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Il Foglio Rassegna Stampa
23.04.2024 Aiuti a Kyiv, in fretta
Analisi di Paola Peduzzi

Testata: Il Foglio
Data: 23 aprile 2024
Pagina: 1/5
Autore: Paola Peduzzi
Titolo: «Aiuti a Kyiv, in fretta»

Riprendiamo dal FOGLIO  di oggi, 23/04/2024, a pag. 1/5, l'analisi di Paola Peduzzi dal titolo "Aiuti a Kyiv, in fretta".

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Paola Peduzzi

Nuovi aiuti militari americani all'Ucraina, dopo che il Congresso ha sbloccato la nuova tranche da 61 miliardi di dollari. La battaglia sugli aiuti è stata vinta da Biden. Troppo tardi? Per la storica Anne Applebaum, esperta di storia sovietica, l'esito della guerra è ancora indeterminato. Non è mai troppo tardi.

 Il Partito repubblicano americano sta pagando il prezzo della propria intransigenza, cannibalizzandosi e non ottenendo nulla di quel che sperava. Il sito Punchbowl News scrive: “I repubblicani hanno iniziato la 118esima legislatura con grandi progetti. Volevano tagliare tasse e spese, portare il presidente Joe Biden e altri della sua Amministrazione all’impeachment, imporre misure restrittive sull’immigrazione, ma questo non è accaduto. Al contrario, Biden ha ottenuto praticamente tutto quel che ha chiesto al Congresso, senza dover dare in cambio così tanto. Certo, ci ha messo del tempo mentre il Congresso disfunzionale si dilaniava per 15 mesi e più. Ma alla fine il grande vincitore è Biden”. 

Gli aiuti all’Ucraina approvati sabato con tutti i democratici che hanno votato a favore assieme a un centinaio di repubblicani è qui per dimostrarlo. Il tempo perso è in questo caso estremamente più drammatico: si è tradotto in morti e distruzione in Ucraina e in un’escalation da parte di Vladimir Putin che, fiutando il sangue della debolezza ucraina e delle divisioni occidentali, ha aumentato la violenza contro soldati e civili ucraini. Ma come scrive Anne Applebaum sull’Atlantic, “non è troppo tardi, perché non è mai troppo tardi: nessun esito è predefinito, nulla è finito, e puoi sempre condizionare quel che avviene domani facendo oggi le scelte giuste”. La saggista americana sottolinea che il gruppo filorusso dentro il Partito repubblicano si è consolidato – più della metà dei deputati, 112, ha votato contro gli aiuti all’Ucraina: dai resoconti che stanno emergendo sugli incontri che lo speaker del Congresso, Mike Johnson, ha tenuto assieme ai repubblicani si vede con chiarezza che la retorica antiucraina è intrisa di propaganda russa, si va dalla storia falsa degli yacht di Volodymyr Zelensky al “tradimento” degli americani. Ma questa “campagna di demoralizzazione”, come la definisce Applebaum, ha subìto una sconfitta netta con l’approvazione della legge sugli aiuti: a sconfiggerla è stata una coalizione di repubblicani pro ucraini (pochi), di democratici della Casa Bianca (in particolare Bill Burns, il capo della Cia, che ha iniziato a inviare a Johnson i dispacci sulla situazione in Ucraina, documentando giorno per giorno il costo mortale dell’inazione dello speaker) e di leader internazionali, come il ministro degli Esteri britannico David Cameron, la premier estone Kaja Kallas e il premier ceco Petr Fiala. A questa coalizione bisogna aggiungere un gruppo di evangelici (Johnson è molto religioso) che ha messo in guardia lo speaker dalla campagna di propaganda messa in atto dalla Chiesa ortodossa russa e i sondaggisti dell’American Action Network, un superPac repubblicano, che ha individuato una grande maggioranza di elettori a favore degli aiuti a Kyiv negli stati contesi tra democratici e conservatori. Questo sondaggio è stato molto ripreso dai media di proprietà di Rupert Murdoch, che hanno deciso di sostenere Johnson, come dimostra l’editoriale di ieri del Wall Street Journal contro il gruppo “isolazionista” che si è venuto a formare al Congresso tra i repubblicani e naturalmente la copertina di domenica del New York Post con il titolo “Nyet, Moscow Marjorie” contro la deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene, filorussa, trumpianissima e seguace di QAnon, che vuole spodestare il “traditore” Johnson. Con tutta probabilità, i media di Murdoch più che all’Ucraina pensano ai rivali nel mondo conservatore, come Steve Bannon con il suo podcast “War Room” e Tucker Carlson con le sue interviste su X, ma le intenzioni contano meno dei risultati. 

Ora la leadership di Johnson dipende dai democratici più che da Donald Trump (l’ex presidente è impegnato nell’aula del tribunale di Manhattan e non è stato virulento come in passato) ma lo speaker può ancora decidere se governare il Congresso con buon senso o rinfilarsi nelle guerre fratricide che consumano il suo partito, la sua leadership e anche la capacità di azione dell’America. Il sostegno da parte dei democratici contro l’eventuale sfiducia degli ultratrumpiani dipende da questa sua scelta e dalla consapevolezza che la linea radicale che lui stesso ha voluto tenere fino alla settimana scorsa non lo ha portato a nessun risultato concreto. Intanto i democratici possono utilizzare questa vittoria per accelerare l’invio di armi all’Ucraina, per disinnescare l’oltranzismo trumpiano anche su altri fronti e per consolidare il messaggio alla Russia e ai suoi alleati, che oggi hanno meno voglia di ieri di allargare i conflitti in cui sono coinvolti.

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