema di conoscenza, come necessaria conseguenza della mia “tradizione culturale” di “appartenente alla comunità ebraica”. Non mi dilungherò sugli insulti ricevuti da parte di certo ebraismo progressista, in quanto asservito ai cattolici reazionari con cui vivrei abbracciato da mane a sera, fino all’elegante epiteto di “teocon circonciso” affibbiatomi da un giornaletto della sinistra ebraica. Non mi perturba certo, ma è un dato di fatto, che da tempo non sia chiamato a partecipare a iniziative culturali ebraiche e, soprattutto, ad alcuna manifestazione nell’ambito della Giornata della memoria. Non a caso, perché tale Giornata è ormai una giaculatoria in onore degli unici ebrei graditi, quelli morti, in cui quelli vivi sono chiamati a parlare del loro passato e non della manifestazione più evidente del loro presente, Israele, se non per prenderne le distanze o assistere in silenzio alla sua condanna in quanto efferato esempio di come un perseguitato può diventare persecutore. In definitiva, non è difficile riassumere quel che unisce questi ambienti cattolici, laici ed ebraici “progressisti”, e che si sono uniti nell’appello contro Magdi Allam. (1) Una fredda ostilità nei confronti di questo papato, visto come un attacco reazionario ai valori “democratici” conciliari e la propensione a marchiare di infamia chiunque osi trovarvi qualcosa di positivo. (2) Una concezione del dialogo ebraico-cristiano come qualcosa da esercitare a distanza di sicurezza: da un lato, un atteggiamento di tollerante compiacenza nei confronti di un fenomeno nobile quanto consegnato alla storia passata e da coltivare come tale (statevene voi nel ghetto del vostro passato senza presa sul presente e come tali sarete amati), dall’altro la costruzione di una rete di garanzie senza troppi contatti di sostanza (lasciateci in pace a vegetare nel chiuso delle nostre memorie). (3) In conseguenza, alla larga da Israele che sarebbe stato meglio se non fosse mai nato e di cui, tuttavia – poiché ormai c’è, e nessun democratico potrebbe acconsentire alle follie di Ahmadinejad – occorre garantire la sopravvivenza, purché si conquisti questo diritto camminando in punta di piedi e riducendo al minimo l’ingombro della sua insostenibile presenza. (4) Infine, c’è l’islam, che è la pietra di paragone del dialogo e della tolleranza democratici, in quanto l’islam sarebbe divenuto oggetto di una demonizzazione sfrenata con il pretesto degli eccessi di alcune sue “frange” estremistiche. Pertanto, la missione del progressismo democratico è affermare il dialogo con l’islam, con tutto l’islam, inclusi i Fratelli musulmani, Hezbollah e Hamas, ed esclusa soltanto qualche frangia di esagitati come al Qaida. Soltanto chi non abbia sentito di persona certi discorsi può ritenere inverosimile che, per taluni, la dinamica del monoteismo sia una sorta di processo dialettico hegeliano – ebraismo-tesi, cristianesimo-antitesi, islamismo- sintesi – in cui i primi due termini si conquistano legittimità e rispetto nella misura in cui sono capaci di mostrare sommo rispetto e incondizionata apertura al dialogo nei confronti del terzo. Ora, fino a che questo quadretto idilliaco viene messo in discussione da qualche “ateo devoto” o da qualche “teocon circonciso”, basta l’insulto o un gelido ostracismo, nello stile ereditato dalla tradizione stalinista. Ma, se a metterlo in discussione, per giunta proclamando uno stridente “Viva Israele”, è un musulmano, ovvero qualcuno che fa parte del cuore della costruzione dialogante-progressista; e se lo fa contestando alla radice il concetto di musulmano “moderato”, “tollerante” e “democratico” e addirittura ponendo come pietra di paragone l’atteggiamento nei confronti di Israele; insomma se lo fa rovesciando da cima a fondo il paradigma dialogante- progressista; allora lo scandalo diventa insostenibile. Non basta più l’insulto. Occorre la condanna collettiva, occorre isolarlo come un appestato, occorre rincarare la fatwa islamica con una messa all’indice laico. Tale è l’ira che si sono unite le firme di persone che hanno predicato il boicottaggio di Israele e messo in discussione il suo diritto all’esistenza con quelle di persone come Bosetti di cui si ricorda la presenza a incontri presso l’Unione delle Comunità Ebraiche per promuovere un master sulla Shoah e l’antisemitismo. Anche a lui, evidentemente, interessavano soltanto gli ebrei morti, visto che non ha esitato a ospitare un appello di quel tenore, facendo del suo periodico un epigono di quelle riviste sovietiche in cui comparivano gli appelli a mettere alla gogna i dissidenti.

