venerdi 12 aprile 2024
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


Clicca qui






Il Foglio Rassegna Stampa
08.02.2024 Israele dice no
Analisi di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 08 febbraio 2024
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: «Israele dice no»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 08/02/2024, a pag. 1-9, con il titolo "Israele dice 'no' ", l'analisi di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini
PM Netanyahu meets with US Secretary of State Antony Blinken | Ministry of  Foreign Affairs
Netanyahu e Blinken nel loro ultimo incontro a Gerusalemme

Roma. Prima che Vladimir Putin annunciasse l’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, Mosca aveva mandato agli alleati occidentali di Kyiv una serie di proposte scritte per essere rifiutate. Il Cremlino aveva detto ai leader occidentali che, per tutelare le sue esigenze di sicurezza, i paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia ed erano poi entrati nell’Alleanza atlantica, avrebbero dovuto lasciare la Nato. Le proposte vennero rifiutate, come Mosca sapeva sarebbe successo e il rifiuto non ebbe nessun impatto sulla decisione di Putin di invadere l’Ucraina: era già stata presa. Le condizioni a cui Hamas ha fatto sapere che sarebbe stato disposto a liberare gli ostaggi sembravano disegnate proprio con lo stesso intento: per essere rifiutate. Le richieste di Hamas poco aggiungevano a quello che i terroristi avevano chiesto prima che i mediatori si incontrassero a Parigi, insistevano sulla fine della guerra, sul ritiro dei soldati israeliani e sulla liberazione di prigionieri palestinesi anche di quelli condannati all’ergastolo. Israele ha rifiutato la proposta di Hamas, come Hamas sapeva sarebbe successo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è andato in conferenza stampa dopo aver incontrato il segretario di stato americano Antony Blinken, ha detto che Israele non può accettare le condizioni di Hamas, e gli Stati Uniti non si aspettavano una risposta diversa, per primi avevano parlato di “proposte eccessive”. I negoziati ripartono, saranno lunghi, accompagnati dalla guerra a Gaza e dalle proteste in Israele. Il premier Netanyahu ha detto che “la vittoria è vicina” e che andare incontro alle richieste di Hamas vorrebbe dire porre le basi per un nuovo 7 ottobre. Secondo l’opposizione israeliana, il premier vuole che il conflitto duri il più a lungo possibile, sa che una volta che arriverà la pace tutto verrà rimesso in discussione, primo fra tutti il suo governo. Bibi è politicamente fragile, legato ai suoi alleati estremisti che lo tengono al potere a suon di ricatti, ma le valutazioni sul rischio di accettare le condizioni di Hamas non provengono soltanto da lui. L’esercito israeliano si spingerà verso sud, ha detto Netanyahu, Blinken è stato informato dal ministro della Difesa Yoav Gallant e ha chiesto di prestare attenzione al flusso degli aiuti umanitari che devono continuare dentro alla Striscia di Gaza e già arrivano con difficoltà. Lo spazio per i civili in fuga dalla guerra è poco, si spingono verso sud, e l’esercito è determinato ad arrivare a Rafah, dove crede che sia rimasto un battaglione di terroristi. Se Tsahal, l’esercito israeliano, arriverà fino a Rafah, per i civili non ci saranno più altri posti in cui fuggire. Un accordo avrebbe potuto fermare l’avanzamento dei soldati e riportare gli ostaggi in Israele. Il premier israeliano ha definito “folli” le richieste di Hamas, ma non ha chiuso la porta ai negoziati né mandato la sua risposta formale ai mediatori. Giovedì una delegazione do Hamas sarà al Cairo: si continua a negoziare. Le famiglie dei rapiti sono state le prime a rispondere a Netanyahu, hanno detto che la “vittoria completa” vuol dire liberare gli israeliani in prigionia: la frattura dentro alla società israeliana si fa sempre più profonda e non ha a che fare soltanto con la sopravvivenza politica di Netanyahu, ma con la sicurezza del paese: in questo momento si fa fatica a distinguere l’una dall’altra. Il governo israeliano si trova di fronte a delle urgenze contraddittorie, deve sconfiggere un nemico che promette di ripetere il 7 ottobre e deve garantire la liberazione degli ostaggi, che però sembra impossibile senza un compromesso doloroso: Hamas sta sfruttando in modo cinico il destino di queste persone e il dolore dei loro famigliari che protestano per riaverli a casa. Il calcolo di Israele non è cambiato, è ancora convinto che sarà la pressione militare a convincere Hamas ad accettare un accordo alle sue condizioni. I terroristi invece sono convinti che sarà la pressione sugli ostaggi a costringere Israele ad accettare un accordo alle loro condizioni. Finora gli Stati Uniti sono sempre stati dalla parte di Israele e anche contrari a un cessate il fuoco permanente. Ieri Netanyahu ha detto che circa ventimila combattenti di Hamas sono morti o feriti, che più della metà dei suoi battaglioni non sono operativi e che bisogna dirigersi verso sud per raggiungere quelli che ancora non hanno preso parte ai combattimenti. Hamas invece cerca di dimostrare di essere ancora in vita, di poter rispuntare a nord, nelle aree da cui Israele si sta già ritirando, di poter sorprendere i soldati con azioni di guerriglia. Dà l’impressione di poter resistere all’infinito perché sa che è proprio una guerra infinita che gli alleati di Israele non vogliono.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


lettere@ilfoglio.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT