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Il Giornale Rassegna Stampa
09.11.2021 Tolleranza, identità, islamismo: parla Amin Maalouf
Lo intervista Chiara Clausi

Testata: Il Giornale
Data: 09 novembre 2021
Pagina: 25
Autore: Chiara Clausi
Titolo: «La forza dell'identità? Non è mai 'tollerata' e ha più di un volto»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 09/11/2021, a pag.25, con il titolo "La forza dell'identità? Non è mai 'tollerata' e ha più di un volto" l'intervista di Chiara Clausi.

Chiara Clausi (@foliedennui) | Twitter
Chiara Clausi

CAPRI. LO SCRITTORE AMIN MAALOUF: “LA PANDEMIA CI RENDA MIGLIORI!” –  Teleischia
Amin Maalouf

Le identità possono tingersi di sangue, violenza. Creare mostri, abissi, diventare demoni di cui non ci si riesce a liberare. È la nuova frontiera che ha voluto esplorare il più grande scrittore libanese, Amin Maalouf nel suo ultimo libro, Identità assassine. La violenza e il bisogno di appartenenza, pubblicato da La Nave di Teseo (pagg. 160, euro 12). Maalouf, francofono che fa parte dell'Académie française e vive da decenni a Parigi, e che il 17 novembre riceverà il sigillo della città di Milano dal sindaco Sala in occasione di Bookcity, mette in discussione l'idea stessa di identità. «Quando una persona migra da un Paese all'altro deve identificarsi pienamente con quello di adozione; familiarizzare con la sua lingua, letteratura, musica, cucina, storia - spiega al Giornale -. E perché lo faccia, deve sentire che la propria cultura di origine è rispettata».

Dobbiamo rassegnarci a uno scontro fra cristianesimo e islam? «Oggi si ha la sensazione che il cristianesimo sia tollerante e che l'islam non lo sia. Eppure, storicamente, le cose sono molto più complesse. L'islam è arrivato in un mondo mediorientale dove esistevano già cristianesimo ed ebraismo, e ha sperimentato con il "Popolo del Libro" una forma di convivenza. Quelle regole non sono mai state egualitarie; ma hanno permesso che esistessero, praticamente fino all'inizio del XX secolo, le varie comunità religiose del Levante, comprese quelle dei miei antenati. Poi, in parte per l'influenza dell'Illuminismo, l'Occidente cristiano è diventato sempre più tollerante, mentre il mondo musulmano è scivolato nell'intolleranza...»

Che cosa c'è di negativo nel concetto di tolleranza? «La tolleranza è sempre preferibile all'intolleranza. Ma la tolleranza non è priva di ambiguità. Quando appartieni, come me, a una comunità minoritaria, non vuoi essere semplicemente "tollerato". Vuoi che ti vedano come un cittadino a pieno titolo. La tolleranza è un atteggiamento che i forti adottano nei confronti dei deboli».

Quali sono i pericoli di una cultura dominante come sta diventando quella americana? «Lo stato di egemonia è perverso per chi lo subisce e anche per chi lo esercita. Sono sicuro che l'egemonia sarebbe altrettanto insopportabile se fosse esercitata dai russi, dai cinesi, dagli arabi o dai francesi».

In che senso il fallimento del nazionalismo ha portato all'islamismo? «Le cose cambiarono dal 1967, quando il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser perse la guerra contro Israele. Il nazionalismo arabo, di cui era l'alfiere, non si riprese, e abbiamo visto sorgere, sulle sue macerie, un'altra ideologia, che sarebbe diventata dominante, soprattutto a partire dalla rivoluzione iraniana del 1979: un islamismo militante, socialmente conservatore e politicamente insurrezionale».

Perché è un pericolo semplificare la comprensione di realtà complesse? «La mia esperienza mi dice che il mondo è comprensibile nonostante le sue contraddizioni. Ciò non significa che tutti si comportino razionalmente, ma se teniamo conto dell'imponderabile, e delle sottigliezze, sappiamo più o meno cosa sta accadendo. Inoltre è importante soprattutto che si cerchi davvero di capire, piuttosto che di confermare i propri pregiudizi. Alcune persone ad esempio quando vanno in viaggio vedono solo ciò che avevano pianificato di vedere...»

Quali sono i rischi del politicamente corretto? «L'idea di non chiamare un gruppo di persone con un nome che ritengono avvilente o offensivo è legittima, e porta tutti noi a fare un autoesame. Ma, come spesso accade, l'idea sana può portare a una sorta di polizia orwelliana della parola e del pensiero. E con ciò paralizzare il discorso. Uno dei maggiori rischi è che una frazione dei nostri contemporanei perda fiducia in ciò che legge e ascolta. E che si lasci sedurre da coloro che "dicono la verità" e che si oppongono al politicamente corretto. L'elezione di Donald Trump si spiega in parte con questa esperienza di molti suoi concittadini».

Secondo quale meccanismo "noi" siamo sempre vittime innocenti e "loro" per forza colpevoli? «Quando c'è un problema tra "loro" e "noi", sono inevitabilmente "loro" i colpevoli, e "noi" gli innocenti. Io, per esempio, spesso voglio vedere le cose da entrambi i punti di vista. Senza dubbio perché sono, in virtù delle mie origini, "su entrambe le sponde". Non è un caso che il primo libro che scrissi circa 40 anni fa si intitolasse Le crociate viste dagli arabi».

Quali idee e valori potrebbero mettere in pericolo la nostra civiltà in futuro? «La nostra civiltà non sta facendo molto per prepararsi. C'è, ovviamente, il cambiamento climatico. Ne abbiamo parlato così tanto negli ultimi anni, ma questi sono, per la maggior parte, atteggiamenti che servono a "lavarci la coscienza." Molti Paesi, molti laboratori in tutto il mondo e anche organizzazioni terroristiche stanno lavorando per produrre o acquisire armi biologiche, chimiche, nucleari... In qualsiasi momento possono verificarsi atti gravi, e la cooperazione tra i poteri è così scarsa. Potrei citare guerre identitarie, derive della robotizzazione...»

Secondo lei, verso quali orizzonti sarebbe andata l'umanità se i greci e la loro cultura non fossero decaduti? «Uno degli aspetti più affascinanti, ma anche il più angosciante, è che la grande fase del "miracolo ateniese" durò circa settantacinque anni. E ho la sensazione, quando guardo le pagine della storia, che i grandi momenti della civiltà tendano ad avere un ciclo di vita paragonabile a quello di un essere umano, che nasce, cresce, fiorisce, matura prima di declinare e alla fine scompare».

A che cosa serve la dimensione tragica della vita? «Se un giorno l'umanità riuscisse a controllare il processo di invecchiamento delle cellule e a prolungare la vita indefinitamente, molte cose cambierebbero. La fragilità dell'esistenza è certamente uno degli impulsi che ci portano verso l'arte, la letteratura. La letteratura scomparirebbe se questo impulso vacillasse? Sarà probabilmente oggetto di riflessione nei prossimi decenni...».

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