Da ITALIA OGGI:

Magdi Allam, per aver osato difendere Israele dall'Islam fondamentalista, _ è diventato il bersaglio d'una «fatwa". Non è la prima: già altre, sotto queste mezzelune, gliene sono piovute addosso. Solo che stavolta si tratta d'una «fatwa" particolarmente notevole e cu-riosa: a lanciarla non sono infatti gli ayatollah iraniani, come ai tempi dei Versetti satanici di Salman Rushdie, ma la rivista Reset diretta da Giancarlo Bosetti e gli «oltre 200 tra docenti, giornalisti e scrittori» che hanno allegramente controfirmato l'anatema. MagdiAllam, un giornalista e saggista d'origine egiziana impegnato nellà denuncia del fondamentalismo islamico, vive da anni sotto scorta perché è un bersaglio dichiarato della Spectre islamista. Non meriterebbe, per questo, un filino di solidarietà, specie da parte .dei colleghi? No, pietà l'è morta: la tribù beduina di Reset non perdona. Poiché Magdi Allam è un nemico della giusta causa, non tanto la causa dell'islami-smo (cosa volete che ne sappiano «gli oltre 200?) quanto quella di Reset, cioè il nulla con sopra due strati di pal}na montata, l'ultimo libro del giornalista italo-egiziano, Viva Israele, è da rubricare alla voce eresia. Reset onnipotente e misericordioso sa come trattare i cani infedeli. Vergogna sull'editore. Doppia vergogna sui lettori che hanno acquistato il libro e sui recensori che non ne hanno lapidato a chiacchiere l'autore. Da oggi il Jihad, che si era accontentato finora di bombe e decapitazioni, , ha anche il suo Index librorum prohi-bitorum. Dategli tempo altri due o tre secoli e vedrete che, se non al Qaeda, almeno “gli oltre 200 entreranno nel club della modernità. Niente di drammatico, naturalmente: l'intellighenzia italiana, dalla Spigolatrice di Sapri in poi, ha sempre praticato l'umorismo involontario come una specie di disciplina zen (sempre sforzandosi, ahinoi, 'di farne un'arte marziale). Così com'è un diritto, per i clown, dipingersi il viso di bianco e incollarsi una pallina rossa sul naso, è un diritto per i nostri “docenti, giornalisti e scrittori", andare in tilt, come flipper scassati, non appena si tratta di distinguere non diciamo il bene dal male, ma la fiction dalla realtà o anche soltanto la storia della geografia. Gl'intellettuali, del resto, non sono peggio (o meglio, dipende dalle scuole di pensiero) dei politici soltanto perché fanno ridere. Gli orrori culturali, come. la «fatwa" da manicomio pacifista contro l'autore di Viva Israete, sono lo specchio parlante di quelli politici, come le pericolose ·sciocchezze della nostra politica estera, certo ammiratissima da Reset; in tema di guerra civile tra palestinesi. Massimo D'Alema, dovendo scegliere tra l'ala islamista e quella «moderata», sceglie infallibilmente Hamas e butta a mare Fatah. La vede, insomma, esattamente come Reset: gli apostati della rivoluzione nella polvere e la nuova guardia rivoluzionaria sugli altari. Ma costoro non commettono sciocchezze perché sono sciocchi. Commettono sciocchezze perché sono caricati a molla. Agiscono per automatismi, come “gli oltre 200”,: suonate un campanello e loro sbaveranno. Nel caso di D'Alema, tuttavia, c'è anche un po' di calcolo da bottegai. Dopo essersi schierato con Hezbollah in Libano, sarebbe suicida, per la sicurezza della sua carriera ministeriale, snobbare Hamas e i suoi sponsor: gli Assassini iraniani e siriani. Metti che s'incazzino.

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