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Il Foglio Rassegna Stampa
09.03.2023 Da anni la Cina spia i nostri atenei
Analisi di Giulia Pompili

Testata: Il Foglio
Data: 09 marzo 2023
Pagina: 10
Autore: Giulia Pompili
Titolo: «Da anni la Cina spia i nostri atenei»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 09/03/2023, a pag.10, con il titolo "Da anni la Cina spia i nostri atenei" l'analisi di Giulia Pompili.

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Roma. Siamo nel 2014. E’ in corso un incontro a porte chiuse tra funzionari sia del governo americano sia del governo cinese. “Un assistente segretario del dipartimento della Difesa americano stava spiegando: sentite, spiare va bene – noi spiamo, voi spiate, tutti spiano, ma è per scopi politici e militari”, ha raccontato al New York magazine James Lewis, ex diplomatico ora analista al Center for Strategic and International Studies di Washington. “E’ per la sicurezza nazionale. Quello che contestiamo è il vostro spionaggio economico”. A quel punto, un colonnello dell’Esercito popolare di liberazione, risponde: “Beh, un momento. Noi non tracciamo il confine tra sicurezza nazionale e spionaggio economico come fate voi. Tutto ciò che costruisce la nostra economia è positivo per la nostra sicurezza nazionale”. L’aneddoto, raccontato in un lungo reportage pubblicato ieri dal magazine New York a firma dell’esperto di spionaggio Yudhijit Bhattacharjee, riassume alla perfezione quello che già quasi dieci anni fa sapevamo: la Cina non si muove secondo regole che conosciamo, che diamo per scontate in un clima di pacifica convivenza tra potenze. La rapidissima ascesa cinese è per gran parte una conseguenza di un metodo di spionaggio industriale, militare ed economico che per anni la comunità internazionale ha ignorato. Il dibattito sugli Istituti Confucio – le scuole di promozione di lingua cinese finanziate dal governo di Pechino e che sono entrate nelle scuole e nelle università di mezzo mondo – riguarda soprattutto il soft power, la promozione della propaganda di Pechino come potenza influente e ramificata. Molti paesi occidentali hanno già preso provvedimenti, limitato gli accordi delle università con gli Istituti Confucio. Ma l’altro problema, quello dello spionaggio, è più articolato, arriva in profondità, è difficile da individuare – non è un pallone aerostatico che vola sulle teste degli americani. Nel suo articolo sul New York, Bhattacharjee racconta la storia di Hua, un ingegnere di origini cinesi che lavora per un’azienda di aviazione americana. Hua nel 2017 viene invitato a tenere una conferenza in Cina, gli pagano tutto, ha la possibilità di stare quanto vuole, di passare del tempo con la sua famiglia nel paese. Qualche mese dopo essere tornato in America, due agenti dell’Fbi vanno a trovarlo. Hua viene interrogato e gli agenti capiscono che l’intelligence cinese voleva molto probabilmente reclutarlo, un sospetto che diventa certezza quando chiedono a Hua di collaborare con loro e coltivare i rapporti con chi lo aveva invitato. Le collaborazioni tra università, nel campo scientifico e accademico, servono alla Cina anche per riuscire a rubare il maggior numero di informazioni senza che il soggetto che le fornisce sia necessariamente consapevole. Secondo l’Fbi, Pechino usa metodi molto convincenti, e non solo con cittadini di origine cinese, ma anche con occidentali: trattamenti di lusso, elogi, promesse. Per uno scienziato o un accademico anche il solo riconoscimento può far accettare di sostenere conversazioni che vanno al di là delle linee rosse della riservatezza. Secondo un report pubblicato la scorsa settimana dall’Australian Strategic Policy Institute, la Cina “ha costruito le basi per posizionarsi come la principale superpotenza scientifica e tecnologica del mondo, stabilendo una leadership a volte sorprendente nella ricerca nella maggior parte dei settori tecnologici critici ed emergenti”. Secondo l’Aspi, oggi la Cina è leader in 37 delle 44 tecnologie di settori tecnologici che servono la Difesa, lo spazio, la robotica, l’energia, l’ambiente, le biotecnologie, l’intelligenza artificiale, i materiali avanzati e le aree chiave della tecnologia quantistica. Questo è potuto accadere anche grazie a un sistema di collaborazioni con istituti universitari e accademici che hanno permesso a Pechino di accedere a una rete globale di conoscenza. A oggi per esempio, in un paese come l’Italia, il dibattito sui confini di sicurezza nelle collaborazioni con la Cina è ancora acerbo. L’Italia è uno dei pochissimi paesi in cui gli Istituti Confucio, invece di chiudere, aumentano – attualmente ce ne sono più di una dozzina. Ma l’asset più importante per Pechino riguarda invece i 1.012 accordi in vigore tra le università cinesi e quelle italiane. Per esempio, la Northwestern Polytechnical University di Xi’an, una delle cinque università cinesi messe sotto sanzioni dagli Stati Uniti tre anni fa perché legate al sistema di armamenti di Pechino, ha cinque accordi in essere con l’Università di Cagliari, con l’Orientale di Napoli, con l’Università di Torino e con l’Università degli Studi Insubria Varese-Como. Naturalmente nessun accordo vincola dal trasferimento di tecnologia, e la buona fede della maggior parte delle collaborazioni è garantita, ma l’allarme dell’Fbi e dell’Aspi, come di gran parte delle agenzie d’intelligence occidentali, riguarda piuttosto una maggiore cautela, anche politica, e una formazione ad hoc degli atenei, che renda le collaborazioni accademiche sicure e lasci lo spionaggio fuori alle università.

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