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Il Giornale Rassegna Stampa
08.02.2021 Russia: chi è l'uomo che fa paura a Putin
Commento di Angelo Allegri

Testata: Il Giornale
Data: 08 febbraio 2021
Pagina: 19
Autore: Angelo Allegri
Titolo: «L'uomo che fa paura a Putin»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 08/02/2021, a pag. 19 con il titolo "L'uomo che fa paura a Putin" l'analisi di Angelo Allegri.

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Aleksej Navalnyj

In russo i gruziny sono i georgiani; i grizuny, invece, sono i roditori, i topi. Il gioco di parole è una tentazione quasi irresistibile. E infatti nel 2008, durante la guerra russo-georgiana, Alexei Navalny non si tirò indietro: in un discorso proclamò che i «topi» nemici andavano bombardati con i missili, schiacciati come «scarafaggi». Era il periodo in cui l'oppositore di Putin, appena condannato alla galera, partecipava alla «Marcia russa», ritrovo annuale dei nazionalisti (spesso xenofobi) russi; in cui il partito da lui fondato, Narod (popolo), stringeva un'alleanza con Grande Russia e Movimento contro l'immigrazione, all'insegna dello slogan: basta dar da mangiare ai parassiti del Caucaso. Navalny si è detto più volte dispiaciuto di aver pronunciato «parole improprie» e ha ricondotto i suoi trascorsi nazionalisti a un sentito «patriottismo democratico». Ma il suo passato è testimonianza, come ha scritto di recente il Moscow Times, di un «complesso percorso ideologico». Appena ventenne, negli anni Novanta, aveva aderito con entusiasmo alle campagne per il libero mercato degli uomini più vicini a Boris Eltsin. Poi si era avvicinato a Yabloko, partito del centro-sinistra moderato. Infine, con la vittoria di Putin, nei primi anni 2000, la decisione di cambiare rotta. «Aveva capito che il liberalismo tradizionale non bastava per raccogliere dietro di sé la maggioranza del popolo russo», ha spiegato di recente Ilya Matveev, politologo dell'Accademia presidenziale per la Pubblica amministrazione di San Pietroburgo. Da qui la consonanza con le parole d'ordine della destra, a volte estrema, sul tema dell'immigrazione o le dichiarazioni forti sulla necessità di annettere le regioni separatiste di Georgia e Moldavia. Anche questa era solo una tappa, però. Perché già prima della partecipazione alla gara per l'elezione del sindaco di Mosca, nel 2013, Navalny scopre un formidabile strumento di marketing e la sua missione politica: la lotta alla corruzione, che gli costerà negli anni almeno un tentativo di omicidio e la galera.

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Vladimir Putin davanti a un ritratto di Stalin

L'ERRORE A dargli una mano in quel momento, almeno se si da retta a Roman Badanin, considerato con il suo sito Proekt uno dei migliori giornalisti investigativi russi, è niente di meno che il Cremlino stesso. La storia, corroborata da numerosi fonti interne all'amministrazione, è, secondo Badanin, la seguente: l'uomo che Putin ha scelto per fare il sindaco della capitale, Sergei Sobianin, non ha rivali, ma gli manca, per legittimare il voto, un concorrente che abbia un minimo di credibilità. In una riunione, Vyacheslav Volodin, vice capo dello staff presidenziale, propone di favorire sotto banco Navalny, che nei sondaggi viaggia tra il 3 e l'8% dei consensi. Navalny è un politico promettente, in prospettiva una potenziale minaccia, ma una sconfitta clamorosa gli taglierà le gambe e il Cremlino ne avrà un altro vantaggio. Il piano sembra intelligente ma sfugge subito di mano. Un arresto imprevisto regala a Navalny un'improvvisa celebrità, fino a farlo diventare una specie di martire; l'avvocato con la passione per la politica si dimostra un avversario ben più abile di quanto previsto. Alla fine, in un'elezione sulla cui regolarità nessuno è disposto a giurare, raccoglie ufficialmente il 27% dei voti, Sobianin passa con un risicato 51%. Il racconto di Badanin finisce con una scena ripresa anche dalle televisioni: Putin ritorna all'aeroporto di Mosca da un viaggio ufficiale, piove a dirotto e un assistente regge l'ombrello al presidente. Ai piedi della scaletta c'è il malaccorto Volodin che deve fare rapporto sul fallimento del suo astuto piano elettorale, mentre Putin ostentatamente lo tiene sotto la pioggia, in modo da ridurlo a un pupazzo fradicio d'acqua. Nel 2013 Navalny è dunque sconfitto ma sostanzialmente uno sconfitto vittorioso. E un po' alla volta mette a punto la tecnica delle campagne realizzate dal suo fondo anti-corruzione e diffuse in video via social. Nel genere è un asso: ironia e tempi da intrattenitore televisivo, capacità tecniche da sofisticato youtuber, uno staff di ricercatori con basi in Russia e a Londra, guidato da una brillante laureata alla London School of Economics, Maria Pevchikh.

