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L'esempio di Golda Meir


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Il Giornale Rassegna Stampa
21.03.2022 Zelensky a Israele: è stato un discorso con le spalle al muro
Analisi di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 21 marzo 2022
Pagina: 6
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Zelensky cita la Shoah e Israele si infuria»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 21/03/2022, a pag. 6, l'analisi di Fiamma Nirenstein dal titolo "Zelensky cita la Shoah e Israele si infuria".

A destra: Zelensky si rivolge a Israele

Mo, Nirenstein:

Fiamma Nirenstein

É stato un discorso con le spalle al muro, da spezzare il cuore, che ha tentato il tutto per tutto e non ha raggiunto l'obiettivo. A volte un senso di eccessiva confidenza nel bene e nel male crea incomprensione, i ponti mostrano crepe, le buone maniere si incrinano, la rabbia, perchè proprio i tuoi cari non ti abbracciano abbastanza stretto, prende il sopravvento. Il popolo ebraico, poi, ama discutere senza sconti. Con Zelensky ieri a Gerusalemme è successo questo: un ebreo che si permette di dire ai suoi fratelli ebrei quello che nessuno avrebbe mai detto parlando davanti a un Parlamento straniero per chiedere sostegno. Atteso con passione, Zelensky si è affacciato dalla sua tragedia sul Parlamento e sul una grande piazza di Tel Aviv zeppa di gente e bandiere: l'emozione reciproca vibrava nell'aria . Quasi tutti e 120 i membri della Knesset si sono affacciati con ansia e devozione alle finestre dello zoom (l'emiciclo è chiuso per le feste religiose di questi giorni) salvo i rappresentanti dei Partiti arabi all'opposizione che disapprovano il sostegno ucraino a Israele. I membri del Governo da giorni hanno ripetuto fieri a ogni microfono che è un grande onore che insieme agli USA, alla Germania, all'Inghilterra, all'UE, Zelensky ha scelto di parlare anche a Israele. Una carta di credito anche per la mediazione di Bennett di cui tanto si parla, forse. Invece, sulla giornata invernale di Israele è caduta un'altra gelata.

Il gioco dell'identificazione e delle similitudini storiche all'inizio è stata coraggiosa, e ha toccato l'epos sionista da tutti i lati: Zelensky pallido e smunto di fatica come un soldato israeliano, ha citato Golda Meir col suo famoso detto "Vogliamo la pace, ma non l'otterremo mai se i nostri vicini ci vogliono morti, e ha parlato della determinazione vitale e coraggiosa di Israele circondata da nemici, come quella del suo popolo; ha richiamato, più avanti, anche la parte epica dell'identità religiosa ebraica, richiamando la fede dell'Uman. Ma poi la tentazione di identificare il presente ucraino con le sofferenze della Shoah ha preso il sopravvento in lui, nipote di un sopravvissuto: la similitudine è scivolata direttamente, com'era logico e prevedibile, nella identificazione di Putin col nazismo, col missile russo sul monumento dell'immensa strage nazista di Babij Jar e con la coincidenza della data dell'invasione del suo Paese col 24 febbraio del 1920 quando fu fondato il Partito nazista. Il presidente ucraino ha diritto, naturalmente, a fare appello ai sentimenti di solidarietà ebraica parlando di sofferenza, famiglie decimate, bambini uccisi, fuga di massa tuttavia non si è peritato di toccare nervi molto scoperti quando ha detto che Putin cerca per il popolo ucraino la "soluzione finale". L'ha ribadito due volte. Da questa premessa così tassativa, e comunque molto discutibile, ha fatto derivare un rimprovero radicale: la sua radice retorica somiglia a quella rivolta a tutti gli altri Paesi cui ha parlato, tutti rimproverati per non fare abbastanza con argomenti diversi a seconda della loro storia, ma qui Zelensky l'ha gestita con durezza molto maggiore, e anche in maniera non giusta: se ha legittimamente richiesto infatti di sanzionare, armare, fornire ai profughi tutto ciò di cui hanno bisogno senza limiti, lo ha fatto come se Israele stesse a braccia conserte. Invece, Israele fa ogni sforzo per essere al fianco dell'Ucraina senza compromettere in maniera eccessiva le sue uniche, indispensabili necessità di sicurezza: Putin è un attore attivo a pochi chilometri di distanza sul fronte siriano, col suo esercito, i suoi amici iraniani e hezbollah. Intanto, proprio adesso, Israele si prepara, mentre si cucina a Vienna l'accordo nucleare dei P5+1 con l’Iran, a un pericolo vitale sconosciuto a qualsiasi Paese occidentale. Zelensky sa benissimo che fornire "cupola di ferro" richiede, e lo dicono gli esperti, un accordo con l'America che ne è il cogestore e una quantità improponibile di tempo, di uomini, di tecnica militare. Zelensky ha proposto la sua dura critica e la sua richiesta di aiuto, sanzioni, uomini, armi, come una scelta fra "il bene e il male" di cui la leadership israeliana si sta rendendo responsabile. É una maniera incauta di proporre il problema a una nazione essa stessa in pericolo, ed è anche una maniera di cancellare le proprie stesse proposte di pace. Se Putin è il male stesso, con chi mediare? Col male stesso?

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