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Il Giornale Rassegna Stampa
24.08.2012 Arabia Saudita: donna italiana tenuta prigioniera dal marito islamico
dedicato alle femministe occidentali, chissà che non si sentano ispirate e decidano di battere un colpo

Testata: Il Giornale
Data: 24 agosto 2012
Pagina: 12
Autore: Fausto Biloslavo
Titolo: «Milanese 'prigioniera' in Arabia: il 'Giornale' mi aiuti a rimpatriare»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 24/08/2012, a pag. 12, l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo "Milanese «prigioniera» in Arabia: il «Giornale» mi aiuti a rimpatriare ".


Donne in Arabia Saudita


Dove siete finite ?

«Prigioniera» in Arabia Saudi­ta non è il titolo di un film, ma la sto­ria di Chiara Invernizzi, milanese di 40 anni, che si è sposata il ram­pollo di un'agiata famiglia del po­sto. «In Europa, quando l'ho cono­sciuto era amabile, un'altra perso­na - racconta l'italiana bloccata a Jedda- . In Arabia Saudita, però, la donna è sottomessa in nome dell' Islam. La vita assieme alla fine è di­ventata un incubo. Quando vole­va insultarmi mi chiamava in ma­niera dispregiativa 'cristiana'. Mi ha ripudiata, secondo la tradizio­ne islamica, ma non mi lascia parti­re per tornare a casa».
Nel regno saudita il tutore lega­le della consorte, anche se occi­dentale, è il marito, che trattiene il passaporto della moglie e deve da­re il benestare per il visto di uscita dal paese. Chiara è «prigioniera» nel Paese arabo da marzo assieme al padre. Il marito rivendica la re­stituzione di una grossa somma che aveva depositato alla moglie. Chiara Invernizzi vive da 5 anni in Arabia Saudita e da tre era sposata con il vicepresidente della grande società di una famiglia importan­te a Jedda, che distribuisce anche prodotti occidentali.
«Mia figlia non era più se stessa. Tutta questa vicenda ruota attor­no alle loro usanze e all'interpreta­zione dell'Islam. Una si sposa e de­ve cancellare gli amici maschi da Facebook, pure quello conosciuto alle medie quando aveva 13 anni» racconta Giovanna Lani. La ma­dre è riuscita a tornare ad Alessan­dria grazie all'intervento del con­solato italiano di Jedda. Il papà, di 72 anni, fa da autista a Chiara per­chè una donna non può guidare.
Il velo sul capo, se non la tunica ne­ra, che copre tutto il corpo, è d'ob­bligo per le strade di Jedda, anche se sei italiana.
La sposa milanese bloccata in Arabia Saudita ha inviato al Gior­nale un memoriale per raccontare la sua storia di sottomissione e vio­lenza. «Non mi sono mai sentita a casa mia, in quella grande casa do­ve non potevo neanche disporre i mobili secondo il mio gusto» scri­ve Chiara, che forse avrebbe dovu­to pensarci bene prima di sposare un saudita. Il rapporto scoppia e lo scorso ottobre il marito la ripudia. In marzo Chiara e il padre voglio­no tornare in Italia. «Come al soli­to abbiamo dato i nostri passapor­ti al mio ex- marito per l'obbligato­rio visto d'uscita- scrive la milane­se - . Ogni straniero dipende da uno sponsor, che può essere solo saudita e ha il diritto di impedirti di lasciare il Paese».
Il console italiano a Jedda inter­viene, ma nonostante il rilascio di nuovi passaporti a Chiara e al pa­dre, non c'è verso di farli partire. Fi­no ad oggi le sollecitazioni formali alle autorità saudite non hanno ot­tenuto risposta. La situazione precipita il 7 apri­le, quando Chiara accetta un invi­to a cena del marito per appianare la faccenda. Lui ha uno scatto d'ira da gelosia. «Nel giardino ha inizia­to a picchiarmi, tirarmi per i capel­li e quindi mi ha stretto al collo il ve­lo, che le donne devono portare in testa, trascinandomi come un ca­ne verso casa. Mi è salito sul petto con entrambe le ginocchia pren­dendomi a sberle fino a farmi veni­re un occhio nero e sempre strin­gendomi al collo quel maledetto velo» scrive Chiara.
Al telefono da Jedda racconta: «Ha minacciato di raparmi a zero e di chiudermi in una stanza nel se­minterrato, dove sono stata trasci­nata per i capelli per quattro ram­pe di scale. Secondo il Corano, una moglie disubbidiente dev'es­sere punita». Con le foto dei lividi l'italiana va alla polizia «e così ini­zia l'odissea nella burocrazia sau­dita ». A fine maggio arriva davanti ad un giudice che applica la sha­ria, la legge islamica. Chiara è dife­sa dall'avvocato indicato dal con­solato, Ahmad Faisal Yamani, ni­pote dell'ex potente ministro del petrolio saudita.
«“Donna! Dove vai?”. Mi giro spaventata e mi trovo davanti un poliziotto che urlando e agitando le braccia mi indica una porticina. Guardo il mio avvocato e lui annui­sce. Per la segregazione dei sessi non posso rimanere con lui e mio padre, ma devo attendere nella sa­la d'aspetto femminile» scrive Chiara. «Apro la porticina e mi tro­vo in un corridoio con tre stanze. Nella seconda due giudici stavano interrogando una donna eritrea o somala. Gli uomini urlavano e la poveretta bisbigliava qualche pa­rola. Non so perché mi sono venu­te in me­nte gli interrogatori dell'In­quisizione!
» si legge nel memoria­le.
Dopo la denuncia il marito sem­bra disponibile ad un accordo. Si arriva a un compromesso anche sulla grossa somma versata alla moglie, che è il nodo del contende­re secondo il saudita. Da Roma promette di intervenire l'amba­sciatore del regno. Prima del Ra­madan il marito fa saltare tutto. Non solo: minaccia di denunciare la moglie per appropriazione inde­bita e adulterio, che in Arabia Sau­dita è punita con la pena di morte. In Italia, alla procura di Alessan­dria, l'avvocato di Chiara presenta un esposto. La sposa italiana e suo padre rimangono «prigionieri» in Arabia Saudita. «Ho fiducia nel re che è uomo illuminato e giusto ­scrive nel suo appello Chiara - . Spero che la pubblicazione della mia storia serva a smuovere i livel­li alti della diplomazia, perchè do­po cinque mesi di trattative e false speranze, inizio a vacillare».

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