MONTENEGRO E MARBELLA Nel mirino finiscono un po' tutti: dai politici agli oligarchi fino ai funzionari pubblici. La prima inchiesta a fare davvero rumore è dedicata al reticolo corruttivo che circonda l'ex presidente Dmitri Medvedev (che nei giorni scorsi si è vendicato definendo Navalny «una canaglia»). L'ultima, ormai stranota, è quella dedicata al palazzo di Putin e al suo patrimonio: le visualizzazioni hanno raggiunto quota 110 milioni; pur tenendo conto degli accessi fuori dai confini si calcola che almeno un russo su due l'abbia visto. In questi giorni è impressionante rivedere il video dedicato a Denis Popov, procuratore capo di Mosca, l'uomo che ogni settimana fa arrestare per i motivi più risibili (per esempio il mancato rispetto delle normative anti-covid) le persone vicine a Navalny e centinaia di manifestanti che protestano per il trattamento riservato al loro leader. Circa un anno fa l'attivista anti-Putin gli dedicò una lunga inchiesta, e, documenti catastali alla mano, mostrò i due complessi turistici in Montenegro e la casa di Marbella intestati alla moglie (fa la casalinga), la tenuta sul Volga intestata all'anziana mamma, senza dimenticare un paio di ville sulla Rublyovka (la zona chic di Mosca). Il tutto ufficialmente acquistato con un normale stipendio da magistrato.

OBIETTIVO GIOVANI Il pubblico di riferimento di Navalny sono, dichiaratamente, giovani e ceto medio. «State studiando per entrare in una buona università? Siete preoccupati per il vostro futuro e non sapete come far quadrare i conti di famiglia? Ecco, guardate dove finiscono le ricchezze della Russia», dice l'oppositore di Putin. E il mondo dei ricchi e potenti che gravitano intorno al Cremlino e che appaiono nelle video-inchieste è davvero di una opulenza da sceicchi, perfino ridicola e offensiva; lo stile di vita dei funzionari corrotti è clamorosamente in contrasto con il livello dei loro stipendi. In un momento in cui tutti i sondaggi segnalano che le diseguaglianze sociali e le ristrettezze economiche sono in testa alle preoccupazioni dei russi (vedi anche l'altro articolo in pagina; ndr) Navalny maneggia materiale esplosivo. Anche perchè su questo fronte Putin non pare in grado di migliorare le cose. Vent'anni fa, assumendo un impegno spesso citato dai suoi avversari, il presidente promise che il reddito medio dei russi avrebbe raggiunto in poco tempo quello dei cittadini portoghesi. Quattro lustri dopo l'obiettivo è lontano e il prodotto pro-capite è ancora meno della metà. Dal punto di vista della struttura l'economia russa è più simile a una petrocrazia araba che a un paese avanzato: gas e petrolio rappresentano da soli oltre il 70% dell'export, se si aggiungono le altre materie prime si supera il 90%. Le grandi università del Paese sfornano ogni anno decine di migliaia tra tecnici, ingegneri, informatici considerati tra i migliori al mondo. Moltissimi tra loro si trasferiscono subito all'estero. Una città come Berlino, che di recente ha fatto segnare un boom di startup informatiche, è colonizzata dai giovani professionisti russi. Chi non è ancora scappato, si prepara a farlo. Secondo un sondaggio Gallup il 44% dei giovani tra i 15 e i 29 anni ha l'intenzione di emigrare. E l'umore è cambiato negli ultimi anni: nel 2014 quelli che volevano andarsene erano solo il 14%. Per fare un confronto: il corrispondente dato italiano (che a suo tempo suscitò grandi polemiche su una generazione condannata all'emigrazione) è intorno al 30%. A pesare sono sopratutto i sei anni consecutivi di stagnazione economica e l'assenza di prospettive di cambiamento. Il sistema che si è formato intorno a Putin appare ancora solido (anche se non più come un tempo) ma non prevede dei meccanismi di evoluzione e di alternanza. Il fulcro del potere politico è il partito creato dal presidente, Edinaia Rossia, Russia Unita. Dieci anni fa Navalny, con un slogan ripetuto in maniera martellante, lo definì «partito dei ladri e dei truffatori». Difficilmente la sua detenzione convincerà i russi che ha torto.

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