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Il Giornale Rassegna Stampa
16.06.2021 Caso Saman, il problema è l'Ucoii
Gian Micalessin intervista Maryan Ismail

Testata: Il Giornale
Data: 16 giugno 2021
Pagina: 17
Autore: Gian Micalessin
Titolo: «'Islamiche lasciate sole. La sinistra ora si svegli: basta altri casi Saman'»
Riprendiamo dal GIORNALE di ieri, a pag.17 con il titolo 'Islamiche lasciate sole. La sinistra ora si svegli: basta altri casi Saman' l'intervista di Gian Micalessin.

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Maryan Ismail

«Dobbiamo uscire dalla contrapposizione destra e sinistra e cercare insieme una soluzione ai problemi che hanno portato alla tragedia di Saman Abbas. La politica si occupi delle giovani donne islamiche fin qui abbandonate a se stesse». Con queste parole d'ordine Maryan Ismail musulmana italiana di origini somale, fuoriuscita dal Pd e firmataria del patto nazionale tra stato e comunità islamiche ha guidato ieri il presidio organizzato a Milano da varie associazioni di donne islamiche «decise - come spiega a Il Giornale - ad alzare la voce per impedire che si ripetano casi come quello di Saman Abbas eliminata dalla famiglia per aver rifiutato un matrimonio combinato».

Fin qui l'unica associazione musulmana ascoltata è sempre l'Ucoii (Unione comunità islamiche italiane). Perché rivendicate il diritto a visioni alternative? «L’Ucoii e altre associazioni simili si guardano bene dall'esercitare interventi capaci d'innescare cambiamenti di prospettiva. Questo permette una coesistenza fra religione e tradizioni più negative. In questi anni - mentre noi ci battevamo per il caso di Hiina Salem chiedendo agli imam di intervenire - nelle comunità non veniva fatto nulla. Anche nella vicenda Saman l'Ucoii è intervenuto solo quando la tragedia è diventata caso mediatico».

Utilizzando una «fatwa» ossia uno strumento tipico dell'ordinamento religioso... «Una "fatwa" priva di senso non solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello islamico visto che l'Ucoii è un'associazione sunnita mentre la famiglia di Saman è sciita. Ma c'è di peggio. Quella fatwa non interveniva solo sui matrimoni forzati, ma anche sulle mutilazioni genitali trasformandole di fatto in una questione islamica. Ma se non sono dettami religiosi perché farci una fatwa? Così finiscono con l'attribuire all'islam e alle sue autorità una sfera di competenza per reati e tradizioni che nulla hanno a che vedere con la religione».

Ma usare una fatwa, ossia un parere religioso, significa anche disconoscere lo Stato... «Sii è stato un doppio errore. Oltre a disconoscere la giurisdizione dello Stato hanno anche ribaltato la procedura giuridica islamica che parte sempre da una richiesta rivolta da un giudice agli ulema e ai mufti».

E comunque inaccettabile perché demanda a una sorta di diritto islamico alternativo questioni che spettano all'ordinamento giuridico. «Certamente sì. È quanto abbiamo accettato e sottoscritto firmando il patto tra Stato e comunità islamiche. Il primo punto è la laicità dello Stato, qui è stata disattesa».

Il Pd ed Enrico Letta hanno preferito glissare sul caso Saman. Come lo spiega? «Perché fin qui il Pd ha sempre sostenuto che l'islam non va criticato. E va accettato sempre e comunque. Con questo atteggiamento ha sottoscritto un relativismo culturale assolutamente inappropriato».

Ma come mai un partito che si dice progressista e paladino dei diritti delle donne resta al traino dell'islamismo oscurantista? «È la conseguenza del relativismo culturale. Si interviene con durezza se una cittadina italiana viene importunata verbalmente, ma non si interviene sui fatti di sangue subiti da donne musulmane all'interno di famiglie e comunità qui in Italia. Di fatto la sinistra ci ha reso cittadine di serie B. Il nostro corpo non è centrale per le lotte femministe della sinistra».

Voi criticate anche lo stereotipo dell'hijab ovvero la tendenza dei media a rivolgersi a opinioniste musulmane velate. «E una realtà emersa anche nel caso Saman. I media preferiscono interloquire con donne agghindate secondo il canone dell'hijab mente sono poco ascoltate valorizzate e riconosciute le fedeli che non portano il velo. Questa è discriminazione. Mentre si condanna la cosiddetta islamofobia, si discriminano le musulmane non allineate con lo stereotipo della donna velata».

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