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Il Foglio Rassegna Stampa
07.02.2024 Netanyahu deve scegliere gli alleati
Commento di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 07 febbraio 2024
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: «In Israele si negozia: serve un piano giusto per vincere a Gaza»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 07/02/2024, a pag. 1, con il titolo "In Israele si negozia: serve un piano giusto per vincere a Gaza ", il commento di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini
dal gabinetto di guerra composto da Benny Gantz, Gadi Eisenkot, Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant
Il gabinetto di guerra composto da Gadi Eisenkot, Benny Gantz, Yoav Gallant e Benjamin Netanyahu

Roma. Le foto con le facce dei rapiti che tappezzano le strade di Tel Aviv mettono insieme chi è tornato e chi è ancora nella Striscia, i vivi, i morti e coloro di cui non si sa nulla. Anche durante la tregua di fine novembre, quando sui muri iniziavano a comparire i volti di qualcuno che era tornato, le loro foto rimanevano appese, incollate, immobili fra tutti i ritratti, dolorosamente impassibili per dire che quel trauma è lì per restare. E anche se da quella tregua sono trascorsi ormai due mesi, i volti sono tuttora ancorati l’uno all’altro. Il primo ministro del Qatar, Mohammed al Thani, ieri ha incontrato il segretario di stato americano Antony Blinken e durante la conferenza stampa ha detto di aver ricevuto una risposta da parte di Hamas riguardo all’accordo per la liberazione degli ostaggi e ha riscontrato “uno spirito generalmente positivo”.

E’ stato al Thani a usare l’aggettivo “positivo”, ma la risposta di Hamas è sempre la stessa, le sue condizioni non cambiano – cessate il fuoco permanente, ricostruzione di Gaza, scambio di prigionieri – ed è stato il presidente americano Joe Biden a definire la proposta “eccessiva”, oggi Blinken sarà in Israele per continuare a negoziare. Per più di una settimana Hamas non ha dato risposte riguardo all’accordo, ha rotto il silenzio ieri con una proposta vecchia, dopo l’arrivo di una notizia atroce per Israele: alcuni ufficiali dell’esercito hanno detto al New York Times che circa un quinto dei centotrentasei ostaggi ancora nelle mani di Hamas, del Jihad islamico e di privati cittadini che il 7 ottobre hanno preso parte all’attacco o hanno aiutato nell’organizzazione, è ormai morto. Si tratta di almeno trentadue persone, molti sono soldati uccisi durante l’assalto ai kibbutz e trascinati, ormai cadaveri, nella Striscia. Altri sono morti durante la prigionia. Il numero potrebbe essere ancora più alto e nel peggiore dei calcoli, gli ostaggi non più in vita potrebbero essere oltre cinquanta.

Tre ragazzi israeliani sono stati uccisi per errore dall’esercito, mentre avanzavano per Gaza city con dei drappi bianchi: erano riusciti a scappare. Altri ostaggi sono morti da prigionieri e in alcuni casi Hamas ha pubblicato dei video con i loro corpi, a volte preceduti da indovinelli vili e macabri sulla loro sorte e accusando l’esercito di averli uccisi durante i bombardamenti. I terroristi usano gli ostaggi per aumentare il loro potere nei negoziati, per aumentare le divisioni nella società israeliana che ogni sera, che abbia o meno rapporti di parentela con chi è imprigionato nella Striscia, scende in strada e protesta chiedendo un accordo subito e a ogni condizione. Dopo le rivelazioni di Tsahal di ieri, la risposta di Hamas sull’accordo dimostra un tempismo difficile da ignorare. Oltre al dolore fisico, i terroristi hanno capito come imporre il dolore morale a Israele. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo, che condensa una delle coalizioni più improbabili che siano mai state alla guida del paese. La scorsa settimana, il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal: non ama i giornali, quando parla preferisce i comizi pubblici, ma alla testata americana ha detto che se al posto di Joe Biden ci fosse stato Donald Trump, la “posizione di Israele sarebbe completamente diversa”, perché l’ex presidente non avrebbe perso tempo a pensare agli aiuti umanitari e al carburante per Gaza, “che vanno a Hamas”, e avrebbe dato il “pieno appoggio” allo stato ebraico. Dopo l’intervista, il quotidiano conservatore e falco Jerusalem Post ha pubblicato un editoriale dal titolo preciso: “E’ ora che Ben-Gvir stia zitto”. Ben-Gvir è un urlatore, nel suo ufficio aveva appeso alla parete la foto di Baruch Goldstein, un colono estremista che uccise ventinove musulmani nel 1994 e all’inizio della guerra iniziò a distribuire fucili ai cittadini: si fermò soltanto quando gli Stati Uniti dissero che non ne avrebbero più mandati. La scorsa settimana si è presentato dalla polizia con barba finta e cappello per testarne la capacità di reazione: gli agenti, nel clima teso che c’è nel paese, non hanno gradito l’imboscata. Poi, dopo aver urlato contro gli uomini della sua scorta che lo aspettavano fuori casa, si è infilato nella macchina di un suo vicino facendo perdere le sue tracce: proprio come gli agenti, neppure la scorta ha gradito la fuga. Ben-Gvir ha detto di essere contrario a qualsiasi accordo con Hamas, ha organizzato un evento per parlare della ricostruzione di Gaza attraverso la creazione di nuove colonie. Per vedere tornare gli ostaggi, Israele dovrà accettare un compromesso senza “proposte eccessive”, ma la convivenza con Ben-Gvir e altri che la pensano come lui rende impossibile qualsiasi soluzione. Dal 7 ottobre, le decisioni importanti in Israele non le prende il governo, ma il gabinetto di guerra costituito da Benny Gantz, Gadi Eisenkot, il premier Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e nessun altro del governo. Lunedì Netanyahu ha incontrato Yair Lapid, il leader del partito di centro sinistra Yesh Atid che sarebbe disposto ad aggiungersi al gabinetto di guerra, ma a patto che non ci siano più gli estremisti come Ben-Gvir. A qualcuno Netanyahu deve rinunciare, o agli incompetenti urlatori, o ai competenti che sono favorevoli a un accordo, quindi a un compromesso doloroso. Alcune indiscrezioni sulla stampa israeliana parlavano di una possibilità: i leader di Hamas potrebbero accettare l’esilio da Gaza come parte dell’accordo.

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