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Il Giornale Rassegna Stampa
07.12.2023 Il pressing disperato per gli ostaggi: ogni giorno può essere l’ultimo
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 07 dicembre 2023
Pagina: 5
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Il pressing disperato per gli ostaggi: «Ogni giorno può essere l’ultimo»»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi 07/12/2023 il commento di Fiamma Nirenstein con il titolo: "Il pressing disperato per gli ostaggi: ogni giorno può essere l’ultimo".

Fiamma Nirenstein
Fiamma Nirenstein
Manifestazione in ricordo degli ostaggi
Manifestazione in ricordo degli ostaggi

Da quando la guerra è ripresa dopo che Hamas ha fatto saltare la tregua legata alla restituzione di donne e bambini che aveva liberato 136 ostaggi su 339 in cambio del triplo di detenuti palestinesi per terrorismo, lo scontro rimbomba soprattutto nella città di Khan Yunis, sulla soglia di casa di Yahye Sinwar; Hamas seguita a irrorare Israele di missili fino a Tel Aviv, prova che la guerra ancora ha molti obiettivi da raggiungere. La battaglia è lenta e sicura, le gallerie mostrano ogni giorno di più il loro reticolo, la leadership di Hamas, sembra assediata. Ma in parallelo risuona la richiesta disperata delle famiglie dei rapiti: “portateli a casa, adesso”. Sul palcoscenico mondiale di Israele la pietà postmoderna e democratica, la responsabilizzazione arrabbiata che investe in pieno il potere più vicino, si incontra con una guerra di sopravvivenza contro un primitivo mostro terrorista peggiore dell’ISIS, e che se non verrà sconfitto non cesserà di minacciare orrori come quelli del 7ottobre. L’arma più pregiata di Israele contro la depressione e contro l’antisemitismo internazionale, è il volto unito e entusiasta di combattere una guerra giusta, nonostante la richiesta di frenare. Ma due giorni fa si è svolto a Tel Aviv un incontro drammatico fra le famiglie dei rapiti e il gabinetto di sicurezza. La paura che ogni giorno può essere fatale per gli ostaggi è diventata frenetica da quando le testimonianze di chi è tornato a casa hanno raccontato che cosa significa stare per settimane nelle mani di Hamas: fame, sete, solitudine, maltrattamenti, le pillole di calmanti forzate prima che le tv filmi i rapiti tranquilli al ritorno. Poi, la sofferenza è sgorgata inarrestabile, molti ostaggi sono crollati, alcuni sono ricoverati all'ospedale, nuove malattie si sono sviluppate, quelle vecchie sono peggiorate o inguaribili ormai; e martedì sono state gettate sul viso di Netanyahu e del ministro della Difesa Gallant anche le violenze sessuali, e la terribile paura degli ostaggi quando l’aviazione israeliana bombardava nelle vicinanze. Danielle, tornata con la sua piccola, ha detto che tutto tremava, che la piccola era disperata, che si chiedeva se ne sarebbero uscite vive. La questione degli stupri inoltre, è diventata sempre più importante via via che all’ONU si cominciava ad ammettere lo stupro di massa delle donne israeliane come arma di guerra di Hamas, cosa che è stata vergognosamente ignorata per settimane. Si è anche detto che proprio a causa della violenza subita dalle ragazze prigioniere Hamas ha rifiutato di consegnare donne e bambini secondo i patti, temendo che portassero testimonianza. La richiesta logica e comprensibile delle famiglie è di fare qualsiasi cosa per liberare i loro cari: per esempio, accettare la tregua e la restituzione dei detenuti terroristi importanti in cambio del ritorno di tutti, consentendo la partenza di Sinwar come fu fatto nell’82 per Arafat quando lo si lasciò partire dal Libano dopo che era stato sconfitto. Questa scelta comporterebbe il disastro strategico della sopravvivenza del terrorismo di Hamas, bloccherebbe l’esercito, salverebbe parte delle armi, dei missili, degli uomini di Hamas nelle gallerie, sotto le scuole, nelle moschee e negli ospedali, vanificherebbe il grande sacrificio di vite umane che tutti i giorni i soldati pagano combattendo. Sembra di capire soprattutto che il Gabinetto abbia ancora molta fiducia se non in un’operazione di salvataggio di tipo Entebbe, impossibile dato che gli ostaggi sono sparsi, in un combattimento molto diretto al fine di ritrovarli, ora che da coloro che sono tornati sono state raccolte molte informazioni. Gallant l’ha detto quasi chiaramente alle famiglie: noi combattiamo con unità molto specializzate, che sanno cosa fanno, dove arrivano, cosa trovano. E al primo posto c’è sempre la salvezza dei rapiti. Ma naturalmente questo non basta alle madri e ai figli: lo gridano forte, e anche se la guerra fa molto rumore, in un paese come Israele che dette nel 2011 la bellezza di 1027 detenuti terroristi di prima linea fra cui Sinwar, le loro voci risuonano nella mente e nel cuore.

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