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Il Giornale Rassegna Stampa
07.05.2024 Vince la linea dura di Netanyahu
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 07 maggio 2024
Pagina: 12
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «La strategia spalle al muro e le prime aperture di Hamas. Vince la linea dura di Bibi»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi 07/05/2024 a pag. 12 il commento di Fiamma Nirenstein con il titolo: "La strategia spalle al muro e le prime aperture di Hamas. Vince la linea dura di Bibi".


Fiamma Nirenstein

Benjamin Netanyahu. Il partito terrorista palestinese ha accettato la proposta israeliana di tregua e scambio di ostaggi all'ultimo minuto, quando ormai l'accordo pareva sfumato e l'attacco a Rafah inevitabile. Ha vinto la linea dura del premier israeliano. L'unica per vincere.

È venuta sul tramonto mediorientale  del giorno della Shoah israeliano, mentre dalla zona orientale di Rafah (non proprio dalla città dunque) si alzava una nuvola causata da un paio di proiettili israeliani, i carri armati sul bordo si preparavano a eventuali prossime azioni, gli abitanti delle zone più fitte si avviavano verso le strutture di soccorso preparate da israeliani e americani verso Khan Yunes: dopo mesi di tentennamenti con la decisione di entrare nella roccaforte di Sinwar, il capo di Hamas Ismail Haniyeh evidentemente non indifferente all’ingresso israeliano, telefona al presidente del Qatar e gli dice che accetta la tregua proposta dai mediatori egiziani. E’ un accordo sulla restituzione di parte degli ostaggi, su cui aveva detto di no alle quattro di pomeriggio? Quanti? Quando? Chi? Contro quanti prigionieri palestinesi? Non si sa ancora niente. Per ora il governo israeliano annuncia che cercherà di capirne si più. La sorpresa non è piccola: è la prima volta, in questa fase, che Hamas accetta l’accordo per un cessate il fuoco non definitivo, e lo fa proprio nel modo in cui aveva previsto Israele, da Netanyahu a Gantz: con la pressione militare. Il quasi-ingresso di Israele a Rafah invece di chiudere porte, come da troppo sempre bloccando Israele sostiene il consesso internazionale, ne sta aprendo di inusitate.

Se i grandi capi si parlano sinceramente nei momenti difficili, anche quando i loro interessi sono diversi, la telefonata di ieri pomeriggio fra Joe Biden e Benjamin Netanyahu deve aver avuto momenti drammatici ma significativi. Bibi potrebbe aver detto a Biden che chiedeva notizie su Rafah: “Ho cercato di temporeggiare il più possibile, anche perché odio le stupidaggini che dicono su di me, specie sul New York Times, quando sostengono che a me dei rapiti non importa nulla e che butto per aria le trattative apposta, tenendo in piedi la guerra per restare al mio posto. Avrei voluto aspettare, anche se sapevo che Hamas ci prende in giro con una sadica attesa senza speranza. Ma mi capisci: dopo che ieri i terroristi di Hamas hanno sparato i loro missili da Rafah, con precisione e con conoscenza comprovata della posizione dei nostri presidi militare, e mi hanno ucciso quattro soldati mentre altri undici sono feriti fra cui due in condizioni gravi, mi è difficile evitare l’azione. Di fatto, era indispensabile dall’inizio. Sarò cauto, cercherò di tenere ancora la porta aperta all’accordo sui rapiti, osserverò più che posso la strada umanitaria, cominciando con lo spostamento della gente in zone sicure, Khan Yunes e nei Muwassi di tutta la gente possibile. Ma devo eliminare la forza militare di Hamas e quindi entrare a Rafah, cercare i miei poveri rapiti: Sinwar non li rende con le buone, e devo anche mettercela tutta per prenderlo”. E Biden potrebbe aver risposto: “TI capisco. Ma sai benissimo che se entri a Rafah io non potrò altro che disapprovarti, e del resto tutto il mondo lo farà. Il rischio per a gente non può essere accettato né da me, né dai miei elettori. Anche io voglio eliminare Hamas e te l’ho detto fin dall’inizio, ma non posso pagare questo prezzo perché ne va del futuro stesso degli USA e mio personale per averti sostenuto”. Probabilmente, nel frattempo, sull’Egitto e sul Qatar, Biden, capendo la serietà definitiva di Netanyahu, premeva con tutta la sua forza perché spingessero Sinwar ad accettare. Forza militare da una parte e pressione americana dall’altra, qualcosa si è mosso.  Netanyahu deve aver a sua volta spiegato che spera anche lui che appaiano i rapiti e si possa smettere di combattere, che si terrà sul margine di Rafah, che punta soprattutto a controllare lo Tzir Filadelphi, cioè lo strategico confine con l’Egitto. Se non va a Rafah, come si è visto dal bombardamento su Kerem Shalom, mai gli israeliani potranno tornare a vivere a Sderot e nei kibbutz.

Tutto questo resta in piedi anche di fronte alle ultime notizie: Israele anzi, adesso è certo che entrare a Rafah era la strada giusta per costringere Sinwar a passi inusitati. Biden può aver detto a Bibi che la guerra può incattivirsi nella lunghezza e nell’asprezza, e forse persino avrà minacciato di bloccare a lungo tutti quei proiettili che per ora, per ordine della Casa Bianca, non lasciano le mani americane. E Israele ne ha molto bisogno. Netanyahu ha tuttavia deciso, dopo che Rafah ha sparato e adesso devono riapparire all’orizzonte i rapiti perché Israele cambi idea.

Ma la giornata in cui Israele ieri ha ricordato molto drammaticamente la Shoah con la sua intersezione con la strage genocida di Hamas, è stata marcata da discorsi del primo ministro in cui ha ripetuto più volte quanto l’oggi sia diverso dal tempo dello sterminio perché Israele difende il popolo ebraico, anche se la decisione a battersi, e l’ha detto varie volte, a volte si prende in una solitudine da cui la storia ebraica è marcata. A questo non siamo arrivati però: Israele era pronto da tempo a entrare, l’ha discusso a lungo con delegazioni di altissimo livello con gli americani, ieri Gallant con Austin hanno ancora riparlato di possibile accordo sui rapiti… Israele entra ma aspetta, l’America condanna ma poco. L’ingresso è per ora cauto, solo nella zona orientale, lo spostamento di 100mila persone al contrario di quello che si narra è sufficiente (o poco più) a evitare un coinvolgimento della gente nella battaglia. Hamas da una parte ha detto agli israeliani “attenti, non sarà un picnic” ma poi è corso a telefonare accettando qualcosa che non aveva mai accettato. Intanto i suoi 4 battaglioni stanno là in agguato, hanno avuto molto tempo per prepararsi. Il tempo dell’attesa di un si di Sinwar. Finora Sinwar ha impedito la tregua che salvava vite e favoriva Biden. Ora può darsi che stia cercando di salvarsi la vita, o forse di prendere di nuovo in giro tutti quanti. Ma Israele ha le truppe già dentro, e per ora non ha nessuna intenzione di spostarle.

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